Editoriale – Coelum n.138 – Aprile-Maggio 2010

0

È sistematico. Ogni volta che incontro nuove persone e queste vengono a conoscenza della mia passione per l’astronomia, mi arriva la classica domanda sui buchi neri. E questo accade irrimediabilmente, qualunque siano stati il tenore e i contenuti delle conversazioni precedenti. Da parte mia la considero una condanna, una sorta di prezzo da pagare per entrare in società. Il cultore di astronomia non può mai annunciare alla dogana “niente da dichiarare”. No, perché in valigia ha comunque il pesante bagaglio del buco nero.
Devo dire che all’inizio della mia carriera (circa 30 anni fa) la cosa non mi stupiva affatto. Nelle rare occasioni in cui si sentiva parlare di scienza sui giornali o alla televisione, infatti, i giornalisti o gli intervistati di turno non perdevano occasione per magnificare con turbata meraviglia gli inquietanti comportamenti di questi fantomatici oggetti celesti… descritti sempre come assolutamente invisibili e incredibilmente voraci.
Con il tempo – pensavo – altre cose bellissime verranno scoperte e questa mania dei buchi neri verrà messa da parte…
Ma poi passavano gli anni e quel poco interesse che il grande pubblico rivolgeva periodicamente all’astronomia restava inesorabilmente fossilizzato sui buchi neri.
Il perché era per me un mistero, forse più incomprensibile dei buchi neri stessi. Nelle mie conferenze parlavo della ricerca della vita nell’universo, di cosmologia, delle comete, dell’esplorazione di Marte… ma niente! Alla fine qualcuno alzava sempre la mano per chiedere: “Sì, ma può parlarci un attimo dei buchi neri?”

Dov’è il problema, ora appare chiaro. Per stimolare l’interesse del pubblico gli astronomi e i divulgatori hanno dato fondo a un argomento che forse racchiude in sé tutto quanto un non esperto può aspettarsi dall’astronomia: “inversione” dello spazio e del tempo, invalidità delle leggi della fisica, improbabili ma possibili passaggi per altri universi… Un campionario di mirabolanti promesse di fisica alla star-trek che ha però finito per fare terra bruciata di tutto il resto.
Per un certo periodo di tempo sono arrivati in aiuto gli annunci delle scoperte dell’Hubble Space Telescope, accompagnati da fantastiche immagini che ci raccontavano dell’incredibile meraviglia della nascita di una stella, o della sua morte violenta, o dell’impatto di una cometa con un pianeta o della collisione fra due galassie. Ma poi sono anche arrivate le immagini degli immani dischi di accrescimento che nascondevano mostruosi buchi neri supermassicci all’interno di nuclei di galassie attive ed è stata nuovamente la fine… Adesso, al termine di una qualunque conferenza non si parla più soltanto di semplici buchi neri (quelli, tanto per intendersi, che si ottengono facendo esplodere una supernova particolarmente massiccia), ma anche di quelli incredibilmente più affascinanti (!) ottenuti facendo “deglutire” a un nucleo galattico l’equivalente in materia di milioni di stelle e stando a guardare come si comporta in fase digestiva.

E sarà certamente difficile, mi sa, annunciare una scoperta che possa non dico raggiungere le incredibili vette di popolarità dei buchi neri supermassicci, ma anche soltanto sfiorarle. A meno che non si trovi vita su Marte…