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18 Febbraio 2020
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    Portarsi dietro la casa “come una tartaruga” è quello che l’uomo ha sempre fatto, nei casi in cui non aveva la possibilità di costruirne una in loco. Ma nello spazio è un costo che non ci possiamo permettere. Si cercano soluzioni per sfruttare le risorse presenti in loco, ad esempio per le prossime colonie lunari o marziane, ma se invece queste risorse potessimo… coltivarle in tempi brevi una volta arrivati?

    Nell'immagine micelio, la parte nascosta dei funghi, che cresce su terreno simile alla regolite marziana. Credit: NASA/Ames Research Center/Lynn Rothschild

    No, non stiamo parlando di casette fatte per gnomi o fatine, come in una favola fantasy, ma parliamo di vere e proprie case per ospitare esseri umani, al di fuori della Terra. Una realtà più sostenibile e “verde” di quanto previsto invece da un’altra forma di narrativa, la fantascienza, che immagina spesso il mondo ipertecnologico del futuro, fatto per lo più di metallo e vetro. La NASA sta infatti sperimentando tecnologie che riescano ad utilizzare strutture a base di… funghi! Una risorsa che potrebbe anche risolvere problemi di sostenibilità e rispetto per l’ambiente qui sulla Terra.

    Questo progetto di “mico” architettura, condotto all’interno del NASA Innovative Advanced Concepts, è ancora nella prima fase, del tutto ipotetica, ma già i primi studi promettono bene. Si tratta di provare a “far crescere” gli habitat destinati alle colonie umane, sulla Luna o su Marte, utilizzando proprio i funghi o meglio, in particolare, la parte principale del fungo: sottili e lunghi fili sotterranei chiamata micelio.

    «Al momento i tradizionali progetti di habitat per Marte somigliano a una tartaruga, ci portiamo cioè dietro quelle che saranno le nostre case, un piano affidabile ma dall’alto costo energetico. Invece, potremmo sfruttare i miceli per coltivarci gli habitat da soli una volta arrivati a destinazione» spiega Lynn Rothschild, PI in questa prima parte del progetto.

    Uno sgabello fatto di micelio cresciuto nell'arco di due settimane. Una volta cotto diventa un oggetto di arredamento pulito e funzionale. Crediti: 2018 Stanford-Brown-RISD iGEM Team

    In definitiva, gli esploratori umani, potrebbero essere in grado di portarsi dietro in forma compatta pacchetti di funghi “dormienti”, con il vantaggio di poter restare in quello stato molto a lungo, ad esempio per la durata di un viaggio fino a Marte e oltre, per essere poi rivitalizzati e fatti crescere una volta arrivati, per fornire materiale utilizzabile per la costruzione.

    Un fungo sappiamo che è in realtà un gruppo di organismi che producono spore e si nutrono di materiale organico, come i lieviti del pane o della birra, o i funghi che mangiamo in insalata, ma lo sono anche quella poltiglia che cresce se dimentichiamo l’insalata nel frigorifero e quegli organismi che producono antibiotici come la penicillina. Quello che di solito non vediamo dei funghi è proprio il micelio, sottili filamenti che si espandono in strutture spesso molto più ampie del fungo come lo conosciamo.

    Questi filamenti, nelle giuste condizioni, possono essere stimolati a crescere per creare delle strutture, da materiali simili alla pelle ad altri simili a mattoni, risultando utili per costruire un habitat. I mattoni di questo tipo resisterebbero agli sforzi di flessione meglio del cementi armato e a quelli di compressione meglio del legno.

    Mattoni prodotti utilizzando micelio, scarti di cantiere e trucioli di legno. Crediti: 2018 Stanford-Brown-RISD Team iGEM

    Un habitat di questo tipo, per essere sostenibile, non può però limitarsi alla “costruzione” di mattoni e strutture base, ma deve prevedere un vero ecosistema complesso per far vivere e prosperare l’uomo ma anche gli organismi utili alla sua sopravvivenza: insomma, come gli astronauti, anche il micelio ha bisogno di mangiare e respirare.

    Ecco allora che entrano in gioco i cianobatteri, un tipo di batteri in grado di utilizzare l’energia solare per trasformare acqua e anidride carbonica in ossigeno e nutrimento per i funghi.

    Lynn Rothschild NASA Ames Research Center

    Il risultato quindi sarebbe una cupola in tre strati: uno strato di acqua ghiacciata, magari presa in loco (vedi anche l’articolo Dai sassi che rotolano alla colonizzazione della Luna pubblicato sul numero 239 di Coelum Astronomia), che aiuta a proteggere dalle radiazioni che penetrano fino al secondo strato, dove si trovano i cianobatteri. Questi prendono l’acqua e la luce solare che filtra dallo strato esterno, producendo ossigeno per gli astronauti e sostanze nutritive per l’ultimo strato più interno di micelio, che crescendo fornisce materiale che viene poi cotto per essere utilizzato per altre costruzioni. La cottura infatti ucciderebbe il fungo, impedendo contaminazione all’esterno, e fornirebbe integrità strutturale al materiale. Un ulteriore precauzione per evitare contaminazioni ambientali potrebbe essere quella di modificare geneticamente il fungo perché non possa sopravvivere in ambiente esterno marziano.

    Ma questo sarebbe solo l’inizio… La stessa tecnologia potrebbe essere utilizzata per sistemi di filtrazione dell’acqua e estrarre minerali dalle acqua reflue, nonché per l’illuminazione per bioluminescenza, per la regolazione dell’umidità e, ancora più visionario, per l’autoriparazione di strutture rigeneranti. Tutte cose di cui potremmo beneficiare anche sulla Terra, in un’ottica di maggior sostenibilità.

    «Quando progettiamo qualcosa per lo spazio, siamo liberi di sperimentare nuove idee e materiali molto più di quello che possiamo per la Terra. E dopo che questi prototipi sono stati ideati per altri mondi, possiamo riportarli qui», spiega Rothschild.

    Vivere in ambienti ostili come Marte e la Luna richiede nuovi modi di vivere: far crescere le case invece di costruirle, estrarre minerali dagli scarti anziché dalla roccia. Tornando però nel nostro mondo natale, possono essere convertiti in soluzioni ecologiche e sostenibili, e i funghi, che si tratti di mondi alieni o dell’evoluzione del modo di vivere qui sulla Terra, potrebbero svolgere un ruolo importante nel nostro futuro.

    Di seguito il video promozionale della ricerca presenta le “mushrooms”, in un gioco di parole tra “mushroom”, che significa fungo, e “room” che significa stanza.


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