Home Blog Pagina 152

A caccia di galassie fantasma

0
La galassia nana Leo IV ripresa da Hubble/NASA, ESA, and T. Brown (STScI)
La galassia nana Leo IV ripresa da Hubble/NASA, ESA, and T. Brown (STScI)

Ci sono galassie che preferiscono non farsi vedere. Gli astronomi le chiamano galassie “oscure”, o addirittura “fantasma”. Due studi pubblicati in questi giorni, uno basato sulle immagini del telescopio spaziale Hubble e l’altro sui dati del Very Large Telescope dell’ESO, illustrano due tecniche per rivelare le galassie meno visibili, sia nei dintorni della nostra galassia che ai margini dell’Universo.

Cominciamo da quelle vicine. Per anni gli astronomi si sono lambiccati sul perché alcune galassie nane nei dintorni della nostra galassia, dall’emissione luminosa estremamente flebile, contengano così poche stelle. Si pensa che queste galassie siano tra gli oggetti più piccoli e antichi dell’Universo. Sono state scoperte nell’ultimo decennio passando al setaccio le immagini dello Sloan Digital Sky Survey. Un team internazionale di ricercatori, di cui fa parteAlvio Renzini dell’Osservatorio Astronomico di Padova, ha cercato di capire perché contengano così poche stelle, in uno studio appena uscito su The Astrophysical Journal Letters.

Le immagini di Hubble di tre di queste galassie, le galassie nane Hercules, Leo IV e Ursa Major parlano chiaro. “Abbiamo ricostruito dei diagrammi estremamente accurati dell’evoluzione di questi oggetti, che mostrano che tre le galassie hanno la stessa età, 13 miliardi di anni” spiega Renzini a Media Inaf. “Hanno tutte formato stelle in fase inziale e hanno smesso di colpo, per non farlo più in vita loro.

“Queste galassie sono tutte della stessa età, quindi è chiaro che qualcosa è calato su di loro come una ghigliottina, spegnendo la formazione stellare in tutte nello stesso momento”. Ha spiegato Tom Brown dello Space Telescope Science Institute di Baltimora, leader dello studio.

La “ghigliottina” è stata probabilmente una fase della crescita dell’Universo chiamata reionizzazione. In questo periodo, circa un miliardo di anni dopo il Big Bang, la radiazione prodotta dalle prime stelle strappò via gli elettroni dagli atomi di idrogeno, ionizzando il gas di idrogeno nell’Universo. Le galassie più piccole, che non avevano abbastanza massa a proteggerle dalla violenta emissione ultravioletta che causò la reionizzazione, videro la propria riserva di gas strappata via, e si trovarono senza più materiale per fare nuove stelle.

“Poiché erano di massa molto piccola, erano più facilmente ‘evaporabili’ di altre galassie ben piùà massicce” chiarisce Renzini. “Avevano poche migliaia di masse solari in tutto, mentre un ammasso globulare ne ha circa 100 mila”.

La scoperta potrebbe spiegare il cosiddetto “problema della galassie satelliti mancanti”, per cui le galassie che orbitano attorno alla Via Lattea sembrano essere molto meno di quelle previste dalle simulazioni al computer. La spiegazione potrebbe essere appunto che, senza formazione di stelle al loro interno, molte di queste galassie restano virtualmente invisibili.

Passando a galassie più lontane, è simile il problema affrontato grazie all’utilizzo del VLT (Very Large Telescope) dell’ESO. Qui un’equipe internazionale di astronomi è riuscita ad individuare per la prima volta delle galassie oscure. Queste sono oggetti, previsti dalla teoria ma finora mai osservati, sono ricchi di gas ma praticamente privi di stelle, e sarebbero un passaggio iniziale della formazione delle galassie odierne.

Poichè sono prive di stelle, queste galassie oscure non emettono molta luce e ciò le rende molto difficili da individuare: “Il nostro approccio al problema della rivelazione di una galassia oscura è stato semplicemente quello di illuminarle con una lampada molto brillante – spiega Simon Lilly (ETH Zurigo, Svizzera) – Abbiamo cercato la luce fluorescente di un gas illuminato dalla luce ultravioletta di un quasar vicino e molto brillante. La luce del quasar fa splendere la galassia oscura attraverso un processo simile a quello per cui i vestiti bianchi si illuminano grazie alle lampade ultraviolette nelle sale da ballo”.

La zona attorno al quasar HE0109-3518 vista da VLT7ESO

Il quasar, secondo gli studiosi, non è altro che una galassia molto brillante, grande e lontana la cui sopravvivenza trae alimentazione da buchi neri massicci nel nucleo. E’ grazie soprattutto a quest’oggetto, che è stato possibile provare l’esistenza di queste importanti galassie oscure. Infatti, gli astronomi pensano che quest’ultime abbiano fornito la maggior parte del gas alle grandi galassie, formando in seguito le stelle che vediamo oggi: “Dopo molti anni di tentativi per rivelare l’emissione di fluorescenza dalle galassie oscure – ha detto Sebastiano Cantalupo dell’Università della California e primo autore della ricerca – i nostri risultati mostrano le potenzialità del nostro metodo per scoprire e studiare questi oggetti affascinanti e finora invisibili”.

Durante lo studio, gli astronomi sono stati capaci anche di individuare alcune proprietà delle galassie oscure: la loro massa di gas sarebbe di circa un miliardo di volte quella del Sole, valore tipico per galassie di piccola massa e ricche di gas nell’Universo primordiale; inoltre sono stati in grado di stimare l’efficienza di formazione stellare, minore di un fattore superiore a 100, rispetto alle tipiche galassie che formano stelle in un’epoca cosmica equivalente: “Le nostre osservazioni con il VLT – ha concluso Cantalupo – hanno fornito la prova dell’esistenza di nubi oscure, compatte ed isolate. Con questo studio abbiamo fatto un passo avanti fondamentale verso la rivelazione e la comprensione dei primi stadi sconosciuti della formazione delle galassie e di come le galassie abbiano acquisito il loro gas”. Lo studio di Cantalupo e colleghi apparirà sul prossimo numero di Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

Gruppo Astrofili Rozzano

0

14.07: “L’Astronomia Egizia”.

Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

Associazione Astrofili Centesi

0

15.07, ore 15:00: Osservazione del Sole: formazione, evoluzione e fase finale della nostra stella.

Per info: 346 8699254 –
astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it

Gruppo Astrofili Lariani – OSSERVATORIO CALBIGA STAGIONE 2012

0

14 luglio: serata di osservazione pubblica (apertura diurna).
Per i dettagli consultare il sito.

Camigliano (LU), prato antistante Villa Bruguier.
Partecipazione gratuita.
Per informazioni: Tel 3280976491
astrofili_lariani@virgilio.it
www.astrofililariani.org

Misteri e conferme nelle costellazioni BONSAI

0
Nel Cielo - Coelum 161
La cartina del mese abbraccia le piccole costellazioni della Sagitta e della Vulpecula, nelle quali si trovano gli oggetti descritti nella rubrica: il globulare M71 e gli ammassi aperti NGC 6885 e 6940, la cui posizione è indicata dai circoletti gialli.
La cartina del mese abbraccia le piccole costellazioni della Sagitta e della Vulpecula, nelle quali si trovano gli oggetti descritti nella rubrica: il globulare M71 e gli ammassi aperti NGC 6885 e 6940, la cui posizione è indicata dai circoletti gialli

Sebbene imparagonabili alle grandi che rubano la scena nelle notti estive, altre costellazioni – più piccole e decisamente più nascoste – possiedono forme così delicate da risultare alla fine, una volta imparato a riconoscerle, molto più suggestive delle prime. Stiamo pensando a piccoli gioielli come la Corona boreale, il Delfino… costellazioni che fanno “cielo” molto più di certe enormi e celebrate scatole vuote.
In questo numero parleremo di oggetti deepsky appartenenti alla Sagitta, altro incredibile esempio di perfetta costellazione bonsai, e alla Vulpecola, costellazione piccola e informe ma comunque famosa per merito della Dumbbell.

Nel Cielo - Coelum 161
Per approfondire leggi tutti i dettagli, le immagini e le mappe dettagliate, nell’articolo tratto dalla Rubrica Nel Cielo di Salvatore Albano presente a pagina 42 di Coelum n.161

Pio & Bubble Boy – Coelum n.161 – 2012

0
Vignetta Pio & Bubble Boy - Coelum 161

Vignetta Pio & Bubble Boy - Coelum 161
Questa Vignetta è pubblicata su Coelum n.161 – 2012. Leggi il Sommario. Guarda le altre vignette di Pio&Bubble Boy

Saturno, il re “nudo”

0
Una immagine "raw" di Saturno realizzata dalla Cassini. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute.

Un magnifico ritratto di Saturno. Ma è vero? O è stato “photoshoppato”? Il dubbio, ricorrente, tocca più o meno tutte le immagini che ci arrivano dalle profondità del Sistema Solare. E’ vero quello che stiamo guardando? Oppure “voi scienziati” l’avete ritoccato?

L’immagine di oggi, prodotta dalla sonda Cassini, fuga ogni dubbio e può far ricredere anche i più scettici. Ecco a voi Saturno, completamente nudo.

Una immagine "raw" di Saturno realizzata dalla Cassini. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute.

L’immagine è stata realizzata il 13 giugno scorso dalla camera ad alta risoluzione della sonda Cassini e non è stata processata in alcun modo. Quella che vedete, è una immagine raw, nuda e cruda, non trattata. Pixel per pixel, esattamente la fotografia che Cassini ha realizzato dalla notevole distanza di 2,6 milioni di chilometri dal pianeta, oltre 6 volte la distanza tra Terra e Luna.

Il sole illumina la scena dall’angolo in basso a sinistra (corrispondente alla direzione Nord, in questa strana inquadratura) e rende apprezzabile la diversa trasparenza degli anelli e le loro ombre che si allungano sul disco del pianeta, migliaia di Km più in basso. Le nuvole dell’atmosfera, ad un primo sguardo uniformi, rivelano le famose striature e strutture generate dal vento. Sono ancora visibili i segni e le cicatrici della titanica tempesta che ha devastato l’emisfero nord di Saturno gli anni passati.

Il fatto che la fotografia sia raw, oltre ad aggiungere fascino all’immagine, ci permette di seguire passo passo alcune delle operazioni di “pulitura” che generalmente vengono effettuate per migliorarne la resa estetica.  Il cielo sullo sfondo non risulta nero ma grigio scuro e per un esperto di fotoritocco sarebbe un attimo aggiustare la dinamica dell’immagine, facendo spiccare il disco chiaro del pianeta su un cielo perfettamente nero. Anche il bianco e nero è facilmente tramutabile in colori più realistici, dando enfasi alle variazioni cromatiche misurate dai vari filtri della camera. Infine, andrebbero eliminati alcuni minuscoli puntini bianchi sparsi sul disco del pianeta, dovuti ad una serie di pixel bruciati nella CCD della camera.

Tutto sommato, una serie di difetti e correzioni accettabili per uno strumento in funzione intorno a Saturno da circa 8 anni. Che continua a realizzare le sue meravigliose immagini e inviarle diligentemente verso quel puntino blu che chiamiamo Terra, a oltre un miliardo di chilometri da Saturno.

La rubrica “Immagini dal Sistema Solareè a cura della Southern Europe Regional Planetary Imaging Facility (SRPIF), la Fototeca NASA ospitata presso lo IAPS di Roma con la collaborazione dello Space Photography Laboratory (SPL), la Fototeca dell’Università dell’Arizona.

Al Planetario di Ravenna

0

12.07: “In viaggio lungo la Via Lattea” di Oriano
Spazzoli.

La prenotazione è sempre consigliata.
Per info: tel. 0544-62534, E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Al Planetario di Padova

0

Spettacoli al Planetario: il giovedì e la domenica alle 17:30, il venerdì e il sabato alle ore 21:00. Per il programma estivo di luglio e agosto consultare il sito del Planetario.
Per informazioni e prenotazioni: tel. 049 773677
E-mail: info@planetariopadova.it
Web: www.planetariopadova.it

Gruppo Amici del Cielo

0

11.07: “La ricerca della vita nel cosmo” di Dino Pezzella.

