Editoriale – Coelum n.59 – 2003

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Nella rubrica della posta pubblichiamo in questo numero  due belle lettere di lettori a cui vogliamo, non rispondere, ma suggerire l’esistenza di altri punti di vista. Occupazione a cui ci dedichiamo volentieri (ricevendone giustamente rimbrotti ed inviti a pensare alle “cose nostre”) quando a nostro parere si profila pericolosamente lo spettro del “fondamentalismo” (non è questo il caso, ma drammatizzare lo scenario non guasta).
Non ho mai amato la parola “astrofilo”, e contrariamente a quanto sostenuto con passione da Antonio Bruno nel suo intervento, la trovo intrisa di una retorica ormai fuori dal tempo. E tanto più non riesco a comprendere il corto circuito mentale che per molti lega la figura dell’astrofilo “puro e duro” al gesto di chi mette l’occhio allo strumento. Non si può forse interpretare la propria passione – lo davo ormai per scontato – in mille modi diversi, in uno spettro che dalla pallida e temporanea affezione domenicale arrivi fino all’adozione incondizionata di metodi da ricercatore professionista?
Ognuno interpreti il proprio rapporto con la conoscenza secondo le proprie inclinazioni e capacità, e così sia.
E non credo che catturare fotoni con un sensore elettronico sia meno avventuroso, meritevole o romantico dell’appoggiare l’occhio all’oculare. Sono sicuro che anche l’invocato Flammarion, se fosse ancora giovanotto, sceglierebbe il mezzo più rapido per avere il maggior numero d’informazioni, passando da una tecnica all’altra con disinvoltura. Sicuramente, e in questo Bruno ha ragione, continuerebbe ad annotare tutto in un quaderno, conserverebbe il metodo… Concetto molto faticoso per molti.
Se una critica al nuovo dev’essere fatta, sceglierei di parlare piuttosto della vacuità, della leggerezza un po’ sfrontata con cui molti giovani pensano di aver acquisito in brevissimo tempo le nozioni scientifiche sufficienti a farne degli esperti di tutto (due foto ritoccate al computer e già sono lì a berciare su David Malin…).
Tranne abbandonare nel momento in cui si accorgono che aver fatto una ripresa CCD non li abilita automaticamente alla qualifica di astronomo ricercatore. E che fotografare Marte non è nulla, se verso Marte non si è già volati mille volte, o si conosce poco o nulla dei suoi moti, della storia di chi l’ha osservato fino allo sfinimento, del suo posto nell’universo.
Chi possiede tutto questo, e qui torno alla lettera di Montanari, potrebbe anche fare a meno del telescopio, della necessità di possederne uno, di osservare… Anche vivesse i suoi giorni in un bagno penale, chi possedesse questo “esprit” (come direbbe Bruno) potrebbe fare astronomia; dappertutto, anche sotto un cielo inquinato, senza sentirsi in qualche modo menomato.
Trovo infatti che l’inquinamento luminoso non debba preoccupare gli appassionati di astronomia, che comunque abitano un loro universo mentale, ma “gli altri”, quelli che s’indignano se trovano il mare sporco, e non capiscono che qualcuno li sta privando di un bene ambientale ugualmente prezioso.
Posso dirlo? È ormai da molto tempo che non ho più bisogno del cielo, non più di quanto abbia bisogno di toccare la testa di un coccodrillo per rassicurarmi della sua magnifica esistenza.
Dobbiamo farlo per “gli altri”, non per noi stessi.
Buon anno a tutti.