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Magnetar fuori norma

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Un campo magnetico mai registrato

Un campo magnetico mai visto. È quello che hanno registrato scienziati italiani grazie al telescopio spaziale XMM –Newton. Un campo magnetico milioni di miliardi di volte più intenso di quello della Terra. Appartiene a una magnetar, oggetto celeste che si forma dopo la morte di una stella di grandi dimensioni.

La scoperta, appena pubblicata su Nature, è stata guidata dagli astrofisici della Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia e dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).

Grazie al lavoro degli scienziati italiani è stato infatti possibile per la prima volta misurare direttamente il campo magnetico della magnetar SGR 0418+5729, collocata a 6500 anni luce dal sistema solare, la cui intensità è risultata milioni di miliardi di volte superiore a quella terrestre, al punto di essere la più alta mai registrata nell’universo.

I ricercatori sono riusciti a stabilirne la forza, misurando l¹energia dei raggi X emessi dalla magnetar e rilevati dal telescopio spaziale XMM-Newton dell’Agenzia Spaziale Europea, ESA.

La ricerca apre importanti prospettive nello studio delle magnetar e delle potenti emissioni di raggi X e gamma che si verificano sulla superficie di queste stelle, così intense da interferire, in alcuni casi, con le telecomunicazioni terrestri. Si ipotizza infatti che alla base di queste esplosioni cosmiche ci siano proprio i forti campi magnetici come quello misurato per la prima volta dagli scienziati italiani.

La ricerca, di cui è primo autore Andrea Tiengo, ricercatore in astronomia e astrofisica alla Scuola Superiore Universitaria IUSS di Pavia e associato INAF, annovera tra gli autori anche Giovanni Bignami, professore ordinario di astronomia allo IUSS e presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica INAF.

Lo studio è frutto di un lavoro che ha coinvolto anche scienziati dell’Università di Padova, dell’University College di Londra, del laboratorio di astrofisica interdisciplinare (AIM) appartenente al centro di ricerca francese CEA (Commissariat à l’énergie atomique et aux énergies alternatives) e dell’Istituto di Scienze dello Spazio (ICE) di Barcellona.

La scoperta degli scienziati italiani rappresenta la prima dimostrazione diretta e lampante della teoria delle magnetar, elaborata oltre vent’anni fa dagli astrofisici Robert Duncan e Christopher Thompson.

“Negli ultimi decenni – commenta Andrea Tiengo – la teoria delle magnetar è stata confermata da diverse osservazioni e sono state scoperte nella nostra galassia circa venti stelle di neutroni di questa specie, ma nessuno, prima d’ora, era mai riuscito a misurare direttamente l’intensità del campo magnetico di questi oggetti celesti. La scoperta rappresenta pertanto un passo in avanti importante verso la comprensione più approfondita di questi eventi cosmici”.

Tutte le stelle seguono un percorso evolutivo che, dopo la loro nascita, le porta a spegnersi e implodere. Questo processo assume caratteristiche diverse a seconda della massa delle stelle: gli astri simili al Sole si trasformano in nane bianche, stelle di dimensioni paragonabili a quelle della Terra, ma con una concentrazione di materia (densità) più elevata di qualunque oggetto si possa trovare sul nostro pianeta; le stelle di massa superiore, compresa tra le 10 e le 25 volte quella del Sole, si trasformano in stelle di neutroni, caratterizzate da un raggio di appena una decina di chilometri, una densità di gran lunga superiore a quella delle nane bianche e un campo magnetico elevato.

Duncan e Thompson tuttavia avevano immaginato l’esistenza di stelle di neutroni con campi magnetici ancora più intensi, le magnetar. Secondo i due scienziati, infatti, solo la presenza di stelle con campi magnetici potentissimi poteva essere all’origine di alcune violente esplosioni cosmiche che si verificano nell’universo, così forti, in alcuni casi, da disturbare perfino le telecomunicazioni terrestri pur originandosi a migliaia di anni luce dal nostro pianeta.

Gli scienziati italiani sono riusciti a misurare il campo magnetico di questi oggetti celesti analizzando le emissioni di raggi X della magnetar SGR 0418+5729, grazie a osservazioni effettuate nell’estate del 2009 con il telescopio spaziale XMM-Newton dell’Agenzia Spaziale Europea.

Dall’analisi della frequenza dei raggi X i ricercatori hanno ricavato la frequenza delle particelle che si muovono all¹interno del campo magnetico, un dato particolarmente importante perché è direttamente proporzionale proprio all’intensità del campo magnetico. In particolare, gli astrofisici italiani hanno identificato una piccola zona sulla superficie della magnetar con un campo magnetico di straordinaria intensità, pari a un milione di miliardi di Gauss. Per avere un’idea della sua potenza basti pensare che la Terra ha un campo magnetico inferiore a 1 Gauss.

Il “motore” delle esplosioni cosmiche. La scoperta ha fatto emergere un aspetto ancora più importante sul comportamento delle magnetar. La misurazione, infatti, ha dimostrato l’esistenza sulla superficie della stella di una regione con un campo magnetico più intenso rispetto a quello complessivo della magnetar.

Questo aspetto è fondamentale perché proprio la presenza di più campi magnetici di diversa intensità nella stessa stella è ritenuta una delle principali cause delle esplosioni cosmiche, in analogia a quanto è stato già osservato, ad esempio, con le esplosioni (i cosiddetti brillamenti) solari.

Leggi l’articolo di Giovanni Bignami su La Stampa

Nettuno mai così vicino

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Era più di un secolo, dai primi anni del 20° secolo, che non si registrava una distanza tra la Terra e Nettuno minore di quella che si verificherà durante l’opposizione del 27 agosto prossimo alle 03:40 (dist. minima dalla Terra 28,973 UA; m = +7,8; diam. = 2,4″; el. = 179°).

Naturalmente, per effetto di una eccentricità orbitale molto piccola (e=0,009), la differenza tra le opposizioni afeliche e perieliche del remoto pianeta è molto ridotta. Come si può vedere dalla tabella in basso, la distanza più elevata raggiunta durante un’opposizione è di 29,326 UA (26 aprile 1959), contro una distanza minima assoluta di 28,814 UA (29 ottobre 2041).

Anche il diametro angolare, nonostante la curiosità del record numerico, avrà quindi delle variazioni quasi inapprezzabili.