Per informazioni sulle attività del gruppo:
didattica@amicidelcielo.it
www.amicidelcielo.it

Al Planetario di Ravenna

0

03.07: 10.07: “Suggestioni di una notte stellata” di Agostino Galegati.

La prenotazione è sempre consigliata.
Per info: tel. 0544-62534, E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Giove e i suoi “cinque” satelliti

0

Le notti del 10 e 11 luglio, sarà davvero curioso fotografare Giove e il suo corteo di satelliti Medicei. Chi ci provasse potrebbe infatti ottenere una foto simile alle due simulazioni visibili nella figura in basso, dove i satelliti sono cinque e non quattro!

Ovviamente, il “quinto satellite” è in realtà una stella. Infatti, poco prima dell’alba, Giove si presenterà ai telescopi con un intruso tra i suoi satelliti: omega Tauri, di mag. +4,9, che da una notte all’altra andrà a occupare l’estremità del corteo delle quattro lune maggiori.

Trovato il bosone di Higgs: ma cos’è veramente?

Prima di tutto, meglio non chiamarla particella di Dio.

Questo è un nome sensazionalistico e molto, molto ambiguo, che non c’entra nulla con la scienza. Nessun fisico delle particelle ha mai pensato di darle questo nome. Per loro è semplicemente una particella cercata da tanto tempo, chiamata semplicemente bosone di Higgs.

È freschissimo l’annuncio ufficiale che al CERN di Ginevra  i dati raccolti in oltre un anno di studi sembrerebbero confermare, con un’ottima probabilità, l’esistenza di questa nuova particella, fondamentale per confermare la validità di un modello fisico che fino a questo momento era pericolosamente in bilico tra la salvezza ed un profondo precipizio. Al di là di roboanti annunci ed implicazioni più o meno mistiche, mestiere questo nel quale i giornalisti sono maestri, cos’è questo bosone di Higgs e perché è così importante? Probabilmente, anzi, sicuramente, non cambierà le nostre vite quotidiane, ne di certo dimostra l’esistenza di Dio (si, mi è capitato di sentire anche quest’affermazione tra le varie fazioni che si scontrano senza sapere di preciso di cosa si sta parlando). Il bosone di Higgs è una particella estremamente importante per tutti i fisici ed è stata una scommessa, a quanto pare vinta, dei modelli che descrivono i mattoni fondamentali della materia e come essi interagiscono per formare le strutture che vediamo, dagli atomi alle stelle.

Il modello standard delle particelle fondamental

A partire dagli anni 60 del secolo scorso, i fisici delle particelle avevano compreso che tutta la materia era formata dalla combinazione di alcune, poche, particelle fondamentali. A tal proposito fu compilata una tabella, una specie di tavola periodica delle particelle, detta modello standard. In questa speciale tabella trovano posto due gruppi di particelle fondamentali (particelle che non si possono più dividere): quark e leptoni sono chiamati fermioni e rappresentano le lettere dell’alfabeto attraverso le quali si costruiscono nuclei atomici e atomi. L’altro gruppo è composto dai bosoni, particelle estremamente particolari, che hanno il compito unico di trasmettere nello spazio le informazioni sulle proprietà dei fermioni.

Possiamo immaginare i bosoni come particelle utilizzate dai fermioni per comunicare e interagire tra di loro. Quando un fermione si avvicina ad un altro e vuole interagire con esso, prende il telefono e comunica attraverso l’emissione di bosoni. Ma rispetto ad una classica telefonata, c’è qualcosa di diverso. A seconda del modo in cui due fermioni vogliono comunicare, utilizzano un determinato bosone. In tutto i bosoni a disposizione sono quattro: quattro modi di comunicare tra le particelle elementari. Questo numero non è di certo casuale. Le particelle elementari, in effetti, hanno solamente quattro modi possibili per interagire tra di loro. I fisici le chiamano le quattro forze fondamentali della Natura. In realtà non tutti i fermioni hanno a disposizione tutte e quattro le interazioni. Solamente i quark hanno piena libertà di scelta. I leptoni, a cui appartengono l’elettrone e gli sfuggenti neutrini, ne hanno a disposizione solamente 3. A prescindere da questa piccola differenza, le interazioni fondamentali sono: forza elettromagnetica, forza gravitazionale, forza forte e forza debole.

Tutto l’Universo obbedisce a queste quattro forze fondamentali, dalle galassie a noi che spingiamo il carrello della spesa ostacolati dalla forza di gravità e dall’interazione elettromagnetica con il pavimento che causa l’attrito. Le prime due sono ben conosciute, le ultime un po’ meno, perché agiscono solamente su scala subatomica. Ma non è importante capire quale sia il significato delle interazioni, piuttosto è fondamentale aver chiaro che quando due particelle fondamentali “scelgono” il modo di interagire, emettono i bosoni relativi a quella determinata interazione, i quali trasmettono nello spazio tutte le informazioni necessarie per capire come dovrà essere portata avanti l’interazione.

Fin qui tutto bene. Attraverso l’interazione forte, i quark generano le particelle costituenti dei nuclei atomici: protoni e neutroni. La combinazione tra protoni e neutroni da luogo ai nuclei atomici tenuti insieme dalla forza forte, aiutati dalla forza debole responsabile di alcuni processi, come il decadimento beta. La combinazione dei nuclei atomici con gli elettroni da vita agli atomi, grazie alla forza elettromagnetica. Gli atomi si combinano e danno origine a molecole, le quali danno vita a strutture più grandi, fino ai pianeti e le stelle, regolati dalla forza di gravitazione.

Il modello così presentato sembra funzionare molto bene. Ogni particella è caratterizzata da un pacchetto di proprietà che ne costituisce la perfetta carta d’identità, tra cui possiamo citare la carica elettrica, lo spin, e molte altre che non ci interessano. La carta d’identità di ogni particella determina il comportamento ed il risultato una volta che sceglie di comunicare con un’altra particella attraverso l’emissione di bosoni.

Tuttavia nella carta d’identità manca un dato fondamentale: la massa. Il modello descrive perfettamente le proprietà e le modalità di interazione di tutte le particelle, arrivando a giustificare la formazione di tutta la materia e l’esistenza stessa dell’Universo, ma senza considerare la massa. Questo è un gran problema: è come dire di essere in grado di prevedere alla perfezione il comportamento e le proprietà dell’Universo, a patto di affermare che gli oggetti non abbiano massa, che pianeti, stelle, esseri umani siano fatti di particelle senza peso, non materiali. Per capire che questa è una grande contraddizione, non c’è bisogno di essere dei fisici: provate ad attraversare un muro e ditemi se non sentite la consistenza del cemento!

