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24 Febbraio 2018
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    Successo travolgente per il lancio di test del Falcon Heavy di SpaceX, il gigante della flotta spaziale di Elon Musk: dopo un decollo da manuale, sono stati recuperati due dei tre primi stadi di quello che è, oggi, il lanciatore più potente del mondo. Il carico? Una Tesla Roadster con “Space Oddity” nell’autoradio

    Infografica con le fasi salienti del lancio (cliccare per ingrandire). Crediti: SpaceX

    Poesia. Non c’è altro modo per descrivere l’incredibile incontro tra perfezione tecnologica ed estetica che si è realizzato questa sera – martedì 6 febbraio, a partire dalle 21:45 ora italiana – sui cieli della Florida. E negli schermi di milioni di persone che, attraverso i dispositivi più disparati, hanno assistito in diretta al primo lancio di test di Falcon Heavy. Un lancio destinato, a ragione, a rimanere nella storia. Perché con le sue oltre 63 tonnellate di carico utile è il lanciatore di maggior potenza oggi esistente al mondo. Perché mai prima d’ora una compagnia privata aveva spedito nello spazio un razzo così potente. Perché non ci sono parole per restituire l’emozione e la bellezza di quello che è successo.

    Emozione, sì. Con tutti gli ingredienti, suspense in testa, senza farsi mancare nulla. Compreso il rinvio all’ultimo momento, dalle 19:45 alle 21:45, quasi al limite della finestra di tre ore consentita per il lancio. Giusto il tempo per far iniziare Sanremo…



    Così, mentre mezza Italia assisteva sorpresa all’incursione del contestatore sul palco dell’Ariston, sulla rampa di lancio 39A del Kennedy Space Center si accendevano i tre Falcon 9 di SpaceX – uniti insieme a formare i tre stadi del più potente lanciatore dai tempi del mitico Saturn V.



    Fiorello stava invece duettando con Baglioni sulle note di “E tu” quando, a otto minuti dal lancio, assolto il suo compito, un’altra coppia ben collaudata – i due stadi primari esterni riutilizzabili del Falcon Heavy, entrambi già usati in precedenti occasioni – rientrava sulla Terra, compiendo un doppio atterraggio simultaneo talmente spettacolare (a 300 metri l’uno dall’altro!) che, se non fosse avvenuto sotto lo sguardo ipnotizzato di migliaia di persone, riuscirebbe davvero difficile crederci.


    E se al pubblico del Festival della canzone toccava apprendere sgomento, da una telefonata, che Laura Pausini non poteva essere presente a causa di una laringite, lassù a qualche centinaia di km sopra le nostre teste, dagli altoparlanti di una Tesla Roadster rossa in volo verso Marte (o meglio, verso un’orbita solare molto ellittica, che si spingerà oltre quella del Pianeta rosso) – guidata da un manichino con tuta spaziale, e in procinto d’attraversare le fasce di Van Allen – si sarebbero potute sentire le note di “Space Oddity”, non fosse che nel vuoto le onde sonore non si propagano.

    A sbavare appena l’altrimenti mostruosa perfezione di tutta la sequenza, il mancato recupero (lo apprendiamo dal Washington Post mentre stiamo scrivendo, ancora non è stato dichiarato ufficialmente) del terzo Falcon 9, quello centrale, atteso in mare, a circa 500 km dalla costa, da una delle due autonomous spaceport drone ship di SpaceX, la rampa marina robotica “Of course I still love you”. Ma è proprio questa piccola pecca, quest’unica nota steccata, a darci la misura delle difficoltà enormi che gli uomini e le donne di SpaceX hanno saputo affrontare e superare in questi anni. E a rendere l’intera impresa un poco più umana, “Made on Earth by humans”, come inciso su un circuito stampato a bordo della Tesla e postato dallo stesso Elon Musk su Instagram poco dopo il lancio.

    Se non avete ancora visto il video del lancio e volete concedervi qualcosa di emozionante:


    Aurore Polari. Uno spettacolo di luci, colori e scienza. Storie di Novae. 1I ‘Oumuamua, il primo asteroide interstellare. E molto, molto altro ancora…

    Coelum Astronomia 219 di febbraio 2018 è online, come sempre in formato digitale e gratuito…
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