Data       Dist.(UA)  Decl.    Note
26/04/1959   29,326   –11° 40'    Ultima opposizione più distante
22/08/2011   28,995   –12°        Per la prima volta sotto le 29 UA
27/08/2013   28,973   –10° 41'    Distanza minima record da un secolo a questa parte
29/10/2041   28,814   +12° 44'    Distanza minima assoluta

Forse un impatto nel mare Crisium

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Dalla Luna alla Nomentana

Sono 301 gli avvistamenti candidati a impatti lunari registrati dal Meteoroid Environment Office della NASA dal 2005 a oggi

Piovono pietre, di questi giorni, da queste parti del Sistema solare. E se qui sulla Terra l’effetto è quello pirotecnico delle stelle cadenti, su altri corpi celesti meno fortunati – sprovvisti di quel giubbotto antiproiettile che è l’atmosfera – i bolidi celesti arrivano indenni fino al suolo, generando crateri da impatto più o meno grandi. Come avviene sulla Luna, bersagliata praticamente ogni giorno da meteoroidi di peso superiore al chilo: granate vaganti a velocità comprese fra i 20 e i 70 chilometri al secondo e oltre.

A tenerne sott’occhio gli effetti distruttivi sulla superficie della Luna c’è il Meteoroid Environment Office della NASA, che dal 2005 a oggi ha già registrato oltre trecento “brillamenti”. L’ultimo ufficialmente riconosciuto risale al 17 marzo scorso, ne abbiamo parlato anche qui su Media INAF.

Ma la NASA non è sola, in quest’impresa: ad affiancarla nell’opera di ricognizione continua del volto lunare ci sono appassionati da un po’ tutte le parti del mondo, Italia compresa. Ed è proprio dall’Italia che Danielle Moser, l’addetta del Marshall Space Flight Center della NASA che si occupa di raccogliere le segnalazioni, ha ricevuto, nei giorni scorsi, una mail con la descrizione dettagliata d’un avvistamento avvenuto alle 02:21:55.7 UT (ora universale) del primo agosto. Un avvistamento molto particolare, spiegano gli autori: a fotografare l’improvviso flash sulla superficie della Luna – firma caratteristica d’un impatto – sono stati infatti, in contemporanea, tre osservatori a parecchi chilometri di distanza l’uno dall’altro: Andrea Manna da Cugnasco, in Svizzera, nel Canton Ticino; Stefano Sposetti da Gnosca, sempre nel Canton Ticino; e da Roma, dunque a oltre 500 chilometri di distanza dai due colleghi svizzeri, l’italiano Raffaello Lena con il suo telescopio da 130 millimetri.

«Un piccolo strumento e una telecamera usati da Roma, vicino a Montesacro, sulla via Nomentana! Da Italiano ne sono fiero», esulta Lena. E ha motivo di esserlo: se la NASA – usando per esempio LRO, il Lunar Reconnaissance Orbiter – riuscisse a confermare che il triplice avvistamento è davvero dovuto a un meteorite, si tratterebbe del primo impatto lunare registrato in Italia.

A rendere ancora più suggestiva l’osservazione sarebbe poi il luogo dell’impatto, già teatro d’un memorabile botto: quel Mare Crisium nel quale il 21 luglio del 1969 – con gli astronauti dell’Apollo 11 ancora lì sul nostro satellite, reduci dallo storico passo – andò a schiantarsi la sonda sovietica Luna 15. Una missione disastrosa, quella di Luna 15, offuscata dallo straordinario successo dei rivali americani, ma a suo modo storica anch’essa: rappresentò uno fra i primi esempi di cooperazione USA-URSS nell’avventura spaziale. In quell’occasione, infatti, l’allora presidente Richard Nixon acconsentì a uno scambio diretto fra la NASA e gli scienziati dell’Unione sovietica al fine di confrontare i parametri orbitali delle missioni, così da scongiurare il rischio d’interferenze.

Per saperne di più:

Qui sotto, le immagini con il “lampo” registrato da Andrea Manna, Raffaello Lena e Stefano Sposetti:


Gruppo Astrofili Rozzano

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15.08: “Astronomia e computers”.

Informazioni GAR: 380.3124156 e 333.2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

All’apice del ciclo solare

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Il Sole fa flip… periodicamente

Il Sole sta per invertire i poli del proprio campo magnetico, un evento periodico che ha ripercussioni sul campo magnetico interplanetario. L’annuncio è venuto dalla NASA, più precisamente da alcuni scienziati dell’Agenzia Spaziale Americana che lavorano alla Stanford University.

L’evento avviene all’incirca ogni 11 anni, nel mezzo di un ciclo solare completo e fa parte del suo ciclo naturale. Ovviamente questo non basta a giustificare che la sua periodicità non produce nessun effetto catastrofico sul nostro pianeta.

“Si tratta di un evento fisiologico, non patologico”. È con questo concetto che il fisico solare Mauro Messerotti, dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Trieste, interpellato dalla trasmissione Start di Radio 1, ha spiegato la ciclicità del fenomeno e che gli eventi ad esso collegati non saranno catastrofici.

“Possiamo immaginare il Sole come una barretta magnetica, con i due poli agli estremi che venga lentamente girata di 180 gradi – ha detto lo scienziato rispondendo alle domande della conduttrice Annalisa Manduca – e non è evento occasionale ma avviene ogni 11 anni circa. Dal momento della sua nascita il Sole ha già compiuto 418 milioni di cicli, e solo a 24 di questi abbiamo potuto studiare, il che fa comprendere quanto poco ancora conosciamo della nostra stella”.

Messerotti ha poi spiegato come questo processo di inversione sia piuttosto lento e che attualmente si è completato nell’emisfero Nord, mentre per quello Sud ci vorrà ancora qualche mese, e dipende dal movimento del plasma solare dalle regioni dove ci sono le macchie agli emisferi.

“Sebbene questo processo influenzi il campo magnetico interplanetario, questo non comporta nessun evento catastrofico per il nostro o altri pianeti, perché siamo di fronte ad un processo fisiologico del nostro sistema solare e non patologico” sottolinea il ricercatore dell’INAF, docente di fisica solare all’Università di Trieste.

“Anche il nostro pianeta – conclude Messerotti – ha registrato cambi di polarizzazione nel corso della sua storia, ogni milione di anni circa, a significare che tale processo appartiene al comportamento fisiologico dei corpi celesti dotati di campo magnetico”.

Ascolta l’intervista radiofonica di Mauro Messerotti a Start su Radio 1.