La situazione era ancora più seria, in realtà, perché se si introduceva nel modello una nuova proprietà che in qualche modo teneva conto della diversa massa delle particelle, tutto il castello crollava su se stesso: le interazioni, addirittura l’esistenza stessa della materia, non erano più giustificabili. Com’è possibile tutto questo? Il modello è sbagliato? Ma allora perché prevede così bene la realtà, a patto di non considerare la massa delle particelle? Il grande imbarazzo fu superato, almeno dal punto di vista teorico, da un fisico inglese, un certo Peter Higgs, negli anni 70. Il fisico britannico affermò che la massa è una proprietà esterna alle particelle, associata ad un campo, analogo a quelli responsabili delle quattro interazioni fondamentali, detto campo di Higgs

La massa è data dal movimento delle particelle attraverso il campo di Higgs

Il campo di Higgs può essere immaginato come una fitta trama gelatinosa che permea tutto lo spazio, nella quale le particelle si muovono e per qualche motivo incontrano una resistenza al moto. L’effetto osservato è del tutto equivalente a quello di una particella dotata di una massa intrinseca che si muove nello spazio, ma l’origine è ben diversa. Di fatto, questo modello ci dice una cosa sconvolgente: le particelle, quindi tutte le strutture dell’Universo, compresi noi, abbiamo massa, una consistenza, solamente perché ci muoviamo attraverso questa fitta rete gelatinosa che trattiene e regola i nostri movimenti. L’idea non è poi così assurda, se non altro perché il campo gravitazionale è responsabile di un effetto simile: trattiene a se i corpi, regolando le proprietà dei loro movimenti. Introducendo in termini matematici l’idea di questo campo di Higgs ed integrandola al modello standard, tutto sembra funzionare alla perfezione.

Come comunicano, però, il campo di Higgs e le particelle che lo devono sentire? È qui che entra in gioco il famoso bosone di Higgs. Sappiamo infatti che i bosoni sono i modi per comunicare una precisa interazione, quindi se esiste il campo di Higgs che da massa alle particelle, deve esistere il suo messaggero, il bosone di Higgs. Per provare l’esistenza del campo, quindi, è necessario osservare il bosone di Higgs.

Attualmente la gran parte degli sforzi dei fisici delle particelle si rivolge verso la rilevazione sperimentale di questa particella, che si pensa avere una massa circa 200 volte maggiore del protone. Per rilevare la sua presenza, occorre che gli acceleratori di particelle siano in grado di raggiungere un’energia di 200 GeV (Giga elettronVolt), teoricamente alla portata del nuovo acceleratore LHC (Large Hadron Collider) di Ginevra e del Fermilab di Chicago.

Il resto è una storia recente.  Il comunicato stampa degli scienziati delCERN ha confermato l’esistenza di questo bosone, salvando tutta la fisica delle particelle e i modelli costruiti fino a questo momento. Questa vicenda rappresenta un grande successo dell’umanità nella lunga tappa di conoscenza e comprensione dell’Universo.

Se proprio si vuole vedere un legame con Dio, con l’Universo, direi che è un bel modo per dimostrare che l’essere umano ha le potenzialità per comprenderlo; a piccoli passi, ma ci stiamo riuscendo.

Ma con il Dio prettamente religioso, non ha proprio nulla in comune.

.

Fonte: Astronomia per tutti di Daniele Gasparri

Vedi anche: Il gran giorno di Higgs

Con L’Associazione Astronomica Feltrina Rheticus alla scoperta del magico mondo delle meridiane

0

8 luglio 2012 con partenza alle ore 8:30

Dopo la bellissima esperienza svoltasi nel Maggio del 2005, a seguito del restauro di molte pregevoli meridiane antiche e della costruzione, anche ad opera di soci della nostra Associazione, di un gran numero di nuove meridiane con forme e tipologie diverse, l’Associazione Rheticus desidera riproporre la medesima iniziativa per offrire a tutti il piacere della scoperta di questo panorama rinnovato, in un magico intreccio di storia, arte, scienza e paesaggio ai piedi del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, guidati da mani e occhi esperti che sveleranno tutto ciò che c’è da conoscere sul silenzioso messaggio proveniente da questi arcani e antichi segnatempo, sulle tracce di un modo veramente naturale di scandire la giornata.
Il percorso, interamente su strada asfaltata, a parte un brevissimo tratto, prevede una percorrenza inferiore ai 30 km ed un numero massimo di 25 partecipanti.
In caso di pioggia l’iniziativa sarà annullata.

Il percorso previsto in questa manifestazione è interamente su strada asfaltata, a parte un brevissimo tratto, e prevede una percorrenza inferiore ai 30 km ed un numero massimo di 25 partecipanti muniti di bicicletta propria.

Per mappa del percorso e locandina della manifestazione vai al sito:

www.rheticus.it

Il numero massimo di partecipanti previsto è di 25 persone. Per informazioni ed iscrizioni contattare il negozio Calzature Zanandrea, Via L. Basso 2 Feltre (BL) Tel. 0439/2438 oppure scrivere tramite la pagina contatti del sito.

Il gran giorno di Higgs

0
Fabiola Gianotti, Rolf Heuer del CERN e Joe Incandela durante il seminario di Ginevra (EPA/DENIS BALIBOUSE /POOL)

Fabiola Gianotti, Rolf Heuer del CERN e Joe Incandela durante il seminario di Ginevra (EPA/DENIS BALIBOUSE /POOL)

Quando è arrivata alla slide in cui compariva per la prima volta la fatidica cifra “5 sigma” (il livello di confidenza statistica che permette ai fisici di parlare di una scoperta, e non solo di un’evidenza interessante), Fabiola Gianotti ha dovuto fermarsi, coperta da un applauso scrosciante che sembrava non finire più. Poi ha chiesto al pubblico di avere ancora un po’ di pazienza, “be patient”, prima di festeggiare, e ha finito di illustrare i dati raccolti nel 2012 da ATLAS, uno dei due esperimenti sull’acceleratore Large Hadron Collider (LHC) che cercano il bosone di Higgs, la particella fondamentale per completare il modello standard della fisica. Prima di lei John Incandela, spokesperson dell’altro esperimento CMS, aveva fatto lo stesso per i propri dati, anch’egli salutato da un lungo applauso, perché i risultati erano altrettanto confortanti. I dati sono ancora preliminari per entrambi gli esperimenti, che continueranno a lavorare a spron battuto per tutto l’anno. Ma messi assieme, sono abbastanza per parlare di un risultato epocale, che apre una nuova era per la fisica.

