Editoriale – Coelum n.128 – Maggio 2009

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Permettete che vi parli di me. Sono cresciuto nell’Agro Romano, figlio di contadini. Gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell’ulivo, ma del resto ben poco.
Quando osservo le fasi di Venere, ho sempre i miei genitori davanti agli occhi; li vedo seduti insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro piattuccio di formaggio. Sopra le loro teste vedo le travi del soffitto, annerite dal fumo dei secoli, e vedo le loro mani spossate dal lavoro che reggono un misero cucchiaio. Non vivono bene, ma perfino nella loro disgrazia esiste una sorta di ordine riposto, scandito da una serie di scadenze cicliche: il pavimento della casa da lavare, le stagioni che variano nell’uliveto, le decime da pagare.
Le sventure piovono loro addosso con regolarità. La schiena di mio padre non s’è incurvata tutta in una volta, ma un poco più ogni primavera, lavorando nell’uliveto: allo stesso modo che i parti, succedendosi in parti sempre uguali, sempre più facevano di mia madre una creatura senza sesso.
La forza per proseguire, mangiare, fare figli, gli viene dallo spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, dalla vista del campicello e della chiesetta, dalla spiegazione del Vangelo che ascoltano la domenica.
Si son sentiti dire e ripetere che l’occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parte che gli è assegnata.

Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno a un astro, uno fra tanti, e neppure molto importante? A che scopo potrebbe servire tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta miseria? A che scopo potrebbe servire la Sacra Scrittura, che tutto spiega, dimostrando la necessità del sudore, della pazienza, della fame, dell’oppressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori?
No: vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il cucchiaio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati.
Dunque, dicono, non c’è nessun occhio sopra di noi. Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere così, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro di tutte le cose?
Dunque, la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato; la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito.
Capite adesso perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo?

Il brano, dove un giovane frate discute con Galileo gli effetti delle sue scoperte astronomiche e giustifica l’operato della Chiesa volto a salvaguardare l’illusione della povera gente, è stato adattato da “Vita di Galileo”, di Bertolt Brecht.