Dolomites Curiosity Observatory

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14/15.08, dalle 17:00 del mercoledì a giovedì a pranzo: a spasso per l’Agner, con guida alpina per l’escursione in notturna, fotografando paesaggi illuminati dalla Luna.

Info e prenotazioni: 0437.67010 e 348.7391001
E-mail: aron.lazzaro@gmail.com
www.rifugioscarpa.it

Al Planetario di Ravenna

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13.08: “Viaggio al centro della Via Lattea” di Massimo Berretti.

Prenotazione consigliata.
Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html –
www.arar.it

Dolomites Curiosity Observatory

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12.08: “Stelle cadenti, non tutti sanno che…” a cura di Claudio Pra. Osservazioni a seguire.

Info e prenotazioni: 0437.67010 e 348.7391001
E-mail: aron.lazzaro@gmail.com
www.rifugioscarpa.it

A caccia di vita su Europa

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La superficie di Europa ripresa dalla sonda Galileo (credit: NASA)

La superficie di Europa ripresa dalla sonda Galileo (credit: NASA)

La NASA ipotizza un atterraggio

Atterrare su Europa, la grande luna ghiacciata di Giove? Chissà, un giorno forse sì. Per ora le missioni verso quel mondo lontano prevedono di effettuare dei flyby, dei passaggi ravvicinati in orbita per raccogliere dati sulla superficie e l’atmosfera. é quanto farà la missione JUICE dell’Agenzia Spaziale Europea (lancio previsto nel 2022), dedicata a tutto il sistema gioviamo. Ed è quanto dovrebbe fare, se il progetto proseguirà, una missione americana che invece si concentrerà su Europa, ancora allo studio ma che potrebbe partire poco prima di quella europea.

Intanto però un gruppo di esperti della NASA è stato incaricato di studiare quali obiettivi scientifici, e quali potenzialità, avrebbe una futura missione che prevedesse un atterraggio morbido su Europa, per portarci un lander ed eseguire analisi che dall’orbita sarebbero impossibili. I risultati del lavoro, coordinato da Robert Pappalardo del Jet Propulsion Laboratory della NASA, sono appena stati pubblicati sulla rivista Astrobiology, e parlano chiaro. Europa è un mondo potenzialmente abitabile, e varrebbe davvero la pena di inviarci un lander, che sarebbe l’unico modo per confermare senza ombra di dubbio se abitabile lo è davvero.

Ciò che rende Europa così interessante per chi cerca vita su altri pianeti sono i molti indizi della presenza di un oceano di acqua liquida al di sotto dello strato di ghiaccio che ricopre la superficie. Missioni come Juice potrebbero appurare l’effettiva presenza e le dimensioni di questo oceano, ma per rendere il pianeta effettivamente adatto alla vita occorrerebbe trovare almeno altre due condizioni: una fonte di energia che consenta di creare e mantenere molecole complesse e processi biochimici su cui si basa la vita (sulla Terra è la luce visibile e infrarossa che arriva dal Sole); e le materie prime della biosintesi, ruolo che sulla Terra è affidato a carbonio, ossigeno, idrogeno, fosforo e zolfo.

Un lander a caccia di vita su Europa dovrebbe prima di tutto studiare composizione e chimica dell’oceano di acqua, sulla carta un ambiente ideale per la comparsa di vita, ma solo col giusto mix di salinità e presenza di altri elementi utili alla biochimica; dovrebbe poi capire quanta energia arrivi effettivamente all’oceano di acqua, e se lì venga in qualche modo immagazzinata in specie chimiche che la mettano a disposizioni per processi biologici, come fanno gli ossidanti sulla Terra. Quanto alla chimica, si pensa che tanto il processo di formazione di Europa quanto il bombardamento di oggetti esterni subito in seguito abbiano messo a disposizione gli elementi fondamentali che consentirebbero la comparsa di vita simile a quella terrestre, ma anche questo si potrebbe verificare solo con un lander.

In ogni caso, la principale priorità del lander sarebbe quella di raccogliere campioni di acqua non ghiacciata ad almeno due profondità diverse (sotto i 2 centimetri e tra i 5 e i 10 centimetri) per studiare in dettaglio composizione e chimica, salinità, presenza di materiali organici. Altra priorità sarebbe effettuare misure sismologiche e del campo magnetico per stimare spessore e dimensioni del manto ghiacciato e dell’oceano liquido. Infine, un lander potrebbe perlustrare un’area ristretta di particolare interesse geologico per studiare quali processi (il movimento delle acque piuttosto che gli impatti di asteroidi) abbiano determinato le caratteristiche superficiali della luna. Anche questo fattore, infatti, è decisivo per comprendere se Europa sia o meno abitabile, visto che un pianeta troppo “movimentato” potrebbe risultare inadatto alla comparsa della vita, anche in presenza delle giuste condizioni chimiche.

Per saperne di più:

PERSEIDI 2013: pioggia tranquilla ma senza Luna

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Quest’anno lo sciame meteorico delle Perseidi potrà finalmente essere seguito dall’Italia in condizioni osservative decisamente molto favorevoli, almeno per quanto concerne il disturbo lunare. Il massimo teorico dello sciame è previsto per la sera del 13 agosto, e in quella data la Luna crescente (un Primo Quarto scarso) tramonterà prima della mezzanotte.
perseidi 2013
La figura mostra la posizione del radiante delle Perseidi come apparirà verso le 2:00 del mattino del 14 agosto. A quell’ora la costellazione sarà alta circa +40° sull’orizzonte di nordest e la Luna sarà ancora sotto l’orizzonte. Sebbene il picco massimo di attività sia previsto per la sera precedente, riteniamo che sarà questo l’orario più adatto per gli osservatori del nostro paese, ma pure indicata sarà la notte del 12/13, sempre tenendo a mente che lo sciame sarà comunque attivo per un periodo molto più lungo; e che nei giorni a cavallo del massimo sarà sempre possibile la caduta di grandi bolidi isolati.

Per approfondire leggere anche:

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Quella strana coppia di nubi di gas

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Crediti: Eso

Il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO ha colto questa immagine di una regione di formazione stellare molto interessante nella Grande Nube di Magellano – una delle galassie satellite della Via Lattea. Questa fotografia così nitida rivela due particolari nubi incandescenti di gas: NGC 2014, in rosso, e NGC 2020, la sua vicina blu. Sono molto diverse tra di loro, ma entrambe sono state scolpite dai potenti venti stellari di stelle caldissime appena nate che risplendono all’interno del gas facendolo brillare.

