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Curiosity studia la sua prima roccia marziana

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Questa composizione di immagini mostra il primo esperimento laser eseguito dalla ChemCam a bordo del Curiosity. L'immagine di fondo è stata presa dalla Navigation Camera prima di eseguire il test, le immagini degli ingrandimenti (all'interno di cerchio e riquadro bianchi) provengono invece direttamente dalla ChemCam (abbreviazione di Chemistry and Camera). L'ingrandimento circolare mostra, in un'area di diametro di 6 cm, la pietra N165, alla quale è subito stato dato il nome di Coronation, integra prima del test. Il riquadro invece mostra, in un area larga solo 8 mm, la superficie di Coronation colpita dal laser. Credit: NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP

Il rover Curiosity continua la fase di rodaggio della strumentazione di bordo, puntando i sensori della ChemCam sulla sua “prima” roccia da studiare: un sasso appuntito a poco più di tre metri dal laboratorio mobile.

La ChemCam è dotata di un raggio laser per vaporizzare parte della superficie dei campioni esaminati, da analizzare poi con uno spettroscopio, in grado di riconoscere le specie chimiche presenti.

La roccia, classificata N165 e subito soprannominata Coronation, è stata dapprima colpita dal laser – fa un certo effetto pensare a raggi laser di astronavi terrestri in azione sul pianeta Marte – in grado di produrre una nuvoletta di vapori e detriti, che sono stati poi analizzati da un telescopio collegato con i tre spettroscopi di bordo nel visibile, infrarosso e ultravioletto, ottenendo uno spettro chimico completo.

La tecnica, denominata LIBS (Laser Induced Brekdown Spectroscopy), è stata applicata per la prima volta sul suolo di Marte in questa occasione: promette di essere uno dei più potenti strumenti di investigazione sulle caratteristiche chimiche mai usati nell’esplorazione del pianeta, con un raggio d’azione di circa 7 metri.

I computer di bordo possiedono un vasto archivio di spettri da comparare per ricavare la composizione del campione, ma i risultati dell’analisi di Coronation non sono ancora disponibili, anche se le prime indicazioni diffuse dalla NASA parlano di un profilo spettrale molto ricco, anche migliore delle simulazioni effettuate a Terra.

Un risultato preliminare incoraggiante, se si pensa che lo strumento frutto della collaborazione tra la NASA e l’Ente Spaziale francese, era stato inizialmente scartato in fase di progettazione perché ritenuto troppo costoso e di difficile realizzazione.

È bene però sgombrare il campo da un equivoco di fondo che i media continuano a propagandare erroneamente: Curiosity non è un laboratorio biochimico mobile, mandato su Marte a caccia di forme di vita o tracce di attività metabolica.

Non è, semplicemente, dotato di strumentazioni per analisi del genere: sarà invece in grado di evidenziare l’impronta chimica di tracce di vita primordiale eventualmente sviluppatasi anticamente su Marte o, in alternativa, delle testimonianze di condizioni climatiche un tempo più favorevoli.

Per il momento, le immagini che arrivano da Curiosity non appaiono molto diverse dai soliti, desolati e desolanti, aridi panorami marziani, ormai familiari, ripresi da tutte le altre sonde inviate sul Pianeta Rosso.

Intanto i tecnici del JPL hanno deciso di inviare il rover a 400 metri ad est, verso il primo target da esplorare: uno spiazzo denominato Glenelg, dove convergono terreni di tre tipologie diverse, uno dei quali appare stratificato: forse sarà il primo oggetto di perforazione, nella lunga strada che porterà Curiosity verso il pendio di Mount Sharp (se preferite Aeolis Mons), destinazione finale del rover.


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