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13 Luglio 2020
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Da un pianeta all’altro

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Non c’è niente da fare. Nonostante le meravigliose immagini inviateci da Hubble, seppur in trepida attesa delle rivelazioni di New Horizons su Plutone, e per quanto entusiasti dell’ormai acquisita “interstellarità” dei Pioneer, non ce la facciamo proprio. Sarà certo eccesso di romanticismo, ma per noi l’emozione vera, profonda e viscerale delle imprese spaziali rimane ancorata [...]

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Non c’è niente da fare. Nonostante le meravigliose immagini inviateci da Hubble, seppur in trepida attesa delle rivelazioni di New Horizons su Plutone, e per quanto entusiasti dell’ormai acquisita “interstellarità” dei Pioneer, non ce la facciamo proprio. Sarà certo eccesso di romanticismo, ma per noi l’emozione vera, profonda e viscerale delle imprese spaziali rimane ancorata alla visione di esseri viventi che arrivano più vicini al cielo, di strane creature dalla chimica a base di carbonio che si staccano dalla superficie del pianeta, diretti “dove nessuno è mai stato prima”; con il calore del Sole e l’attrazione della Terra lasciati dietro le spalle.
Pur con la somma benevolenza che riserviamo a Spirit e a Opportunity e alla loro stoica resistenza all’ambiente marziano, queste meraviglie della tecnica ci ispirano infatti una simpatia non troppo dissimile da quella che nutriamo anche per l’automobile che con somma abnegazione ci riporta fedelmente a casa tutti i giorni da più di dieci anni.

Insomma, ci piacerebbe vedere il respiro vagare per le stelle. Ma oltre agli inevitabili rischi, il muovere uomini qua e là per la Galassia è diventato davvero un problema da quando Einstein ha imposto i suoi severi limiti di velocità. Basta guardare la fatica che fanno le migliori penne della fantascienza per aggirare le barriere relativistiche: non basta più prendere una bella battaglia della Guerra del Peloponneso e piazzarla in imprecisate zone “al largo di Orione”; e il guaio non è neanche quello di far scegliere ai personaggi se schierarsi tra la Federazione dell’Orsa Minore e la Gilda del Centauro. No, il problema su cui si scervellano gli autori è quello di farli arrivare in tempo sul campo di battaglia.
E spesso la soluzione diventa l’idea madre di un romanzo o addirittura di una serie, come in Dune, dove sin dal primo volume la celeberrima “spezia” è ingrediente indispensabile affinché i piloti non perdano rotta e accelerazione. In altri casi abbiamo soluzioni di tutti i tipi: da un non meglio precisato movimento “senza inerzia” all’applicazione del teletrasporto, con relativa distruzione del passeggero alla partenza e contestuale trasmissione dei dati necessari e ricostruzione nel punto di arrivo (metodo questo non troppo efficace dal punto di vista teorico, visto che anche la trasmissione dell’informazione deve soggiacere alle leggi della fisica). Per tacere dell’uso indiscriminato dell’iperspazio, che resta la scappatoia preferita degli scrittori da quando Albert di Ulm ci ha relegato in un Universo lento come un bradipo zoppo.

Insomma, dovrebbe essere ben evidente a tutti che siamo ancora legati al pianeta Terra come un cane alla catena della cuccia. E se neppure gli scrittori di fantascienza riescono ad inventare un sistema di trasporto ultraluce credibile, non possiamo far altro che ottimizzare gli ordinari sistemi di trasporto al momento disponibili.
Razzi e combustibile chimico, gente! Questo è il massimo di velocità che si può permettere la nostra povera biologia a base di carbonio. E allora, che almeno sia ben ottimizzata la logistica delle spedizioni!

Ipotizziamo allora di essere riusciti a mandare una missione su ognuno degli undici pianeti del Sistema Solare, pianeti nani inclusi, ma Terra esclusa (sembra che una missione umana vi si trovi già da tempo); e se il numero 11 vi sembra fastidioso, sappiate che l’abbiamo scelto apposta.
Occorre ora che le diverse spedizioni si scambino i risultati e i campioni geologici onde effettuare le analisi comparative. Insomma, da ogni pianeta partirà una sonda che andrà su un altro pianeta, lascerà un carico di campioni e ne imbarcherà un altro (ma, eventualmente, nel carico potrà anche stivare campioni già arrivati su quel pianeta inviati da altre spedizioni), per poi subito ripartire.
Il guaio è che, tra viaggio e manutenzione, ogni viaggio da un pianeta all’altro dura un mese, e ogni missione ha una e una sola astronave da dedicare a questo compito.
Quello che ci serve è allora l’organizzazione dei viaggi delle varie astronavi, fatta in modo tale da ridurre al minimo il tempo necessario per effettuare tutti gli scambi possibili, così che ogni pianeta abbia un campione proveniente da ognuno dei restanti.
Il bello è che, se il metodo funziona per il nostro Sistema Solare, sarà poi facile applicarlo anche su sistemi con un numero diverso di pianeti, quale che esso sia. Si tratta solo di generalizzare un po’…

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