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28 Aprile 2017
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    Curiosity si imbatte in un… oggetto alieno (per Marte!): una nuova meteorite ferrosa che consente agli scienziati di osservare come l’esposizione alle condizioni della superficie marziana ne ha alterato la composizione e la struttura, oltre che dare la possibilità di studiare “pezzi” di asteroidi che a Terra non potrebbero arrivare, o arriverebbero molto più deteriorati.

    La scura pallina da golf (quelle sono le dimensioni) che vedete nella foto è un meteorite composto di ferro e nichel, come confermato dalle analisi laser, effettuate dalla ChemCam a bordo di Curiosity, del 3 ottobre. Credit: NASA/JPL-Caltech/MSSS

    Esplorando la superficie marziana, il rover americano Curiosity si è imbattuto in un meteorite caduto nei cieli del Pianeta Rosso. Il meteorite era stato individuato per la prima volta in alcune immagini scattate dalla fotocamera Mastcam il 27 ottobre; ora, nuove analisi condotte dallo spettrometro laser ChemCam confermano la natura aliena dell’oggetto.

    Di nuovo la "Egg Rock", l'immagine composita a colori ripresa dalla ChemCam, che ha il compito di analizzare la composizione chimica delle rocce incontrate dal rover a... "colpi di laser". Credits: NASA/JPL-Caltech/LANL/CNES/IRAP/LPGNantes/CNRS/IAS/MSSS

    Le analisi indicano che la roccia, soprannominata “Egg Rock”, è un meteorite ferroso, ovvero ricco di ferro e nichel.

    «L’aspetto scuro, liscio e lucido di questo bersaglio e la sua forma sferica hanno attirato l’attenzione degli scienziati non appena abbiamo ricevuto le immagini scattate da Mastcam,» spiega Pierre-Yves Meslin del CNRS.

    Le immagini erano state scattate in seguito a una breve passeggiata eseguita da Curiosity. I dati raccolti da ChemCam sono indicativi della presenza di ferro, nichel e fosforo, con altri elementi in traccia le cui concentrazioni sono ancora in fase di analisi. L’individuazione di questi elementi è stata resa possibile dall’analisi spettrale di dozzine di impulsi laser sparati verso nove diversi punti lungo la superficie del meteorite.

    Si pensa che i meteoriti ferrosi rappresentassero in origine i cuori di asteroidi ben più grandi e differenziati. Violente collisioni con altri corpi celesti avrebbero poi liberato i nuclei, che si sarebbero andati a schiantare contro i vari pianeti del Sistema Solare.
    «I meteoriti ferrosi provengono da una grande varietà di asteroidi che si sono spaccati in più pezzi, con frammenti dei loro nuclei che sono finiti sulla Terra e su Marte,» spiega Horton Newsom dell’Università del New Mexico. «Marte potrebbe aver campionato una diversa popolazione di asteroidi rispetto alla Terra».

    Studiare questo meteorite potrebbe consentire agli scienziati di osservare come l’esposizione alle condizioni della superficie marziana ne ha alterato la composizione e la struttura. Al momento, gli scienziati sospettano che il meteorite sia caduto sul Pianeta Rosso milioni e milioni di anni fa, ma ulteriori analisi della sua struttura interna forniranno una stima più accurata.

    Non è la prima volta che i rover che scorrazzano sulla superficie marziana incontrano resti di meteoriti ferrosi. Nel 2005, Opportunity ha avvistato un meteorite delle dimensioni di un cesto da basket chiamato "Heat Shield Rock" (nell'immagine qui sopra). Seguito nel 2009 dalla scoperta della "Block Island", una grande roccia scura di 0,6 metri che conteneva grandi tracce di ferro. E nel 2014, proprio Curiosity ha individuato quello che è il meteorite più grande osservato fin'ora su Marte: il "Leban", di ben 2 metri di larghezza. Tuttavia, "Egg Rock" è in qualche modo unico, in quanto il suo aspetto sembra più "fuso" di quelli incontrati nel passato. E altri particolari del suo aspetto (come ad esempio i lunghi incavi) potrebbero significare che ha perso del materiale, forse quando era ancora fuso (poco dopo quindi aver raggiunto la superficie). Credit: NASA/JPL/Cornell

    Curiosity sta attualmente esplorando le pendici del Monte Sharp, al centro del cratere Gale, in un sito noto come Murray Formation. Qui, il rover ha trovato le prove della passata presenza di un vasto bacino acquoso e di un antico ambiente potenzialmente abitabile.

    Il rover, che ormai ha superato da oltre due anni la sua missione primaria, sta mostrando i primi segni di invecchiamento. Lo strumento DAN, ad esempio, sta operando a una differenza di potenziale elettrico minore di quella prevista; tuttavia, anche qualora DAN non dovesse più essere in grado di generare neutroni, potrebbe continuare a mappare l’acqua nel suolo usando la sua modalità passiva. Anche lo strumento REMS, deputato allo studio dei venti marziani, ha recentemente manifestato dei segnali di anomalia. Oltre a questi piccoli acciacchi, Curiosity continua a operare alla perfezione.

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