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L’avventurosa storia dei meteoriti ferrosi di Capo York – Prima Parte

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Come il fallimento di alcune spedizioni polari portò al rinvenimento di uno dei più grandi oggetti metallici mai caduti dal cielo.

La montagna di ferro degli Inuit

Risale forse a 10.000 anni addietro l’ingresso nell’atmosfera terrestre di un frammento di nucleo asteroidale, con massa stimata intorno a qualche centinaio di tonnellate, che si frantumò in atmosfera prima di cadere su un’area del diametro di circa 20 km presso Capo York in Groenlandia. In questa località, i sei più grandi meteoriti qui scoperti raggiungono complessivamente il peso di ben 58 tonnellate.

I meteoriti recuperati da Robert Peary a Capo York, esposti al pubblico in una sala dell’American Museum of Natural History di New York (http://lesinfosdelolo.free.fr/?p=120)

I primi saranno individuati dagli Eschimesi, insediatisi intorno all’anno 1000 d.C. in questa inospitale regione artica. Vivendo in completo isolamento da altre civiltà, trassero da essi il metallo utile per fabbricare rudimentali arpioni e coltelli.

Una delle prime persone a guidare l’attenzione degli esploratori europei verso queste strane pietre fu Zakaeus, un appartenente alla comunità Inuit, che nel 1817 salì di nascosto a bordo di una baleniera ormeggiata nella Disko Bay. Raggiunta la Scozia, il giovane clandestino imparò la lingua inglese, iniziò a dipingere e conobbe l’esploratore artico John Ross che l’anno seguente lo arruolò per la spedizione diretta a Thule: località scelta come base di partenza per cercare la rotta tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico. Il tanto agognato passaggio a nord-ovest, infatti, avrebbe permesso collegamenti molto più rapidi con la costa occidentale del continente americano.

La Groelandia

Giunto nelle sperdute terre ghiacciate della Groenlandia, Ross incontrò una tribù di Inuit che utilizzava dei piccoli utensili di ferro: un fatto assai strano perché nell’area non esistevano minerali contenenti quel metallo, ma soprattutto mancavano i mezzi e la tecnologia necessari a estrarlo.

Tramite l’interprete Zakaeus, l’esploratore apprese che arpioni e coltelli erano stati ottenuti martellando a freddo i frammenti prelevati da una fantomatica “montagna di ferro” che immaginò essere un meteorite.

Uno degli arpioni utilizzati dagli Eschimesi, con la parte metallica ottenuta martellando a freddo frammenti di un grande meteorite ferroso (https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d5/Meteorite_iron_harpoon.jpg)

Le analisi eseguite su questi oggetti rivelarono elevati contenuti di nichel, elemento presente in concentrazioni piuttosto modeste nei minerali di origine terrestre. Questo confermò che le scorte metalliche degli Inuit provenivano dallo spazio.

Barattando pellicce con coltelli e arpioni portati dagli equipaggi delle baleniere, gli indigeni abbandonarono lo stretto riserbo a lungo mantenuto su tale argomento e Robert Peary riuscì a farsi accompagnare finalmente là dove si trovavano i meteoriti.

Un nucleo di ferro

I meteoriti ferrosi offrono un’opportunità unica per esaminare il nucleo di un grande asteroide differenziato: ossia di un corpo roccioso che, quando si trovava ancora allo stato fuso, ha subito una separazione legata alla differente densità dei costituenti.

Gli urti subiti da un grande asteroide, cui si riferisce questa ricostruzione di fantasia, portano alla luce il suo nucleo dal quale si possono staccare meteoriti ferrosi come quelli di Capo York (credits NASA/JPL-Caltech)

Questo processo ha portato alla formazione di un nucleo composto principalmente da ferro e nichel, circondato da un guscio costituito in prevalenza da silicati di metalli che, avvicinandosi alla superficie, sono via via più leggeri.