Entrambi gli esperimenti hanno scovato una nuova particella, della massa di 125-126 GeV, ed entrambi con un livello di confidenza statistica più che rassicurante. È sicuramente un bosone, ovvero appartiene alla classe di particelle che veicolano le forze fondamentali, ed è il più pesante mai trovato. É proprio il bosone previsto da Peter Higgs nel 1964, la particella che conferisce a tutte le altre la massa e che rappresenta l’ultimo e fondamentale tassello mancante del Modello Standard? Questo è ancora presto per dirlo con assoluta certezza. La formula ufficiale usata dal CERN è “una nuova particella compatibile con il bosone di Higgs”. Conoscere meglio le proprietà di questa nuova particella e chiudere davvero il conto con il Modello Standard sarà il lavoro quantomeno dei due esperimenti per il resto dell’anno, e poi della fisica delle particelle dei prossimi. In ogni caso, “è difficile non sentirsi eccitati per questi risultati” ha commentato il direttore della ricera del CERN Sergio Bertolucci. “Lo scorso anno avevamo annunciato che nel 2012 avremmo trovato una particella simile a Higgs o l’avremmo esclusa definitivamente. Con tutte le cautele del caso, mi pare che siamo a un punto di svolta: l’osservazione di questa nuova particella indica il cammino futuro verso una comprensione più dettagliata di quello che vediamo nei dati”.

Per Fernando Ferroni, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), “la scoperta del bosone di Higgs è il culmine di una ricerca in corso da più di quattro decenni per dimostrare la validità della teoria nota come Modello Standard della fisica delle particelle. Esperimenti come ATLAS e CMS sono il frutto di grandi collaborazioni internazionali. La componente italiana in questi esperimenti, nel personale dell’acceleratore e nella direzione del CERN è importante e molto qualificata (Fabiola Gianotti portavoce di ATLAS, Guido Tonelli portavoce emerito di CMS, Sergio Bertolucci direttore di ricerca del laboratorio). Il contributo dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è stato decisivo nella costruzione e nella messa in opera di parti cruciali dei rivelatori. Questa scoperta è anche il frutto dell’eccellenza della ricerca italiana in questo campo e dell’entusiastico contributo di tanti giovani ricercatori a tutte le diverse fasi di questa impresa”.

Giovanni Bignami, presidente dell’INAF, ricorda che se ci è voluto tanto tempo per arrivare a una conferma sperimentale dell’ipotesi di Higgs è “perché questa particella è un osso duro. L’energia a cui si trova è molto elevata, per arrivarci ci è voluta questa macchina straordinaria, LHC, che ha battuto ogni concorrenza e di cui siamo fieri come europei e in particolare come italiani, con Fabiola Gianotti a capo di uno dei due esperimenti” e ipotizza un terzetto Higgs, Gianotti e Incandela per il nobel che verrà. Poi, per quanto i risultati illustrati oggi abbiano bisogno di approfondimenti e conferme, Bignami nota che lasciano già intravedere importanti implicazioni anche in campo astrofisico. “Il valore di massa trovato per questa particella è tale che non è chiaro se l’Universo sia veramente stabile. Potrebbe essere metastabile, cioè un giorno potrebbe ripiegarsi e tornare nel vuoto da cui è uscito 13,77 miliardi di anni fa”.

.

Vedi anche: Trovato il bosone di Higgs: ma cos’è veramente?

Astrofili Veneti

0

07.07: Parco degli Alpini (PD) uscita pubblica osservativa.

Per info: info@astrofiliveneti.it
www.astrofiliveneti.it

Quella zona di Marte che Curiosity non vedrà

0
Un ritratto a falsi colori della Nili Fossae, ritratta da MRO. Credit: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

Sembra un quadro di Pollock dove il colore è l’elemento principale, in tutte le sue gradazioni e con tutti i suoi meravigliosi contrasti. Invece, l’elemento principale di questa immagine realizzata di recente dalla missione MRO è la zona marziana della Nili Fossae. Una interessantissima zona a lungo studiata come possibile target di Curiosity. Una zona dove (purtroppo) il rover non potrà atterrare.

Un ritratto a falsi colori della Nili Fossae, ritratta da MRO. Credit: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona

L’immagine è  stata realizzata il 15 Marzo 2012 dalla camera HIRISE della missione Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Nel momento in cui l’immagine è stata scattata, il Sole illuminava la scena con una inclinazione di 45 gradi sull’orizzonte e la sonda distava circa 280 Km dalla superficie del pianeta. La risoluzione a terra è di circa 50 cm/pixel. Questo vuol dire che nell’immagine, oggetti che misurano poco piu di un metro e mezzo, risultano chiaramente distinguibili. Il Nord è verso l’alto ed è inquadrata una zona della superficie del pianeta chiamata Nili Fossae.

A parte l’impatto estetico dell’immagine, simile a quello che potrebbe avere un quadro astratto, il significato scientifico è evidente. Ogni colore rappresenta un diverso minerale e l’immagine dimostra chiaramente la varietà geologica della zona. E’ identificabile il materiale espulso da un cratere da impatto  e il materiale più antico che questo impatto ha esposto. Tutto questo rende la Nili Fossae una zona molto interessante oltre che fotogenica.

Nili Fossa è una enorme frattura della superficie del pianeta larga circa 25 Km. La sua formazione è stata causata dall’impatto dell’enorme meteorite che ha creato l’Isidis Basin a est, uno dei 4 più grandi crateri da impatto di Marte. L’evento ha causato la deformazione della superficie del pianeta e dato vita a una regione in cui è visibile una grande varietà di minerali argillosi esposti in superficie. Questi depositi sono particolarmente interessanti. La loro struttura chimica contiene acqua e quindi può preservare tracce di materiale organico (cioè contenente carbonio). Nella zona sono anche presenti evidenti tracce del materiale vulcanico che ha in parte riempito la frattura formata dall’impatto.