L’immagine è stata ottenuta con lo strumento FORS2 (FOcal Reducer and low dispersion Spectrograph), che lavora nella banda del visibile e del vicino ultravioletto, nell’ambito del programma Gemme Cosmiche dell’ESO.

Anche senza l’aiuto di un telescopio come il VLT, uno sguardo verso la costellazione australe del Dorado (identificata con un pesce spada o una lampuga, dorado in spagnolo) in una notte buia e limpida svela una macchia sfuocata che a prima vista sembra proprio una nube nell’atmosfera terrestre.

Crediti: Eso

Almeno, questa è probabilmente stata la prima impressione dell’esploratore Ferdinando Magellano durante il suo famoso viaggio nell’emisfero australe nel 1519. Anche se Magellano stesso fu ucciso nelle Filippine prima del suo ritorno, i superstiti del suo equipaggio annunciarono l’esistenza di questa nube e della sua sorella minore al ritorno in Europa, così che queste due piccole galassie furono poi chiamate in onore di Magellano. Non c’è dubbio che debbano essere state viste anche da altri esploratori europei prima di lui e da osservatori dell’emisfero australe, anche se ciò non risulta sia mai stato segnalato.

La Grande Nube di Magellano (LMC per Large Magellanic Cloud) produce attivamente nuove stelle. Alcune della regioni di formazione stellare sono visibili a occhio nudo, per esempio la famosa Nebulosa Tarantola. Ci sono anche altre regioni più piccole, ma non meno interessanti, che i telescopi rivelano nei loro dettagli più intricati. Questa nuova immagine del VLT esplora la coppia di nubi formata da NGC 2014 e NGC 2020.

La nube rosata a destra, NGC 2014, è una nube incandescente formata soprattutto da idrogeno gassoso. Contiene un ammasso di stelle giovani e calde. La radiazione energetica prodotta da queste nuove stelle strappa gli elettroni dagli atomi dell’idrogeno circostante, li ionizza e produce il caratteristico bagliore rosso.

Oltre a questa forte radiazione, le giovani stelle massicce producono importanti venti stellari che alla fine fanno disperdere e fluire via il gas intorno a loro. A sinistra dell’ammasso principale, una singola stella brillante e molto calda sembra aver dato inizio a questo processo, creando una cavità che sembra attorniata da una struttura a bolla, chiamata NGC 2020. Questa stella è un esempio della rara classe nota come stelle di Wolf-Rayet. Questi oggetti dalla vita molto breve sono caldissimi – la superficie arriva a dieci volte la temperatura del Sole – e molto brillanti e perciò dominano le regioni circostanti. Il distintivo colore bluastro di questo oggetto misterioso è prodotto dalla radiazione della stella calda – questa volta ionizzando atomi di ossigeno invece che di idrogeno.

I colori così soprendentemente diversi di NGC 2014 e NGC 2020 sono il risultato della diversa composizione chimica del gas circostante e della temperatura delle stelle che fanno risplendere il gas. Svolge un ruolo importante anche la distanza tra le stelle e le nubi di gas.

Immagine a largo campo di NGC 2014 e NGC 2020 nella Grande Nube di Magellano

LMC è a soli 163 000 anni luce dalla nostra galassia, la Via Lattea, e perciò è molto vicina su una scala cosmica. Questa vicinanza la rende un obiettivo importante per gli astronomi, poichè può essere studiata in maggior dettaglio rispetto ai sistemi più lontani. È stata anche una delle motivazioni che portarono a costruire telescopi nell’emisfero australe, e che alla fine condussero alla fondazione dell’ESO più di 50 anni fa. Anche se enorme su scala umana, la Grande Nube di Magellano contiene meno di un decimo della massa della Via Lattea e si estende per appena 14 000 anni luce – la Via Lattea al contrario copre circa 100 000 anni luce. Gli astronomi definiscono la Grande Nube una galassia nana irregolare; la sua irregolarità, combinata con la prominente barra centrale di stelle, suggerisce che le interazioni con la Via Lattea e con l’altra galassia vicina, la Piccola Nube di Magellano, abbiano prodotto questa forma caotica.

[Fonte: Eso]

Dolomites Curiosity Observatory

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10.08: Notte di San Lorenzo. Osservazioni astronomiche e conferenza sulla buiometria con Francesco Giubbilini.

Info e prenotazioni: 0437.67010 e 348.7391001
E-mail: aron.lazzaro@gmail.com
www.rifugioscarpa.it

ASSOCIAZIONE CASCINESE

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10.08: La notte delle stelle cadenti. StarParty presso l’Osservatorio Astronomico di Montecatini Val Di Cecina.

Per informazioni: D. Antonacci 347.4131736
domenico.antonacci@astrofilicascinesi.it
www.astrofilicascinesi.it

10-12 Agosto LE NOTTI DELLE STELLE

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Il più atteso appuntamento dell’estate astronomica durante il quale le associazioni astrofile proporranno una o più serate dedicate all’osservazione delle Perseidi. L’iniziativa è abbinata a “Calici di Stelle”, manifestazione enogastronomica promossa il 10 agosto dall’Associazione Nazionale Città del Vino.

Per conoscere l’evento più vicino a voi:
http://divulgazione.uai.it/index.php/Calici_di_stelle
www.uai.it

ASTROINIZIATIVE UAI Unione Astrofili Italiani

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09.08 La notte di San Lorenzo Attività in cattedrale San Lorenzo in collaborazione col Museo Diocesano. Itinerario guidato sulle tracce di San Lorenzo. Osservatorio Astronomico del Righi, Duomo di San Lorenzo (GE).

http://www.osservatoriorighi.it
www.uai.it

Associazione Astrofili Centesi

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9/11 agosto: Serate sotto le stelle 2013! Le notti delle stelle cadenti.

Per info: 346.8699254 astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it

Un anno di Curiosity

Una schermata del gioco online della NASA per “guidare” Curiosity sulla superficie di Marte. http://mars.jpl.nasa.gov/explore/curiosity/

Dodici mesi di manovre, scavi, raccolta di campioni, analisi, fotografie. Il tutto sintetizzato in un video in bianco e nero di appena due minuti. Ecco una delle sorprese rilasciate dal Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA per festeggiare il primo compleanno di Curiosity, il rover della NASA che dalla superficie di Marte sta tenendo la Terra con il fiato sospeso.

