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20 Luglio 2019
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    Bennu, l’asteroide che “sbuffa”. Osiris-Rex, la sonda in orbita attorno a un asteroide per riportarne a casa un campione, dopo avercene mostrato la natura aspra dal terreno fortemente accidentato e costellato di massi, ci mostra ora una caratteristica di Bennu del tutto inaspettata: getti di particelle sparati dalla sua superficie!

    Una ripresa in cui è visibile un getto di particelle e sassi dalla superficie di Bennu. E' una somma di due immagini raccolte il 19 gennaio scorso, elaborate per evidenziare il dettaglio dello "sbuffo". Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona/Lockheed Martin

    Abbiamo da poco rilanciato una news Media INAF sui tanti risultati pubblicati su Nature dai dati della missione Osiris-Rex, che già dalla NASA arriva un ulteriore sorpresa che il piccolo asteroide Bennu ci ha riservato.

    Un'immagine del 7 marzo che mostra un bordo dell'emisfero sud ripreso da una distanza di 5 chilometri. Il sasso più grande di colore chiaro, più o meno al centro dell'immagine, è largo circa sette metri e mezzo. Salta all'occhio l'asperità del terreno, praticamente ricoperto da grossi massi. Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona

    In orbita attorno al NEO (Bennu è uno degli asteroidi classificati come vicini alla Terra, Near Earth Objects), la sonda Osiris-Rex, dopo avercene mostrato la natura aspra dal terreno fortemente accidentato e costellato di massi – ben oltre le previsioni del team di missione che ha quindi dovuto modificare i suoi piani iniziali per la raccolta di un campione da riportare a Terra – ci mostra ora una caratteristica di Bennu del tutto inaspettata: getti di particelle sparati dalla sua superficie!

    Che ci sia a volte una commistione tra comete e asteroidi era già successo, ma nulla del genere ci si aspettava accadesse su Bennu.

    «La scoperta dei pennacchi è una delle più grandi sorprese della mia carriera scientifica», ha dichiarato Dante Lauretta, PI della missione OSIRIS-REx presso l’Università dell’Arizona. «E il terreno così aspro va contro tutte le nostre previsioni. Bennu ci sta già sorprendendo, e il nostro entusiasmante viaggio è solo agli inizi».

    Poco dopo la scoperta del pennacchio di particelle, il 6 gennaio mentre la sonda si trovava a poco più di un chilometro e mezzo dalla superficie, il team scientifico della missione ha aumentato la frequenza delle osservazioni, rilevando la presenza di ulteriori emissioni nell’arco dei due mesi successivi. Sebbene molte di queste particelle siano state chiaramente espulse da Bennu, ne sono state invece individuate altre che orbitavano attorno all’asteroide come mini satelliti, per poi ricadere sulla sua superficie.

    Dopo una iniziale cautela, si è verificato che il tutto non rappresenta un pericolo per la sonda, e quindi si sta continuando a studiare le particelle e a ricercare nuovi sbuffi per comprendere come e perché si formino.

    «I primi tre mesi di indagine ravvicinata su Bennu di OSIRIS-REx ci hanno ricordato cosa significa andare alla scoperta: sorprese, rapidità di pensiero e flessibilità», ha commentato Lori Glaze, direttore della Divisione di Scienze Planetarie presso la sede della NASA a Washington. «Studiamo asteroidi come Bennu per comprendere l’origine del Sistema Solare. I campioni raccolti da OSIRIS-REx ci aiuteranno a rispondere ad alcune delle più grandi domande su da dove veniamo».

    Dalle osservazioni terrestri non ci si è nemmeno avvicinati a quella che è risultata essere la morfologia della superficie dell’asteroide. Ci si aspettava una superficie per lo più liscia con alcuni massi di grandi dimensioni, mentre si è rivelata ruvida e densa di massi. Le previsioni erano state fatte in base sia alle rilevazioni radar, che in base a studi e modelli di inerzia termica dell’asteroide (la sua capacità di condurre e immagazzinare calore). I modelli utilizzati finora per gli asteroidi di questo tipo si sono quindi dimostrati inadeguati, e andranno migliorati in base ai dati raccolti a distanza ravvicinata.

    Un mosaico gobale della superficie di Bennu, ottenuto dalle immagini raccolte durante la survey preliminare dalla camera PolyCam a lungo raggio (OCAMS). Anche senza poterne apprezzare i dettagli delle ultime immagini a distanza ravvicinata, è già evidente quanto complesso sia il compito di chi deve individuare una zona pulita e senza massi per la... "toccata e fuga". Crediti: NASA/Goddard/University of Arizona

    Questo significa anche che i piani per la raccolta dei campioni – il Touch-and-Go (TAG), già rinominato Bullseye TAG (occhio di bue) – andranno modificati. A causa del terreno accidentato, così come è successo per la missione giapponese Hayabusa 2 su Ryugu, non sarà possibile individuare un terreno libero dalle asperità di almeno 25 metri di raggio, e si dovrà, sempre come per la cugina giapponese, ripiegare su aree più piccole, con maggiori rischi e necessità di operazioni più precise.

    «Durante le operazioni di OSIRIS-REx nelle vicinanze di Bennu, il nostro team di volo ha dimostrato che possiamo raggiungere prestazioni di sistema che superano i requisiti di progettazione», ha dichiarato Rich Burns, project manager di OSIRIS-REx presso il Goddard Space Flight Center della NASA. «Bennu ci ha lanciato una sfida per affrontare il suo terreno accidentato, e siamo certi che OSIRIS-REx è all’altezza del compito». Accidentato e… sbuffante, aggiungiamo noi.

    Per tutte le altre scoperte ottenute fin’ora, i cui studi sono stati pubblicati su Nature nei giorni scorsi, potete consultare l’articolo Media INAF: Tutto quello che volevate sapere su Bennu.


    Sorprendente Sistema Solare
    KBO e pianeti nani alla riscossa!

    Coelum Astronomia di Marzo 2019
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