Per tutte queste ragioni, la zona della Nili Fossae è stata a lungo tra i possibili luoghi prescelti per l’atterraggio di Curiosity, il rover a bordo della missione MSL che arriverà in questi giorni sulla superficie di Marte. Una possibilità presa in considerazione per il suo interesse scientifico, ma purtroppo scartata per cause di forza maggiore. La Nili Fossae è risultata troppo impervia e rischiosa per l’atterraggio di una sonda. Per ora, il suo mistero, può essere studiato solo attraverso questa (ed altre) magnifiche immagini catturate dallo spazio.

Per sapere di più sulla missione MSL http://www.nasa.gov/mission_pages/msl/index.html

La rubrica “Immagini dal Sistema Solareè a cura della Southern Europe Regional Planetary Imaging Facility (SRPIF), la Fototeca NASA ospitata presso lo IAPS di Roma con la collaborazione dello Space Photography Laboratory (SPL), la Fototeca dell’Università dell’Arizona.

Associazione Astrofili Centesi

0

06.07: “Costellazioni e miti: osservazione delle costellazioni estive tra scienza e mitologia.

Per info: 346 8699254 –
astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it

Gruppo Amici del Cielo

0

06.07: “Il cielo d’Estate” e osservazione del cielo coi telescopi sociali.

Per info: didattica@amicidelcielo.it
www.amicidelcielo.it

NOTTI INSOLITE AL BALÌ

0

05.07: “Scienza express” la scienza è servita.

Località San Martino – 61030 Saltara (PU)
Per orari di apertura, informazioni e contatti:
dal lunedì al venerdì 9:30 – 13:00. Tel. 0721 892390
E-mail: info@museodelbali.org
www.museodelbali.org

Un’atmosfera violenta

0

Un po’ come le comete, anche alcuni pianeti lasciano la “scia”. È la  scoperta di un team di ricercatori guidati da Alain Lecavelier, dell’Istituto di Astrofisica di Parigi (CNRS-UPMC). Grazie al telescopio spaziale NASA/ESA Hubble, i ricercatori hanno osservato che, dopo una violenta tempesta stellare, l’atmosfera del pianeta extrasolare HD 189733b ha cominciato letteralmente a evaporare.

Il team francese ha osservato l’esopianeta e la sua atmosfera con il metodo del transito, in due periodi tra il 2010 e il 2011, proprio quando la silhouette del pianeta lasciava la sua firma sulla stella HD 189733A, molto simile al Sole. HD 189733b è, invece, un pianeta gassoso come il nostro Giove e orbita ad una distanza molto ravvicinata alla sua stella (solo un trentesimo della distanza Terra/Sole). Questo porta la temperatura sul pianeta anche fino a 1000 gradi centigradi. L’atmosfera dell’esopianeta è continuamente sottoposta a violente radiazioni di ultravioletti e raggi-X.

È proprio tra la prima e la seconda osservazione che i ricercatori hanno notato il cambiamento nell’atmosfera del pianeta. “Nel 2010 – dice Lecavelier – le rilevazioni non mostravano affatto l’atmosfera. Abbiamo capito di aver scoperto qualcosa solo con i successivi studi”. Lecavelier, grazie alla scoperta, non ha solo confermato che l’atmosfera dei pianeti può evaporare se sottoposta a determinate condizioni, ma ha anche studiato quali di queste condizioni fisiche portano al cambiamento di stato dell’atmosfera.

L’evaporazione (la scia nera nella foto) non è stata causata dalle alte temperature del pianeta, ma da radiazioni ultraviolette e da raggi-X provenienti dalla stella madre, 20 volte più potenti rispetto alle radiazioni del nostro Sole. I raggi-X sono talmente potenti da riscaldare il gas presente nell’atmosfera fino a decine di migliaia di gradi, tanto da uscire dal raggio gravitazionale del pianeta.

Le osservazioni permetteranno futuri studi sulle condizioni climatiche dei pianeti fuori del nostro Sistema Solare.

Per saperne di più: Nasa.gov.

Allineamento Aldebaran, Venere, Giove e le Pleiadi il 6 Luglio

0
Aldebaran, Venere, Giove e le Pleiadi

Aldebaran, Venere, Giove e le Pleiadi

La congiunzione di metà giugno sull’orizzonte est andrà trasformandosi con il passare dei giorni; passata la Luna, resteranno Venere e Giove a dare spettacolo, raggiungendo separazioni minime di circa 5°.

Per tutta la fine del mese, e anche per i primi giorni di luglio, ci sarà poi modo di assistere a una curiosa configurazione, con Aldebaran, Venere, Giove e le Pleiadi che il 6 luglio si allineeranno formando una colonna verticale lunga circa 14°.

Peccato per l’orario non certo agevole, ma il fenomeno merita sicuramente di essere visto e soprattutto fotografato.

Gruppo Astrofili Rozzano

0

Escursioni in montagna, a Pian dell’armà (PV), per l’osservazione degli astri il 1 e 2 luglio.

Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

Gruppo Amici del Cielo

0

22.06: “Coi piedi per Terra e la testa fra le nuvole” di Pierangelo Trezzi.

Per info: didattica@amicidelcielo.it
www.amicidelcielo.it

L’energia di Saturno viene da dentro

0
Una corrente a getto nell'emisfero nord di Saturno, vista da Cassini (NASA/JPL/Caltech)

In quanto ad atmosfera, Saturno fa tutto da solo. L’energia che produce le potenti correnti a getto nella sua atmosfera, regioni in cui i venti soffiano molto più forti che sul resto del pianeta, viene dall’interno del pianeta. E non dal Sole, come avviene invece per l’atmosfera terrestre. Lo dimostra uno studio appena apparso sulla rivista Icarus, basato sulle immagini raccolte nel corso di molti anni dalla sonda Cassini.

Come spiegano Tony Del Genio del Goddard Institute for Space Studies e colleghi nell’articolo, è la condensazione di acqua causata dal riscaldamento interno di Saturno a creare variazioni di temperatura nell’atmosfera. Queste a loro volta creano perturbazioni che muovo l’aria avanti e indietro alla stessa latitudine, che a loro volta accelerano le correnti a getto.