Il filmato è realizzato grazie a 556 frames scattati tra Agosto 2012, inizio dell’avventura nel Cratere Gale, seguendo il rover nel suo tragitto di 1,6 chilometri in direzione del Monte Sharp, fino a Luglio 2013. Tutto contribuisce a restituire l’atmosfera emozionante dell’impresa: l’avvicendarsi irregolare di giorno e notte (dovuto ai vari momenti del giorno marziano in cui le immagini sono state scattate), l’alternarsi frenetico tra le attività del rover che abbassa e alza il suo braccio elettronico, accende e spegne i vari strumenti. Fino allo scorrere dei paesaggi marziani che, per quanto alieni, ricordano tutti in modo sorprendente un deserto terrestre, con le sue rocce, montagne e pianure.  Ad aggiungere pathos, infine, le riprese in soggettiva: realizzate con l’inquadratura di un vero film d’azione,  grazie alla Hazard-Avoidance camera (Hazcam), una camera di servizio, montata su Curiosity per “sorvegliare” le sue mosse e tenere il rover lontano dagli ostacoli mentre esegue la sua missione.

E malgrado gli ostacoli, di cose ne ha fatte, Curiosity, nel suo primo anno di missione. I dati parlano chiaro: 190 GB di dati raccolti, 36700 le immagini ad alta risoluzione inviate a terra, vari campioni di 2 diverse rocce analizzati e 75000 impulsi laser sparati per studiare il suolo.  I risultati scientifici non sono da meno: già dai suoi primi mesi di attività il rover ha rivelato la presenza di antichi fiumi che scorrevano in passato sul pianeta e, dall’analisi chimica dei campioni raccolti, ha mostrato l’esistenza degli elementi chimici base per l’esistenza della vita. Curiosity si è anche cimentato nello studio della composizione dell’atmosfera con un dettaglio mai raggiunto prima e infine, in preparazione alle missioni con presenza umana, il rover sta raccogliendo dati per studiare i rischi che correrà un futuro equipaggio sul pianeta rosso.

Tutto ciò merita grandi festeggiamenti, e come al solito, quando si tratta di coinvolgere il pubblico, la NASA non si tira indietro. In questi giorni sono previste una serie di sorprese di cui questo filmato è solo una  tappa. Tra i contenuti già regalati al pubblico e pubblicati in un’apposita sezione del sito di Curiosity, segnaliamo un gioco online in 3D grazie al quale è possibile guidare il rover sulla superficie di Marte (vedi l’immagine qui sotto che riporta uno screenshot). Il tutto culminerà il 6 Agosto, anniversario  dell’arrivo sul pianeta rosso, quando è prevista una diretta web dove si ricorderanno gli attimi di terrore dell’atterraggio (vedi questo video) e nella quale si discuterà del futuro dell’esplorazione marziana. La diretta, trasmessa prima dal Jet Propulsion Laboratory JPL, in California, poi da NASA Headquarters, Washington, verrà diffusa in web streaming su NASA TV e chi usa i social media potrà partecipare formulando domande prima e durante l’evento su Twitter e Google+.
Sentendo in questo modo, Marte ancora più vicino.

Una schermata del gioco online della NASA per “guidare” Curiosity sulla superficie di Marte. http://mars.jpl.nasa.gov/explore/curiosity/

Risorse online:

ASTROINIZIATIVE UAI Unione Astrofili Italiani

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08.08: Ai confini del Sistema Solare

www.uai.it

Gruppo Amici del Cielo

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08.10: “Pratica di stazionamento del telescopio, puntamento degli oggetti celesti”.

Per informazioni e iscrizioni:
didattica@amicidelcielo.it.
www.amicidelcielo.it

Gruppo Amici del Cielo

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08.10: “Pratica di stazionamento del telescopio, puntamento degli oggetti celesti”.

Per informazioni e iscrizioni:
didattica@amicidelcielo.it.
www.amicidelcielo.it

Gruppo Astrofili Rozzano

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08.08: “L’Astronomia dei raggi cosmici”.

Informazioni GAR: 380.3124156 e 333.2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
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Il più piccolo esopianeta mai fotografato

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Il pianeta GJ 504 B è chiaramente visibile, in alto a destra, come una macchiolina bianca a una distanza di 43.5 unità astronomiche dalla stella GJ 504. Crediti: M. Kuzuhara, University of Tokyo/SEEDS Survey
Il pianeta GJ 504 B è chiaramente visibile, in alto a destra, come una macchiolina bianca a una distanza di 43.5 unità astronomiche dalla stella GJ 504. Crediti: M. Kuzuhara, University of Tokyo/SEEDS Survey

Uno dice like e subito viene in mente Facebook. Ma like è anche un suffisso, in inglese. E di quelli comodi assai: un trattino, e ti trasforma un nome in aggettivo. Così da permettere sintesi mirabili come quella che descrive l’ultimo trofeo portato a casa da Subaru, il telescopio giapponese da 8.2 metri sulla cima del Mauna Kea, alle Hawaii: a Jupiter-like planet around a Sun-like star. Che tradotto in una lingua priva del pratico like sarebbe un pianeta simile a Giove in orbita attorno a una stella simile al Sole. Niente di straordinario, dite? Già, se non fosse che quel mondo Jupiter-like (nome in codice: GJ 504 b) è il più piccolo del quale esista una fotografia: quella, appunto, scattata da Subaru.

L’ultimo censimento dice che sono circa 900, i pianeti confermati in orbita attorno a stelle diverse dal Sole. Di questi, però, pochissimi sono quelli realmente osservati attraverso un telescopio: nella maggior parte dei casi si tratta di conferme per via indiretta, vuoi perché inducono variazioni nella velocità radiale della stella madre, vuoi perché transitandole davanti ne riducono per qualche tempo la luminosità apparente. E i pochi immortalati sono tutti molto grandi e – almeno per gli standard cosmici – molto giovani: non più di 50 milioni di anni.

Peccato, perché le osservazioni dirette permettono di ottenere informazioni cruciali, come quelle relative alla luminosità, alla temperatura, all’atmosfera e all’orbita di questi mondi. D’altronde, piccoli e opachi come sono rispetto alla stella madre, riuscire ad adocchiarli è davvero un’impresa: è come cercare di vedere una lucciola mentre volteggia attorno a un faro lontano, dicono gli scienziati.

