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13 Aprile 2021
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    Uno studio presentato alla Lunar and Planetary Science Conference evidenzia la presenza di valanghe su Giapeto, la terza luna di Saturno per dimensioni, scoperta dall’astronomo italiano Giovanni Domenico Cassini il 25 ottobre 1671
    Le due immagini di Giapeto mostrano le differenze della superficie della luna, occupata per il 40% circa da un terreno scuro (albedo 0,03–0,05) e per il resto da uno molto brillante (albedo 0,5). Cortesia Cassini Imaging Team- NASA/JPL/Space Science Institute

    Estesi fronti di franamento formati da valanghe di detriti e ghiaccio sono stati individuati sui pendii di alcune formazioni geologiche di Giapeto – la terza luna di Saturno per dimensioni (1471 km di diametro) – a forma di nocciolina e divisa in un emisfero chiaro ed un emisfero scuro.

    Le slavine, che si presentano a blocchi compatti o lungo fronti lobati, sono state rilevate sul cratere Malun (riquadro A) e sui bacini Engelier (B) e Gerin (C): sono fenomeni particolari, generati da rotolamenti di materiali per lunghe distanze in lunghi periodi di tempo, capaci di alterare significativamente la morfologia dei terreni attraversati.

    Nonostante questi smottamenti ricordino gli analoghi fenomeni che si osservano sui pendii delle montagne terrestri all’arrivo del disgelo o quando l’accumulo del manto nevoso diventa di peso eccessivo, l’ampiezza e la portata delle valanghe di Giapeto non trova al momento riscontri sul nostro pianeta; neanche le slavine riprese in azione nei dirupi dei canyon della Valles Marineris di Marte raggiungono l’intensità mostrata da queste valanghe.

    Cortesia: McKinnon et. al, LPSC, 2012.

    Le valanghe si formano per fluidizzazione (formazione di letti liquidi o bolle di vapore all’interno di strati solidi) della parte a contatto col suolo di una massa di detriti: la diminuzione della densità provoca il crollo dei materiali sovrastanti e, se i detriti si trovano sulle pareti scoscese di una scarpata, ne deriva il caratteristico slittamento verso il basso con formazione di fronti di avanzamento e tendenza ad autorigenerarsi, amplificandosi fino all’esaurimento della massa detritica.

    Poiché il suolo di Giapeto, data la bassa densità media del satellite, è probabilmente costituito per la maggior parte di ghiaccio d’acqua (circa 80% di ghiaccio e 20% roccia) i ricercatori pensano che il sottosuolo della luna produca una certa quantità di calore, capace di sciogliere il ghiaccio superficiale, con fluidizzazione conseguente: l’evidenza di numerosi fenomeni periodicamente ricorrenti nelle medesime aree confermerebbe la sistematicità di questo processo.

    Non è però assolutamente chiaro come una quantità di calore tale da fluidizzare, o almeno rendere scivoloso, il ghiaccio superficiale possa essere prodotta dalla piccola luna: il periodo di rotazione sull’asse è molto lento (79 giorni), quindi l’emisfero “scuro” del satellite potrebbe teoricamente avere il tempo di assorbire il calore solare per rilasciarlo verso l’emisfero “ghiacciato”, innescando il disgelo e gli smottamenti. Ma le temperature medie stimate per le regioni equatoriali dei due emisferi sono troppo basse: – 143°C sul lato chiaro, e – 173°C sul lato scuro…un nuovo rompicapo per i planetologi, che hanno contemporaneamente annunciato la scoperta di evidenze di fenomeni simili in atto anche su Callisto e Phoebe.

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    L’articolo originale Massive Ice Avalanches on Iapetus, and the Mechanism of Friction Reduction in Long-Runout Landslides

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