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5 Agosto 2020
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    Su Science tre articoli presentano i risultati preliminari della missione GRAIL della NASA. Misurando le variazioni della gravità lunare con due sonde gemelle, la missione ha prodotto una mappa senza precedenti della crosta del nostro satellite. Il commento di Roberto Peron (INAF)

    Cara, vecchia, familiare – ma ancora sorprendente – Luna. Il nostro satellite naturale, il più vicino e per certi versi più studiato dei corpi celesti, ha ancora molte storie da raccontarci. La sua geologia superficiale viene studiata da secoli da Terra, e da decenni per mezzo di missioni spaziali, e rivela tracce di grandi impatti ed eruzioni vulcaniche nel passato. Ma nel corso del tempo il bombardamento di meteoriti ha cancellato la maggior parte delle tracce delle prime fasi della vita della Luna. E gli astronomi hanno ancora relativamente pochi dati su quello che c’è sotto la superficie della Luna, là dove restano i segni della sua storia.

    Un grande salto di qualità nella conoscenza della crosta lunare arriva con i primi risultati della missione GRAIL (Gravity Recovery and Interior Laboratory) della NASA, pubblicati in tre diversi articoli sul numero di questa settimana di Science.

    GRAIL, lanciata nel settembre 2011, ha il compito di studiare il campo gravitazionale lunare e, in base a questo, dedurre dettagli della topografia e composizione della crosta sottostante. Si basa su due sonde che orbitano attorno alla Luna in formazione, a una distanza prefissata l’una dall’altra. Quando una delle due passa su qualcosa (un rilievo, o una zona di diversa composizione geologica) che altera il campo gravitazionale, la distanza dalla sonda gemella varia leggermente. Messe assieme, queste variazioni permettono di costruire una mappa estremamente dettagliata della gravità della Luna.

    La mappa, in proiezione Mercatore, delle variazioni della gravità lunare misurate da Grail. Il rosso corrisponde a maggiore attrazione gravitazionale, il blu a minore. Il lato oscuro è quello al centro della mappa. Credit: NASA/ARC/MIT

    Lo stesso concetto era stato usato con grande successo sulla Terra dalla missione GRACE. Sulla Luna, questa scelta serviva ad aggirare il problema creato dal fatto che la Luna rivolge sempre la stessa faccia alla Terra, rendendo impossibile una misura fatta, per esempio, con una singola sonda che invii a terra un segnale radio: dalla faccia nascosta non arriverebbe nessun segnale. Ecco quindi l’idea di usare due satelliti che misurano la loro posizione relativa, anziché quella rispetto alla Terra. Se la missione GRACE, sulla Terra, usava il GPS per misurare le posizioni dei due satelliti, qui si è usato invece un “classico” tracking basato su segnali radio.

    “I primi risultati dalla missione GRAIL appaiono estremamente importanti, e in linea con le aspettative createsi attorno alla missione stessa” commenta Roberto Peron, che fa parte del gruppo di gravitazione sperimentale dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’INAF , gruppo diretto da Valerio Iafolla. “I due satelliti della missione GRAIL hanno prodotto i dati che sono stati utilizzati dagli autori dell’articolo per sviluppare un modello del campo gravitazionale lunare con una risoluzione mai raggiunta in precedenza.”
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    Un buon esempio del livello di dettaglio raggiunto da GRAIL sono le macchie bianche visibili nelle mappe, corrispondenti ai cosiddetti masconi, forti anomalie gravitazionali dovute a particolari concentrazioni di massa al di sotto della superficie. In particolare, sono dovuti a una forte concentrazione di massa basaltica di origine vulcanica. “I risultati della missione contribuiranno a porre vincoli sulla struttura e composizione interna della Luna, e a chiarire gli aspetti ancora sconosciuti sulla sua formazione ed evoluzione” commenta Peron.

    In particolare, il “leit motif” della missione GRAIL, spiega Maria Zuber del Massachusetts Institute of Technology che guida il team scientifico della missione, è lo studio del ruolo degli impatti nella formazione della crosta lunare. E i dati di GRAIL parlano chiaramente di una crosta che è stata letteralmente bersagliata dai meteoriti: la crosta è infatti percorsa da fratture che vanno da sottilissime fessure a vere e proprie faglie che raggiungono decine di chilometri di profondità. Oltre a frammentare profondamente la crosta, gli impatti hanno avuto l’effetto di renderla più omogenea in densità. Un altro dato che emerge dalla missione è che la crosta lunare sembra più sottile di quanto si credesse: fra i 34 e i 43 chilometri, e non tra i 50 e i 60 come si credeva.

    “Lo studio si concentra soprattutto sulla crosta” nota Peron. “A questo punto quello su cui mancano ancora informazioni definitive è il nucleo”. Peron ricorda a questo proposito che una proposta di missione tutta italiana, basata sullo stesso concetto della doppia sonda, era stata presentata qualche anno fa e portata fino alla conclusione della Fase A da un gruppo di ricerca guidato dalla scomparsa Angioletta Coradini. La proposta comprendeva anche l’uso di un accelerometro simile allo strumento ISA, sviluppato per la missione Bepi Colombo e di cui Valerio Iafolla è Principal Investigator. “Pur se la proposta MAGIA non ha avuto seguito nelle fasi successive, l’idea di utilizzo di un accelerometro ad elevata sensibilità per l’esplorazione lunare è stata portata avanti nel contesto di un rinnovato interesse di un’esplorazione diretta – con lander automatici – della superficie lunare. Infatti un accelerometro come ISA funziona allo stesso modo sia a bordo di una sonda che a terra, lavorando in quest’ultimo caso come sismometro. Una sua eventuale presenza contribuirebbe ad un monitoraggio pressoché continuo del sito di allunaggio, producendo al tempo stesso osservazioni scientifiche utili a caratterizzare meglio lo stato fisico del nucleo lunare, cosa che non sembra rientrare tra gli obiettivi scientifici prioritari di GRAIL”.

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