Insomma, non è roba da Instagram: per provarci, occorre la migliore attrezzatura possibile e un team di astronomi esperti. Come quelli del progetto SEEDS: formato da ricercatori del TiTech (Tokyo Institute of Technology), dell’Università di Tokyo e dell’NAOJ (l’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone), SEEDS ha a disposizione un telescopio come Subaru – non nuovo a questi exploit – equipaggiato di tutto punto, dal coronografo all’ottica adattiva. Strumenti indispensabili, questi due, per rimuovere rispettivamente la luce accecante della stella madre e le perturbazioni introdotte dall’atmosfera terrestre. Ma occorre anche parecchia pazienza: per avere la certezza che quello individuato fosse davvero un pianeta, e non una stella sullo sfondo, sono state necessarie ben sette osservazioni.

Il risultato ha però premiato la tenacia: il puntino isolato nei pressi di GJ 504 (una stella a circa 60 anni luce dalla Terra, visibile anche a occhio nudo nella costellazione della Vergine), con una massa stimata compresa fra le 3 e le 8 volte quella di Giove e più o meno 160 milioni di anni d’età, è l’esopianeta più piccolo e più antico che mai sia stato rilevato direttamente fino a oggi. Una tappa cruciale verso l’osservazione diretta, in un prossimo futuro, d’un mondo Earth-like. E quella sì che sarà un’immagine da condividere in bacheca.

Per saperne di più:

Congiunzione tra Luna e Venere

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Congiunzione Luna Venere

Congiunzione Luna Venere

La sera del 9 agosto, a partire dalle 20:30, si ripeterà la congiunzione tra Luna e Venere del 10 luglio, questa volta con il nostro satellite alto +5° e distanziato dal pianeta di soli 6°.

Al Planetario di Ravenna

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06.08: “Il cielo e il tempo: i cicli astronomici” di Oriano Spazzoli.

Prenotazione consigliata.
Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html –
www.arar.it

Al Planetario di Ravenna

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06.08: “E pare stella che tramuti loco…” Le stelle cadenti di agosto di Paolo Morini, Sara Ciet.

Prenotazione consigliata.
Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html –
www.arar.it

Dolomites Curiosity Observatory

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3/4 agosto: Workshop: astrofotografia paesaggistica notturna. Riprendere la Via Lattea e il paesaggio utilizzando un inseguitore astrofotografico. Materiale richiesto per ogni sessione: reflex, treppiede, portatile con Photoshop, Lightroom o programmi equivalenti. Richiesta la prenotazione.

Info e prenotazioni: 0437.67010 e 348.7391001
E-mail: aron.lazzaro@gmail.com
www.rifugioscarpa.it

ASTROINIZIATIVE UAI Unione Astrofili Italiani

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02.08: La Costellazione dello Scudo

www.uai.it

ASSOCIAZIONE CASCINESE

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02.08: Osservazione e fotografia profondo cielo.

Per informazioni: D. Antonacci 347.4131736
domenico.antonacci@astrofilicascinesi.it
www.astrofilicascinesi.it

Gruppo Astrofili Rozzano

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Escursioni in montagna, a Pian dell’armà (PV), per l’osservazione degli astri: 2/3, 9/10, 30/31 agosto.

Informazioni GAR: 380.3124156 e 333.2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

Associazione Astrofili Centesi

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02.08: “La volta delle stelle: serata guidata alla scoperta delle bellezze del cielo”.

Per info: 346.8699254 astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it

Unione Astrofili Bresciani Lumezzane (Brescia)

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Stage astronomico a Lumezzane (BS). Dal 2 al 4 agosto presso l’Osservatorio Serafino Zani, dal pomeriggio fino a notte inoltrata. L’iniziativa è rivolta a quanti vogliono passare tre notti al telescopio non da semplici curiosi. Durante lo stage vengono approfondite le principali tecniche di ripresa ed elaborazione di immagini. Il corso è strutturato su due livelli: uno “base” e uno “avanzato”, per chi già possiede una esperienza pratica osservativa. La prenotazione è obbligatoria e i posti disponibili sono 20.

Per informazioni sullo stage 030.872164.
Per info: Tel. 348.5648190
osservatorio@serafinozani.it
www.astrofilibresciani.it

Gruppo Astrofili Rozzano

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01.08: “Lenti gravitazionali”.

Informazioni GAR: 380.3124156 e 333.2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

Le Notti dell’Astronomia a Noci 30/07-10/08

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Si svolgerà nella splendida cornice della Dimora Albireo nella campagna di Noci (Ba) a pochi km. dal mare Ionio e Adriatico. L’evento propone letture del cielo, spettacoli multimediali, degustazioni enogastronomiche, mostre e corsi, tenuti da esperti nel campo dell’Astronomia:

Corso di Astronomia teorico-pratica per tutti a cura di Alessandro Schillaci.
Corso di Fotografia Notturna e Astronomica a cura di Domenico Romano.
Mostra fotografica “Antartide” a cura di Domenico Romano.
Osservazioni stellari sulle tracce di miti e costellazioni a cura di Agostino Giampietro.
Il seminario “Viaggio Virtuale nell’Universo” nella saletta multimediale della Dimora Albireo a cura di Angelo Mascialino.

Inoltre il 10 agosto per la serata conclusiva della manifestazione verrà installato il Planetario Itinerante a cura di Gabriele Catanzaro. Alla strumentazione professionale in dotazione alla Dimora Albireo, si aggiungeranno quest’anno, numerosi strumenti tra cui un grande Telescopio Newton di 40 cm di apertura. Prenotazione obbligatoria per corsi e serata conclusiva, con versamento anticipato di una quota di adesione.

L’evento patrocinato dall’Unione Astrofili Italiani è a cura dalla Bottega dei Mondi Impossibili e dall’Associazione Apotema e si avvale della prestigiosa collaborazione con il Planetario di Roma, l’Osservatorio Comunale di Acquaviva delle Fonti, la Cooperativa Omnia.

Info e prenotazioni: Cell: 345 3568484 / 349 1481513. Email: alessandro.schillaci@roma1.infn.it
Per programma e aggiornamenti disponibile anche la pagina Facebook. www.facebook.com/AstroCorsi
www.albireopuglia.it – www.osservatorioacquaviva.it

Al Planetario di Ravenna

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30.07: “Stelle e costellazioni del cielo australe” di Massimo Berretti.