“Sapevamo che c’erano solo due posti da cui l’atmosfera di un pianeta come Saturno o Giove può prendere energia: il Sole, o il riscaldamento interno” ha spiegato Del Genio. La missione Cassini (realizzata in collaborazione tra NASA, ESA e ASI) è ormai rimasta in orbita attorno a Saturno abbastanza a lungo da documentare, con le sue immagini, le tendenze di lungo periodo che emergono dalle variazioni quotidiane dell’atmosfera del pianeta.

Anziché una sottile atmosfera e una superficie in parte solida e in parte liquida come la Terra, Saturno è un gigante gassoso la cui spessa atmosfera è suddivisa in diversi strati di nuvole. Su di esse, ben visibili in tutte le immagini telescopiche, si muovono alcune correnti, per lo più dirette verso est. Queste correnti si verificano nei punti dove la temperatura varia bruscamente con la latitudine.

Grazie agli strumenti di Cassini, i ricercatori hanno potuto studiare per la prima volta le correnti a getto a basse altitudine e in due diverse posizioni. Un set di immagini mostrava la parte superiode della troposfera, lo strato più alto dell’atmosfera dove il calore del Sole è più forte e dove Cassini ha ripreso nuvole spesse alte. Un altro mostrava invece una regione molto più bassa, in cima a un gruppo di nuvole di ammoniaca, dove il calore del Sole arriva molto più debole. Usando un software apposito per analizzare i movimenti delle nuvole in queste due regioni tra il 2005 e i 2012, i ricercatori hanno scoperto che i vortici da cui hanno origine le correnti a getto sono più forti nella zona ad altitudine più bassa. Improbabile quindi che queste perturbazioni vengano generate dal calore solare. La spiegazione più logica è di gran lunga quella del riscaldamento interno.

PLANETARIO E OSSERVATORIO DI CA’ DEL MONTE

0

30.06: ore 21:30: “Cosmologia: tra scienza, arte e letteratura” e osservazione notturna.

Info e prenotazioni: 327 7672984
osservatorio@osservatoriocadelmonte.it
www.osservatoriocadelmonte.it

Astrofili Veneti

0

30.06: Forte Carpenedo, conferenza e serata osservativa pubblica.

Per info: info@astrofiliveneti.it
www.astrofiliveneti.it

NOTTI INSOLITE AL BALÌ

0

30.06: “Droni e realtà aumentata” a cura di Macro.

Località San Martino – 61030 Saltara (PU)
Per orari di apertura, informazioni e contatti:
dal lunedì al venerdì 9:30 – 13:00. Tel. 0721 892390
E-mail: info@museodelbali.org
www.museodelbali.org

Al Planetario di Padova

0

29.06: “Il cielo dell’estate. Saturno”.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 049 773677
E-mail: info@planetariopadova.it
Web: www.planetariopadova.it

Associazione Astrofili Centesi

0

29.06: “Il fascino del pianeta con gli anelli: Saturno, le sue caratteristiche e le sue lune”. Al telescopio: osservazione dei pianeti Marte e Saturno.

Per info: 346 8699254 –
astrofilicentesi@gmail.com
www.astrofilicentesi.it

Al Planetario di Ravenna

0

29.06: Osservazione dellla volta stellata.

La prenotazione è sempre consigliata.
Per info: tel. 0544-62534, E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Unione Astrofili Bresciani Lumezzane (Brescia)

0

29.06: “A spasso per il Sistema Solare”.

Per info: tel. 348 5648190.
E-mail: osservatorio@serafinozani.it
www.astrofilibresciani.it

Il criovulcanesimo dei satelliti di Saturno

0
Un vulcano di ghiacci scoperto su Titano dalla sonda Cassini Un vulcano di ghiacci scoperto su Titano dalla sonda Cassini

La folta schiera dei satelliti di Saturno, attualmente ne sono noti 62 ma si pensa ne esistano circa 200, mostra un fenomeno molto interessante sia dal punto di vista geologico che biologico. Un rapido sguardo ancora all’intrigante Titano ci consente di scoprire che oltre a laghi di metano e piogge di idrocarburi probabilmente possiede anche alcuni vulcani. La notizia non sarebbe importante se non fosse per il tipo di vulcanesimo che si incontra a partire da queste regioni del Sistema Solare. I vulcani di Titano non erutterebbero lava incandescente, ma materiale molto più freddo, probabilmente un miscuglio di ammoniaca, metano e una consistente porzione di acqua liquida.

Un vulcano di ghiacci scoperto su Titano dalla sonda Cassini.

I criovulcani, così vengono definiti dagli astronomi, sostituiscono i caldi silicati fusi delle montagne terrestri con materiali più volatili e freddi, proprio come il metano liquido ha sostituito il vapore acqueo sulla superficie del satellite. Non c’è da meravigliarsi più di tanto ormai: non dobbiamo basare le nostre esperienze sulle limitate situazioni che sperimentiamo qui sulla Terra; l’Universo è un luogo ben più grande e variegato. Se il magma freddo dei vulcani di Titano contiene acqua liquida è possibile che il satellite possa avere a disposizione tutti gli ingredienti per la nascita della vita. L’interazione tra l’acqua liquida e le molecole organiche presenti in atmosfera richiede solamente qualche giorno per creare gli aminoacidi, i mattoni fondamentali delle proteine. Questo intervallo di tempo è minore di quello richiesto ad una colata di acqua per congelarsi completamente sulla superficie. Dallo sviluppo delle proteine alla creazione della vita elementare il passo potrebbe essere relativamente breve e la stabilità dell’atmosfera del satellite potrebbe offrire la protezione ideale per lo sviluppo di forme di vita elementari.

Se il criovulcanesimo su Titano può esserci stato in passato, ma attualmente non si rilevano attività, non si può dire lo stesso per un altro satellite di Saturno: Encelado. Tre volte più piccolo di Titano, questa luna è stata osservata in dettaglio per la prima volta dalle sonde Voyager, che hanno rilevato subito la scarsa presenza di crateri nelle zone polari e l’elevatissima riflettività. Qual è il materiale che meglio riflette la luce del Sole, rendendo spesso difficili le nostre passeggiate in montagna? Sicuramente la neve!In effetti, la superficie di Encelado è ricoperta da ghiacci, con un’abbondante presenza di ghiaccio d’acqua.

