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    Il team della missione Voyager 1 al NASA JPL ha inviato un comando di accensione dei propulsori: da una distanza di 21 miliardi di chilometri, la sonda ha obbedito alla perfezione.

    Una rappresentazione artistica della sonda Voyager 1 nella periferia esterna del Sistema Solare

    Per gli appassionati di esplorazione spaziale, ogni notizia che giunge a proposito delle missioni Voyager è sempre speciale. Si tratta delle missioni spaziali ancora attive più longeve e chi ha seguito tutta o parte della loro storia torna sempre con una certa nostalgia alle pietre miliari del loro viaggio nel Sistema Solare, fino a quella tarda estate di 40 anni fa quando entrambe furono lanciate cariche di tecnologia, oggi ormai obsoleta, eppure robustissima.

    Sebbene il momento in cui verrà decretata la perdita di segnale si avvicini sempre più, le notizie a proposito delle Voyager portano con sé sorprese scientifiche ancora oggi estremamente interessanti. La Voyager 1 è la sonda robotica più lontana ancora funzionante ed è l’unica a trovarsi nello spazio interstellare con la possibilità di inviare segnali a Terra da quella regione del Sistema Solare. Per questo è un po’ come l’apripista dell’umanità e in qualche modo (con materia, hardware e un intero disco di suoni ed immagini, il Golden Record) porta la seppur flebile fiaccola della nostra presenza in un universo silenzioso.

    La novità è che il team del programma Voyager ha ora a disposizione quattro propulsori di backup che non funzionavano dal 1980. Martedì 28 novembre, gli ingegneri del team hanno riacceso i quattro propulsori TCM (Trajectory Correction Maneuver, i propulsori per le manovre di correzione di traiettoria usati durante la missione di esplorazione planetaria) per la prima volta dopo 37 anni e hanno testato così la possibilità di utilizzarli per orientare l’assetto della sonda usando impulsi della durata di 10 millisecondi ciascuno.

    Ciò risulta di fondamentale importanza perché la Voyager 1 si orienta nello spazio per mezzo di piccoli propulsori che le consentono di mantenere l’assetto necessario per dirigere la sua antenna verso la Terra. Questi propulsori emettono piccoli impulsi producendo quelli che possono essere assimilati a “soffi” o “spruzzi” della durata di pochi millisecondi.

    I propulsori di assetto della Voyager 1 sono 16, disposti intorno al corpo principale alla base dell’antenna, e utilizzano idrazina come propellente (la NASA stima che la Voyager 1 abbia a disposizione abbastanza idrazina sino al 2040, mentre la sonda gemella, la Voyager 2, a causa della diversa missione compiuta, ne avrebbe solo fino al 2034).
    Dal 2014 è risultato chiaro come i propulsori di orientamento si stiano ormai degradando: nel tempo ciascuno di essi necessita di più impulsi per ottenere la variazione di assetto desiderata e a 21 miliardi di chilometri di distanza non c’è la possibilità di eseguire alcun tipo di manutenzione. Di conseguenza la NASA ha creato un gruppo di lavoro per risolvere il problema e la soluzione che ne è emersa è stata piuttosto inusuale: tentare di assegnare le manovre di assetto al gruppo di propulsori TCM, inutilizzati dall’8 novembre del 1980, quando la sonda ha salutato Saturno e terminato la “missione planetaria”.
    E’ stato così necessario andare a ripescare dati vecchi di decenni, esaminare il software scritto in un linguaggio non utilizzato da anni e verificare che l’accensione dei propulsori, se mai fosse avvenuta, non creasse danni irreparabili alla sonda.

    L’attesa per avere un responso è stata lunga: il segnale ha impiegato 19 ore e 35 minuti per raggiungere l’antenna di Goldstone, in California, ma l’esito è stato positivo! Mercoledì 29 novembre il team ha avuto conferma del perfetto funzionamento dei propulsori TCM impiegati con funzione di correzione dell’assetto.

    Suzanne Dodd

    Suzanne Dodd

    «Con questi propulsori in funzione sarà possibile estendere la vita di Voyager 1 di due o tre anni» ha riferito Suzanne Dodd, responsabile del programma Voyager al JPL di Pasadena. Ora il piano è di iniziare ad utilizzare i propulsori TCM a partire da gennaio. Per farlo sarà necessario accendere un iniettore per ogni propulsore, azione che richiede energia elettrica che, purtroppo, è una risorsa estremamente limitata a bordo, anche più dell’idrazina. L’alimentazione elettrica di bordo è fornita da RTG (Radioisotope Thermoelectric Generator), generatori elettrici che funzionano con Plutonio-238 e si stima che tra il 2020 e il 2025 non forniranno più energia sufficiente per alimentare la strumentazione di bordo.

    In ogni caso il test ha avuto un esito così chiaramente positivo che ora l’intenzione è quella di provare a riattivare i propulsori TCM anche sulla Voyager 2, sebbene i suoi propulsori di assetto non siano così compromessi come quelli della Voyager 1. Questo aumenterà le chance di estensione di vita della sonda, insieme alle probabilità di poter seguire con successo la Voyager 2 nella sua entrata nello spazio interstellare attesa tra pochi anni.

    Questa storia è un’ulteriore conferma che la tecnologia a bordo delle Voyager è estremamente robusta e capace di estrarre assi dalla manica anche a distanza di decenni. Con questo viatico per la prosecuzione delle due missioni, l’auspicio è quello di continuare ad avere notizie dalle Voyager ancora per anni, con la possibilità di confermare i dati di transizione allo spazio interstellare di Voyager 1 con analoghi risultati da parte di Voyager 2.


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