Editoriale – Coelum n.132 – Ottobre 2009

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Sullo scorso numero di Coelum ho avuto modo di leggere un interessante articolo di Giorgio Bianciardi intitolato “Critiche al Principio antropico di Carter”.

Nella mia ignoranza cosmologica non ho mai cercato di approfondire in che cosa consista davvero il “Principio Antropico”, ma essendomi capitata sotto gli occhi la sua formulazione, voglio divertirmi anch’io a fare un po’ di filosofia, aggiungendo le critiche “mie” a quelle riportate dall’autore.

Principio antropico “debole”: “La nostra posizione nello spazio e nel tempo è necessariamente privilegiata, in quanto compatibile con la nostra esistenza di osservatori. Poiché noi siamo qui e osserviamo l’Universo, esso deve aver permesso la nostra apparizione”.
Critica: da un lato, credo che per ciò che riguarda la frase evidenziata in grassetto il proverbiale Monsieur de La Palice (quel cavaliere francese di cui si narra che “se non fosse morto sarebbe ancora in vita”) non avrebbe saputo fare di meglio in tema di ovvietà tautologiche; dall’altro, mi sembra che quello di “posizione privilegiata” sia un concetto davvero poco significativo in questo contesto. Chi fa una cinquina secca al Lotto è certamente privilegiato rispetto alla massa dei giocatori, e tuttavia se ci sono un miliardo di giocate, è del tutto normale attendersi una ventina di cinquine secche. Ovvero, è fortunato chi la fa, ma non è per nulla strano che ce ne siano parecchie; tanto che nell’arco di parecchie settimane anche la distribuzione geografica delle vincite risulterebbe pressoché uniforme, senza alcuna area “privilegiata”.
Principio antropico “forte”: “L’Universo deve essere costruito in modo tale da permettere l’evoluzione di osservatori all’interno di esso. Se le costanti universali che sono alla base della fisica dell’universo avessero valori anche minimamente diversi, NOI non saremmo qui”.

Critica: anche in questo caso la formulazione si presenta con un certo carattere di ovvietà (oltretutto, senza tirare in ballo le costanti universali, esiste uno sterminato numero di possibili accidenti in seguito ai quali noi potremmo non essere qui), ma c’è dell’altro… Tutto il ragionamento contiene secondo me una fallacia di base, nel senso che è vero che NOI (così come siamo fatti) non saremmo qui (e neppure da qualche altra parte), ma giacché tutta la chimica seguirebbe regole completamente diverse, nulla vieterebbe che qui (o altrove) ci fosse qualcun altro (fatto in maniera completamente diversa).

In altre parole, secondo le regole della Chimica esistente, la vita può essere confinata solo in un intervallo ristretto di condizioni fisiche, simile a quello esistente sulla Terra. Se però le regole fossero diverse, lo sarebbero anche tutte le condizioni necessarie a consentire la complessità di una “chimica organica”; e qualsiasi ipotesi, sia in positivo che in negativo, circa l’evolversi di una vita senziente (ipotesi che già con la Chimica che conosciamo restano solo congetture) sarebbe comunque pura fantascienza.

C’è poi la questione sulla presunta variabilità delle costanti fondamentali dell’universo, e gli sconquassi, ad esempio, che potrebbe provocare sull’insorgere della vita un lieve cambiamento nel valore della cosiddetta “costante di struttura fine”.[BR]Questa ipotesi ed altre simili costituiscono uno dei noccioli dell’ideologia “antropica” o “antropocentrica”, ma personalmente, da chimico, sono di tutt’altro parere. È vero che se una o più costanti fossero state diverse tutta la Chimica ne sarebbe stata sconvolta, ma sarebbe potuto benissimo accadere che proprietà simili a quelle (faccio un esempio) dell’elemento chimico n. 6 le avrebbe avute l’elemento n. 10, o 12, o 14. Ovviamente ora non ci saremmo “noi”, ma ciò non toglie che sarebbe comunque potuto uscirne qualcos’altro di altrettanto stupido…