A quanto pare questo prezioso elemento chimico sembra essere presente quasi ovunque nel Sistema Solare. Tracce d’acqua sono state addirittura rilevate anche in nebulose oscure e calde atmosfere di pianeti extrasolari. Secondo recenti osservazioni, l’acqua sembra essere una delle molecole più abbondanti dell’Universo. A pensarci bene, non potrebbe essere altrimenti. Una molecola d’acqua è formata da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno, nient’altro che il primo e terzo elemento più abbondante dell’Universo!

Gli imponenti getti di acqua dei vulcani di Encelado

La sorpresa più grande di Encelado, tuttavia, è arrivata dalle recenti osservazioni della sonda Cassini, che ha rilevato dei vulcani attivi in prossimità del polo sud. Dalle spaccature della crosta superficiale sgorgano a grande pressione getti di acqua liquida, analoghi ai geyser terrestri, ma molto più potenti. Encelado orbita all’interno del rarefatto anello E di Saturno, così debole da risultare invisibile da Terra. Si pensa addirittura che il materiale che abbia formato e continui ad alimentare l’anello provenga in gran parte dai giganteschi geyser del satellite.

Gruppo Astrofili Rozzano

0

28.06: “Forze celesti non gravitazionali”.
Relatore: Luigi Folcini.

Informazioni GAR: 380 3124156 e 333 2178016
E-mail: info@astrofilirozzano.it
www.astrofilirozzano.it

NOTTI INSOLITE AL BALÌ

0

28.06: “Baliscopio” gioco di esplorazione.

Località San Martino – 61030 Saltara (PU)
Per orari di apertura, informazioni e contatti:
dal lunedì al venerdì 9:30 – 13:00. Tel. 0721 892390
E-mail: info@museodelbali.org
www.museodelbali.org

Al Planetario di Ravenna

0

26.06: “Viaggio dalla Luna al Sole. Alla scoperta dei nostri vicini” di Agostino Galegati.

La prenotazione è sempre consigliata.
Per info: tel. 0544-62534, E-mail info@arar.it
www.racine.ra.it/planet/index.html – www.arar.it

Marte a sudest di beta Virginis

0
Marte (h = 7°; m = +0,8) passa 19' a sud di beta Virginis (m = +3,6).
Marte (h = 7°; m = +0,8) passa 19' a sud di beta Virginis (m = +3,6).
Marte (h = 7°; m = +0,8) passa 19' a sud di beta Virginis (m = +3,6).
In particolare, il 28 alle 00:00 Marte (h = 7°; m = +0,8) passa 19' a sud di beta Virginis (m = +3,6).

Il 27 e il 28 giugno, ora consigliata le 23:00, Marte apparirà sull’orizzonte di sudest alto una ventina di gradi. La peculiarità dell’osservazione sarà tutta nel puntino luminoso che per due notti di fila gli starà dappresso, a una distanza angolare di circa 20’: la stella beta Virginis, di mag. +3,6.

La nebulosa Guerra e Pace

0

VLT (Very Large Telescope) dell’ESO colpisce ancora e questa volta cattura l’immagine più dettagliata mai scattata di una regione spettacolare della nebulosa stellare NGC 6357. La nebulosa, identificata visivamente per la prima volta da John Herschel dal Sudafrica nel 1837, si trova al centro della Via Lattea nella costellazione dello Scorpione.

La straordinaria immagine mostra molte stelle giovani e calde, nubi rilucenti di gas e bizzarre formazioni di polvere scolpite dalla radiazione ultravioletta e dai venti stellari.

La regione di NGC 6357 mostrata in questa nuova immagine del VLT non è stata mai osservata dal Telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA. L’immagine è stata prodotta nell’ambito del programma “Gemme Cosmiche” dell’ESO.

Credit: ESO

Questa nuova immagine mostra un grande flusso di polvere che attraversa il centro e assorbe la luce emessa dagli oggetti più distanti. Nella parte destra è possibile vedere un raggruppamento di stelle giovani, probabilmente di qualche milione di anni, dai colori bianco-azzurro abbagliante, che si sono formate dal gas.

Al centro della nebulosa NGC 6357 si trova un ammasso luminoso di stelle di grande massa, tra le più brillanti della nostra galassia. Questa regione centrale, non visibile in questa immagine, è stata invece studiata e riprodotta molte volte dal Telescopio Spaziale Hubble della NASA/ESA (heic0619). Ma questa nuova fotografia mostra che anche le parti esterne, meno note, di questa incubatrice stellare contengono strutture affascinanti che vengono ben riprodotte dai potenti strumenti del VLT.

Nel resto della fotografia si notano delle tracce scure dovute alla polvere cosmica, ma alcune delle più affascinanti sono visbili in basso a destra, e sul lato destro della fotografia. Qui la radiazione prodotta dalle stelle giovani e luminose ha creato delle curiose strutture a colonna.

Alla fine degli anni Novanta, alcuni scienziati che lavoravano con il satellite Midcourse Space Experiment (MSX), notarono che la parte occidentale della nebulosa, brillante, sembrava una colomba, mentre la parte orientale assomigliava ad un teschio, se osservata in luce infrarossa. Per questo la battezzarono “Nebulosa Guerra e Pace”. Sfortunatamente questo strano effetto non è visibile in queste immagini nella banda ottica. Più prosaicamente, questo oggetto è a volte chiamato “Nebulosa Aragosta”.

PLANETARIO E OSSERVATORIO DI CA’ DEL MONTE

0

23.06: ore 21:30: “NATURA – Il solstizio estivo e le streghe di San Giovanni”. Escursione notturna per i rapaci e osservazione del cielo.

Info e prenotazioni: 327 7672984
osservatorio@osservatoriocadelmonte.it
www.osservatoriocadelmonte.it

Unione Astrofili Bresciani Lumezzane (Brescia)

0

23.0623/06/2012: “Festa del solstizio”.

Per info: tel. 348 5648190.
E-mail: osservatorio@serafinozani.it
www.astrofilibresciani.it