Prenotazione consigliata.
Per info: tel. 0544-62534 – E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html –
www.arar.it

Circolo Culturale Astrofili Trieste

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29.07: “Stelle di neutroni e Pulsar” di A. Pasqua.

Informazioni: cell. 329.2787572 – ccat@libero.it
www.astrofilitrieste.it

Ecco il Sole visto da IRIS

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La stessa porzione dell’atmosfera solare ripresa a sinistra dalla sonda SDO e a destra da IRIS. Dal confronto è evidente il netto incremento di dettaglio raggiunto. Crediti: NASA/SDO/IRIS

La stessa porzione dell’atmosfera solare ripresa a sinistra dalla sonda SDO e a destra da IRIS. Dal confronto è evidente il netto incremento di dettaglio raggiunto. Crediti: NASA/SDO/IRIS

Dopo il lancio perfetto, l’immissione in orbita a circa 650 km di quota e qualche giorno per i test e le calibrazioni degli strumenti, la NASA ha rilasciato la prima immagine ufficiale ottenuta dal satellite IRIS (Interface Region Imaging Spectrograph) dedicato allo studio del Sole e in particolare a una specifica porzione della sua atmosfera, che si trova tra la fotosfera, ovvero la regione visibile del disco solare e la corona, lo strato più esterno dell’atmosfera della nostra stella.

La qualità delle riprese, come ci si attendeva, è davvero elevatissima. Non ci vuole molto a capirlo, confrontando nell’immagine composita qui sopra lo stesso campo di vista del Sole ripreso dagli strumenti di SDO, un altro osservatorio solare orbitante della NASA, con quello mappato da IRIS. “Questa splendida immagine e le altre che ci stanno arrivando da IRIS ci permetteranno di comprendere come la zona più interna dell’atmosfera solare riesca a fornire l’energia necessaria a tutti quei fenomeni che osserviamo svilupparsi attorno al Sole” ha commentato Adrian Daw, Mission Scientist di IRIS. “Ogni volta che si osserva qualcosa con un livello di dettaglio mai raggiunto prima, si aprono nuove porte alla conoscenza. C’è sempre quell’elemento potenziale di sorpresa”.

La prima immagine di IRIS, ottenuta lo scorso 17 luglio, mostra la presenza di una gran quantità di strutture sottili e filamentose mai osservate prima, che vengono interpretate come la traccia evidente di notevoli sbalzi di densità e temperatura all’interno questa regione, anche su scale molto piccole, dell’ordine di solo qualche centinaio di chilometri. Le immagini di IRIS rivelano anche un’altra peculiarità, ovvero piccole zone ben delimitate che in breve tempo acquistano luminosità per poi altrettanto velocemente oscurarsi. Attraverso il loro studio gli scienziati potranno capire come l’energia viene trasportata e assorbita in questa zona del Sole.

Planetario e Osservatorio Astronomico di Cà del Monte

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28.07, ore 16:00 e 17:00: “Laboratorio, catturare e leggere la luce del Sole. Costruiamo uno spettroscopio!” Prenotazione consigliata.

Info e prenotazioni: 327 7672984
osservatorio@osservatoriocadelmonte.it
www.osservatoriocadelmonte.it

ISON, una cometa frizzante

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Questa immagine di C/2012 S1 (Cometa ISON) è stata scattata dal telescopio spaziale della NASA Spitzer il 13 giugno 2013, quando la cometa si trovava a 500 milioni di chilometri dal Sole. (Credit: NASA/JPL-Caltech/JHUAPL/UCF)

Questa immagine di C/2012 S1 (Cometa ISON) è stata scattata dal telescopio spaziale della NASA Spitzer il 13 giugno 2013, quando la cometa si trovava a 500 milioni di chilometri dal Sole. (Credit: NASA/JPL-Caltech/JHUAPL/UCF)

La cometa ISON (ufficialmente nota come C/2012 S1) impegnerà gli studi degli astronomi ancora per molti mesi ed è ormai costantemente sotto osservazione. Il 13 giugno scorso un gruppo di ricerca della NASA, utilizzando il telescopio spaziale Spitzer, ha ripreso la cometa per 24 ore, durante il suo primo viaggio nel Sistema Solare interno, notando una particolare “effervescenza” dalla sua superficie, probabilmente dominata da emissioni di anidride carbonica che formano una coda di 300.000 chilometri. Le immagini sono state riprese con le fotocamere montate su Spitzer e funzionanti nelle lunghezze d’onda del vicino infrarosso, 3.6 micron (a sinistra) and 4.5 micron (a destra).

“Abbiamo calcolato che ISON sta emettendo un milione di chili di anidride carbonica e circa 55 milioni di chili di polvere ogni giorno”, ha detto Carey Lisse, a capo della campagna di osservazione della cometa per la NASA e ricercatrice capo all’Università John Hopkins. “Osservazioni precedenti realizzate col telescopio spaziale Hubble e con la sonda Swift Gamma-Ray Burst Mission and Deep Impact non hanno rilevato in questo modo emissioni di gas dalla cometa”. Grazie a Spitzer ora sappiamo che il gas ha funzionato come un propulsore.

Spitzer ha ripreso la cometa quando si trovava a circa 502 milioni di chilometri dal Sole, 3,35 volte più lontano della Terra (3AU). La cometa ISON ha un diametro inferiore a 4,8 chilometri e pesa circa 3,2 miliardi di chili ma è ancora troppo lontana così la sua vera dimensione e la densità non sono stati determinati con precisione. Come ogni cometa, anche ISON può essere paragonata a una grande palla di neve e ghiaccio, fatta di polvere e gas freddissimi: gli elementi principali di cui è composta sono acqua, ammoniaca, metano e anidride carbonica.

Gli esperti credono che la cometa abbia iniziato il suo lungo viaggio dalla lontana Nube di Oort circa 10.000 anni fa e il 28 novembre prossimo raggiungerà il suo perielio (il punto di minima distanza di un corpo dal Sole) passando a 1,16 milioni di chilometri dal Sole. Avvicinandosi alla nostra stella si riscalderà gradualmente e molti gas verranno rilasciati, ma la sua attività sarà dominata dall’anidride carbonica fino a circa 3 volte la distanza Terra – Sole. Gli astronomi definiscono questo limite snow line e per ISON si verificherà proprio tra luglio e agosto quando la cometa si avvicinerà a Marte. Per snow line si intende quella cintura, dove si trova anche la Terra, dove l’acqua si mantiene costantemente allo stato liquido.