Gli innumerevoli urti intervenuti al termine della solidificazione, inoltre, intaccano sempre più in profondità il corpo celeste,  generando così la grande varietà di meteoriti conosciuta.

Una moltitudine di frammenti vaga nello spazio e alcuni entrano nell’atmosfera terrestre, ma le sollecitazioni termiche e meccaniche ne riducono drasticamente le dimensioni prima di toccare eventualmente il suolo.

A parità di dimensioni iniziali, però, i meteoriti ferrosi hanno normalmente una maggiore coesione rispetto a tutti gli altri e ciò spiega perché spetta proprio a loro il primato in termini di grandezza.

Il più importante rappresentante di questa categoria oggi in cattività, ossia sistemato in un luogo molto lontano da quello di arrivo, si trova insieme ad alcuni compagni di viaggio nell’apposita sala realizzata all’interno dell’American Museum of Natural History di New York.

La seconda parte del racconto, legata al ritrovamento e successivo trasferimento in America dei meteoriti di Capo York, sarà pubblicata sul nostro sito (www.coelum.com) in data 21/02

Un po’ di storia – meteoriti, tesori scesi dal cielo

Nella storia della civiltà l’impiego dei metalli scandì alcune tappe fondamentali come l’Età del bronzo (iniziata intorno al IV millennio a.C.) e l’Età del ferro a partire dal XII secolo a.C. nel Mediterraneo Orientale.

La rarità del ferro metallico in natura contribuì a mantenere ben separati questi periodi e rese necessario estendere allo spazio interplanetario l’origine delle leghe ferrose impiegate da alcune antiche civiltà, risalenti all’età del bronzo, per realizzare manufatti destinati all’uso rituale.

Sumeri e Ittiti, a conferma di tale provenienza, chiamavano il ferro “metallo del cielo”, mentre gli Assiri usavano il termine “metallo di dio” e gli Egizifulmine del cielo”. Ulteriori indicazioni giungono da un testo ittita dove si precisa che, se l’oro proviene da Birununda e il rame da Taggasta, il ferro arriva dal cielo.

In effetti, confrontando la composizione dei manufatti rinvenuti dagli archeologi negli scavi con quella dei meteoriti ferrosi, si trova una tale somiglianza da spiegare la loro apparente incongruenza storica. La collana di pietre preziose e oro trovata nel 1911 a sud del Cairo, in una tomba risalente al 3200 a.C. circa, per rammentare solo uno degli esempi più noti, ha delle perline di composizione simile a quella dei meteoriti metallici.

La lama del pugnale trovato nella sepoltura di Tutankhamon fu ricavata da un meteorite ferroso (www.history.com)

Riconduce alla medesima provenienza la lega usata per forgiare il pugnale di Tutankhamon, faraone d’Egitto nel XIV secolo a.C., dove, oltre al ferro, si trova un 10% circa di nichel e tracce di cobalto. Le decorazioni eseguite sulla lama, inoltre, rivelano la grande maestria degli artigiani nel lavorare questo metallo all’epoca molto più prezioso dell’oro e quindi destinato alla realizzazione di oggetti per i corredi funerari di personaggi molto importanti.

L’usanza di impiegare i meteoriti metallici per gioielli oppure strumenti rituali fu diffusa anche all’esterno dell’area mediterranea, come testimoniano i frammenti di collana realizzati dai nativi americani che tra il 100 a.C. e il 400 d.C. abitavano i territori compresi nell’attuale stato dell’Illinois. Recenti indagini correlano questa collana con il meteorite Anocka caduto nel Minnesota, a oltre 700 km di distanza, confermando l’importante ruolo giocato dal metallo arrivato dal cielo nelle credenze magiche delle antiche popolazioni.

Si discosta sostanzialmente da ogni ritualità, invece, l’impiego pratico dei meteoriti ferrosi di Capo York che, per secoli, gli Inuit della Groenlandia destinarono alla costruzione di arpioni e coltelli indispensabili a sopravvivere nelle proibitive condizioni ambientali del loro mondo ghiacciato.

 

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