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L’impatto della pandemia sulla produzione di CO2

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La NASA misura per la prima volta diminuzioni nei livelli di CO2 dovuti all’attività dell’uomo

Era un’ipotesi basata su diversi indicatori, quella che durante la pandemia si fossero ridotte anche le emissioni di CO2. Di quanto però, con gli strumenti a disposizione, era difficile dirlo. Ora, grazie ai dati ad alta risoluzione del satellite OCO-2, gli scienziati l’hanno misurato per la prima volta

Ne abbiamo già sentito parlare verso la fine del 2020: il cambiamento dello stile di vita in quasi tutti i Paesi dell’Emisfero Settentrionale, obbligato dalla pandemia da Covid-19 [e dal primo lockdown, in particolare], ha provocato cambiamenti misurabili nei livelli di emissione di gas atmosferici connessi alle attività umane.

Ma in che termini, esattamente?

Lo dicono i risultati di un articolo pubblicato su Science Advances e firmato interamente NASA:

La riduzione delle attività umane verificatasi all’inizio del 2020 a causa della pandemia ha portato a diminuzioni senza precedenti delle emissioni di anidride carbonica (CO2)

Nonostante sia il cambiamento a breve termine più significativo mai rilevato, le quantità in gioco rimangono piccole rispetto alle variazioni climatiche e presenti nella circolazione dell’aria dovute alle variazioni stagionali o indotte da correnti e flussi biosferici.

La vera novità, piuttosto, sta nell’aver misurato e distinto, per la prima volta, le emissioni regionali e sul breve termine indotte dall’uomo e quelle, invece, di matrice più prettamente climatica.

Un’impronta umana pesante sul clima

Non perdere l’interessante approfondimento sul canale YouTube NASA: “NASA Tracks COVID-19’s Atmospheric Fingerprint”

Ma torniamo un attimo al 2020.

Il primo report della Nasa sull’argomento, lo dicevamo, risale al mese di novembre. Gli scienziati avevano confrontato le previsioni sulle emissioni generate con i modelli del Goddard Earth Observing System (GEOS) della NASA, e vi avevano sottratto i dati registrati da ben 46 paesi durante la pandemia, per un totale di 5756 siti di osservazione a terra.

In quel caso comunque, è bene precisarlo, le registrazioni riguardavano le emissioni di biossido di azoto – un comune inquinante atmosferico rilasciato dalle automobili, dagli aerei e da molte realtà industriali – e non di CO2.

L’anidride carbonica, invece, è un gas serra presente nell’atmosfera e la sua concentrazione cambia a causa di processi naturali come la fotosintesi e respirazione delle piante, lo scambio con gli oceani e le attività umane – prime fra tutte la combustione di combustibili fossili e la deforestazione.

Dalla rivoluzione industriale, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è aumentata di quasi il 49%, avvicinandosi ormai a 420 parti per milione (il superamento della soglia di 400 ppm era avvenuto, per la prima volta nella storia umana, nel 2013).

La difficoltà nel caso di questo gas è, l’abbiamo accennato, distinguere quale sia il contributo dell’uomo e quale invece dei fenomeni naturali rispetto ai cambiamenti registrati.

Un’ulteriore complicazione, poi, è dovuta al fatto che la CO2 può rimanere nell’atmosfera fino a un secolo dopo essere stata rilasciata, motivo per cui l’inerzia dell’aumento delle temperature globali connessa alle emissioni umane è così difficile da vincere.

Tornando ai dati registrati, questa stessa inerzia comporta che i cambiamenti a breve termine potrebbero perdersi nel ciclo globale del carbonio, che coinvolge i processi naturali così come quelli umani: i blocchi dell’inizio del 2020 sono una piccola parte del quadro totale di CO2 per l’anno.

Volendo citare un altro esempio, all’inizio del 2020 ci sono stati importanti incendi in Australia che hanno rilasciato un’enorme quantità di CO2 e, contemporaneamente, i ricercatori hanno osservato un maggiore tasso di assorbimento da parte delle piante in India.

Il report NASA

In questo nuovo studio gli scienziati hanno utilizzato l’Orbiting Carbon Observatory-2 (OCO-2) della NASA, che fornisce dati ad alta risoluzione grazie a spettrometri ad alta precisione progettati per raccogliere anche le più piccole fluttuazioni di CO2.

I dati, confrontati con i modelli su scala globale forniti da GEOS, hanno permesso di ottenere misurazioni con una risoluzione mensile. I risultati sono evidenti:

Nell’emisfero settentrionale la crescita nella concentrazione di CO2 causata dall’uomo è diminuita da febbraio a maggio 2020 da 0,14 a 0,62 parti per milione rispetto allo scenario previsto senza pandemia, corrispondente a una diminuzione annuale delle emissioni globali dal 3% al 13%.

 

In futuro, grazie alla sua sensibilità ed elevata risoluzione temporale, questo nuovo metodo potrà essere utilizzato per monitorare i risultati dei programmi e delle politiche di mitigazione del clima, soprattutto a livello comunitario o regionale.

Secondo le stime dei ricercatori della NASA, infatti, esso ha la capacità di rilevare i cambiamenti nella CO2 atmosferica appena un mese o due dopo che sono avvenuti, fornendo informazioni veloci e utilizzabili su come le emissioni umane e naturali si stanno evolvendo.

Fonti:

NASA Science Enables First-of-its-Kind Detection of Reduced Human CO2 Emissions

 

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