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6 Dicembre 2019
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    PERCHÉ UN PIANETA SIA ABITABILE L’ACQUA LIQUIDA NON BASTA Sono state trovate forme di vita ovunque: in Antartide, in fondo alle miniere più profonde e persino nelle acque alcaline del cosiddetto Mar Morto proliferano microrganismi d’ogni genere. Ma a Dallol, nella depressione della Dancalia, in Etiopia, nulla sembra sopravvivere, dice una ricerca pubblicata su Nature Ecology & Evolution

    Stagni iperacidi, ipersalati e caldi nel campo geotermico di Dallol (Etiopia). Nonostante la presenza di acqua liquida, questo sistema multi-estremo non consente lo sviluppo della vita, secondo un nuovo studio. Crediti: Puri López-García

    Un cratere vulcanico pieno di sale che emana fumosi gas tossici, dove l’acqua bolle in un’intensa attività idrotermale e le temperature giornaliere in inverno possono superare i 45 °C. Un ambiente ostile e multi-estremo: molto caldo, molto salino e molto acido allo stesso tempo. Non abbiamo appena varcato la porta degli inferi: siamo a Dallol, nella depressione della Dancalia, in Etiopia. È in questo luogo che un team di scienziati franco-spagnoli, guidato dalle biologhe Jodie BelillaPurificación López-García del Cnrs francese, ha scoperto come sia impossibile la permanenza di forme di vita.

    Qualche mese fa, proprio qui su Media Inaf, avevamo dato notizia di un altro studio – condotto anch’esso nel Dallol e pubblicato su Scientific Reports – che evidenziava un risultato opposto: il ritrovamento di nanobatteri. Quel territorio, così apparentemente inospitale, veniva descritto come valido esempio per la comprensione dei limiti ambientali della vita, sia sulla Terra che in altre parti del Sistema solare. E l’area geotermale del Dallol veniva proposta come analogo terrestre di un Marte primitivo (com’era tre miliardi di anni fa). Di tutt’altro avviso le conclusioni di López-García e colleghi, pubblicate ora su Nature Ecology & Evolution. «Dopo aver analizzato molti più campioni rispetto ai lavori precedenti – con controlli appropriati per evitare di contaminarli e con una metodologia ben calibrata – abbiamo verificato che in queste pozze salate, calde e iperacide la vita microbica è assente. Così come è assente nei laghi salati adiacenti, ricchi di magnesio», sottolinea López-García.

    Misurazioni della temperatura del fluido idrotermale nel mezzo di gas acidi e presenza di camini attivi. Crediti: Puri López-García

    «Esiste, questo sì, una grande varietà di archaea alofili (microrganismi primitivi che abitano in ambienti altamente salini) nel deserto e nei canyon attorno al sito idrotermale», aggiunge la biologa, «ma non nelle pozze iperacide e ipersaline, e nemmeno nei cosiddetti laghi neri e gialli di Dallol, dove abbonda il magnesio. E questo nonostante il fatto che la dispersione microbica, in quest’area, sia intensa, a causa del vento e dei visitatori umani».

    Due gli ostacoli alla vita che non permettono ai microrganismi di svilupparsi all’interno degli stagni: l’abbondanza di sali di magnesio caotropici – in grado di rompere i legami di idrogeno e causare la denaturazione delle proteine – e la simultanea presenza di condizioni quali l’ipersalinità, l’iperacidità e l’alta temperatura.

    Per confermare tutto ciò, il team di scienziati ha utilizzato vari metodi di ricerca come: il sequenziamento massiccio di marcatori genetici per rilevare e classificare i microrganismi, l’analisi chimica delle salamoie e la microscopia elettronica a scansione combinata con spettroscopia a raggi X, utilizzata per analizzare i precipitati minerali ricchi di silicio. «In altri studi, oltre alla possibile contaminazione di campioni con archaea da terre adiacenti, queste particelle minerali potrebbero essere state interpretate come cellule fossilizzate, ma in realtà si formano spontaneamente nelle salamoie anche se non c’è vita», osserva López-García, sottolineando come occorra cautela nel fare affidamento all’aspetto apparentemente cellulare – o “biologico” – di una struttura, perché potrebbe trattarsi di sistemi non viventi.

    Le cellule microbiche (a sinistra) possono essere facilmente confuse con precipitati minerali ricchi di silice (a destra). Crediti: Karim Benzerara, Puri López-García et al.

    «Non ci aspetteremmo mai di trovare la vita in ambienti simili su altri pianeti, perlomeno non vita che non si basi su una biochimica simile a quella terrestre», dice López-García, insistendo sulla necessità di avere più indizi e analizzare tutte le possibili alternative prima di giungere a una conclusione. «Il nostro studio mostra che esistono luoghi sulla superficie terrestre, come le pozze di Dallol, che sono sterili anche se contengono acqua allo stato liquido», conclude la ricercatrice, rimarcando come un criterio quale la presenza di acqua liquida, spesso utilizzato per suggerire l’abitabilità di un pianeta, non implichi necessariamente la presenza di vita.

    Per saperne di più:

    Su Coelum Astronomia leggi gli articoli di Marco Sergio Erculiani su esobiologia e vita nell’universo.


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