Editoriale – Coelum n.113 – 2008

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Nella posta di questo mese c’è una lettera di Alberto Bolognesi in cui il nostro lettore e collaboratore (noto per le sue posizioni eretiche nei confronti del corrente modello cosmologico) semina dubbi sul fatto che la galassia indicata da Salvatore Albano come “la più grande spirale attualmente conosciuta”, ovvero la UGC 2885, possa effettivamente essere definita tale. Bolognesi in realtà, con questa sua richiesta vuole nascostamente (ma neanche tanto) esprimere ancora una volta tutti i suoi dubbi sull’attendibilità della relazione distanza-redshift, ma
Albano ha elegantemente glissato e ha centrato la sua risposta sulla necessità di basarsi su valori di distanze ovviamente provvisorie e comunque prodotti con i più disparati metodi di misura. La cosa mi ha spinto a fare una piccola ricerca in rete che va al di là delle problematiche sollevate da Bolognesi e delle considerazioni di Albano.
In pratica, ho voluto verificare l’attendibilità, per un campione minimo di oggetti, dei valori di distanza che vengono pubblicati online nei
siti più popolari.
Ho quindi stabilito, per ogni oggetto, di prendere nota della distanza dichiarata nei primi 7 siti restituiti da Google ricercando il nome dell’oggetto (in inglese) affiancato alla parola “distance”. Con l’accorgimento di  scegliere i siti rivolti alla divulgazione e di evitare (ovviamente), gli articoli storici e di settore e le release legate al dato ottenuto al tempo.
Ho cominciato con M31, la cui distanza è stata accertata essere di 2,52 milioni di anni luce (Ignasi Ribas nel 2005, per mezzo di alcune variabili
RR Lyrae). I sette valori trovati sono, nell’ordine: 2,3 – 2,9 – 2,55 – 2,2 – 2,54 – 2,0 – 2,2, con un errore medio dell’11% e un campo di variazione  (differenza tra minimo e massimo) di 0,9 milioni di anni luce (2,0-2,9).
La stessa ricerca fatta tra i siti italiani ha invece restituito un errore più basso (8%), con una variazione di 0,3 milioni (2,2 – 2,5).
Sono poi passato ad una galassia appena più lontana, ma non così “sotto i riflettori” come M31 (ritenendo che la notorietà dell’oggetto favorisca
un aggiornamento più solerte da parte di chi gestisce il sito), e ho cercato M33, la cui distanza più accertata è attualmente quella di 2,92 milioni di anni luce (NASA/IPAC Extragalactic Database). Questi in sintesi i risultati: errore del 13%, varianza di 0,7 milioni (2,3-3,0) per gli inglesi;
errore del 18% e varianza di 1,06 milioni (2,2-3,26) per gli italiani.
In effetti con M33, galassia meno famosa, l’errore è aumentato…
Ho poi voluto provare con la più lontana NGC 891 (27,3 milioni di anni luce secondo il NASA/IPAC Extragalactic Database), ottenendo per gli
inglesi un errore del 62% e una varianza di 25 milioni di anni luce (10- 35); per gli italiani un errore del 27% e una varianza di 19 (20-39). Qui
siamo andati molto male. Certo, la distanza e quindi la dispersione delle misure ottenute dagli astronomi è molto più ampia, ma ne risulta che
quando un oggetto “non fa notizia” l’aggiornamento diventa carente e molti riportano la prima misura che capita. Con la sensazione che quando le distanze crescono fino a sfiorare i proverbiali “miliardi di miliardi” di Carl Sagan, allora si faccia meno attenzione alla precisione, come a dire “milione più, milione meno…”.
Per l’ultima ricerca mi sono così basato su un oggetto non universalmente  conosciuto (la “Veil Nebula”), ma dalla distanza più “tranquilla”
(1860 anni luce secondo Blair e colleghi, 2004).
E in effetti, l’errore è tornato su valori più contenuti: 29% con una varianza di 1200 anni luce (1300-2500) per gli inglesi, 28% e una varianza
di 1300 anni luce (1200-2500) per i siti italiani.
Intendiamoci, la mia è una ricerca fatta in poco più di due ore e senza alcuna pretesa di arrivare a delle evidenze che non siano quelle macroscopiche già conosciute da chiunque navighi in rete… La piccola morale, se vogliamo, è quella di non fidarsi mai del primo dato che si trova.

Buon 2008 a tutti!