ISON è stata scoperta il 21 settembre 2012 da due astronomi russi dell’International Scientific Optical Network (ISON) in Russia, Vitali Nevski e Artyom Novichonok, quando si trovava tra le orbite di Giove e Saturno. “Questa osservazione ci dà una buona immagine di una parte della composizione di ISON e dell’estensione del disco protoplanetario da cui si sono formati i pianeti“, ha detto Lisse.

“Queste osservazioni pongono le basi per ulteriori scoperte non appena partirà la campagna osservativa globale della NASA“, ha detto James L. Green, direttore del Planetary Science della NASA a Washington. “ISON è molto eccitante – ha continuato – e crediamo che i dati raccolti ci possano aiutare a spiegare la formazione del nostro sistema solare“.

Per saperne di più:

Foto di gruppo con Luna

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Avete sorriso anche voi il 19 luglio, osservando Saturno? Allora vi ritroverete ritratti, si fa per dire…, nella foto a colori che la sonda Cassini della NASA ha scattato alla Terra e alla Luna – dalla sua posizione nel sistema di Saturno a quasi 1,5 miliardi chilometri da noi – ma anche in quella in bianco e nero scattata lo stesso giorno dalla sonda Messenger – direttamente da Mercurio, a 98 milioni km di distanza, come parte di una campagna per la ricerca di satelliti naturali del pianeta.

Una delle immagini raw della terra realizzate dalla Cassini il 19 Luglio 2013. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute

Nell’immagine della Cassini (a sinistra nell’immagine di apertura) la Terra e la Luna appaiono come semplici puntini – la Terra di un azzurro pallido e la Luna di un bianco brillante – visibili tra gli anelli di Saturno.

E’ la prima volta che una camera ad alta risoluzione riesce a separare Terra e Luna come due oggetti distinti da così grandi distanze, ed è anche la prima volta che, da Terra, abbiamo saputo in anticipo che la foto stava per essere scattata. La NASA ha infatti invitato il pubblico a festeggiare l’evento cercando Saturno nel cielo e salutarlo per poi condividere le foto del saluto in rete. All’iniziativa hanno partecipato più di 20.000 persone in tutto il mondo!

«In questo ritratto non possiamo certo vedere le persone e nemmeno i singoli continenti, ma questo pallido puntino blu è un breve riepilogo di ciò che siamo stati, il 19 luglio», ha dichiarato Linda Spilker, scienziato del progetto Cassini, al Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, «questa immagine ci ricorda quanto piccolo è il nostro pianeta nella vastità dello spazio, ma testimonia anche l’ingegnosità degli abitanti di questo piccolo pianeta capaci di inviare una sonda spaziale così lontano da casa per studiare Saturno, senza dimenticare di voltarsi per un attimo indietro per una foto ricordo di casa».

Questa immagine farà parte di un mosaico più ampio del sistema di anelli di Saturno, che però sarà disponibile solo tra diverse settimane a causa delle differenti condizioni di scatto (tempi, luce, prospettiva, etc…) delle singole immagini, immagini che dovranno essere elaborate una ad una ed uniformate prima di poter essere ricomposte in un mosaico.

Il giorno dopo la "foto di gruppo" la sonda Messenger ha effettuato altri scatti del sistema Terra-Luna, in occasione del 44° anniversario dello sbarco sulla Luna. Al momento della foto, il 20 luglio, la Luna mostrava alla camera tutti e sei i siti di atterraggio delle missioni Apollo, anche se ovviamente non avrebbero potuto essere risolti. Le loro posizioni sono contrassegnate sull'immagine simulata nel pannello in basso a destra, in basso a sinistra come si mostrava invece la Terra, sempre in una simulazione. Credit: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Carnegie Institution of Washington

Contemporaneamente alla Cassini però, anche un’altra fotografa di eccezione ci stava inquadrando dallo spazio. Sempre il 19 luglio infatti, la sonda Messenger, dai dintorni di Mercurio, ha ripreso un’immagine (a destra nella foto di apertura) del nostro pianeta.

In questo scatto, stavolta in bianco e nero, la Terra e la Luna anche se appaiono molto più grandi, sono in realtà comunque di dimensioni minori di un pixel: si tratta di un effetto dovuto alla sovraesposizione dello scatto a causa delle impostazioni della camera, necessarie per catturare la luce degli oggetti potenzialmente scuri che la sonda sta cercando in orbita attorno a Mercurio.

«Che le immagini del nostro pianeta siano state acquisite in un solo giorno da due avamposti del Sistema solare, porta alla nostra attenzione gli incredibili risultati raggiunti dalla nostra nazione nel campo dell’esplorazione spaziale», dichiara Sean Solomon, Principal Investigator  della missione MESSENGER, «E poiché Mercurio e Saturno non sono poi così diversi negli esiti della loro formazione planetaria e nell’evoluzione (di un ambiente adatto alla vita n.d.r.), queste due immagini evidenziano anche quanto speciale sia la Terra. Non c’è nessun posto come casa…».

Per approfondimenti:

>> Le immagini della Terra: http://www.jpl.nasa.gov/news/news.php?release=2013-229.
>> Maggiori informazioni su Wave at Saturn: http://saturn.jpl.nasa.gov/waveatsaturn.
>> Le immagini Messenger: http://messenger.jhuapl.edu/gallery/sciencePhotos/image.php?&image_id=1228

Giove, Marte, Mercurio e Luna nei Gemelli

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Congiunzione

Congiunzione

Se le condizioni meteo lo permetteranno, la mattina del 4 agosto potremo assistere al fenomeno più spettacolare del periodo. Verso le 5:00, con il cielo ancora abbastanza scuro, la costellazione dei Gemelli sorgerà dall’orizzonte ENE punteggiata dalla presenza di ben quattro oggetti planetari: Giove (alto +15°), Marte (+11,5°), Mercurio (+3,5 gradi) e la Luna (+10°). I tre pianeti e la Luna – tutti raggruppati in un’area ampia 14 gradi – offriranno una visione davvero incantevole nel campo di un binocolo o di un telescopio (e forse ancor di più a occhio nudo); ma occorrerà fare presto, perché le osservazioni e le riprese potranno essere protratte soltanto fino alle 6:00. Nei giorni precedenti, o a seguire, mancherà soltanto la Luna e la congiunzione interesserà ovviamente soltanto i tre pianeti.