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1 Aprile 2020
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    Uno studio della University of Strathclyde definisce ed elenca una nuova classe di oggetti celesti, gli Easily Retrievable Objects: asteroidi semplici da recuperare. Sarebbero gli obiettivi più adatti per una missione tesa a catturarne uno.

    Identificati i 12 migliori “EROs”

    Imbrigliare un intero asteroide come se fosse un cavallo imbizzarrito. E portarselo in laboratorio, o quanto meno su un’orbita controllata dove poterlo trivellare con agio. È già da qualche anno che le agenzie spaziali ci fanno un pensierino, a un’impresa del genere. Ed è dell’aprile scorso l’annuncio, da parte della NASA, di volerla mettere in atto (vedi l’articolo su Media INAF). Nome della missione – “Asteroid Initiative” – e sito web sono già pronti, la tecnologia pure, i dollari prima o poi arriveranno… praticamente si tratta solo di decidere quale pietrone andare a scomodare.Detto fatto: a stilare l’elenco di quelli che hanno definito EROs (Easily Retrievable Objects, dunque oggetti recuperabili facilmente), vale a dire i migliori asteroidi d’asporto del Sistema solare, ci hanno pensato tre ingegneri spaziali dell’Advanced Space Concepts Laboratory dell’Università di Strathclyde, in Scozia. Il loro studio, pubblicato sul numero di agosto di Celestial Mechanics and Dynamical Astronomy, dopo aver illustrato le caratteristiche dei candidati ideali, individua i 12 più adatti fra quelli conosciuti.

    Qual è dunque l’identikit di questi bersagli designati per il primo take away spaziale d’un intero corpo celeste? Piccoli, vicini ed economici da trasportare. Certo, trattandosi d’asteroidi, piccolo e vicino sono concetti relativi: non stiamo parlando di prodotti tascabili, insomma, né di chilometro zero. La distanza minima all’intersezione orbitale del più prossimo alla Terra, quello identificato dalla sigla 2008 UA202, è di appena 0,00025 unità astronomiche, vale a dire poco più di 37 mila chilometri. E il più piccolo, 2006 RH120 (che è anche il primo della lista, il più adatto fra i più adatti), ha un diametro compreso fra i 2,3 e i 7,4 metri: nel migliore dei casi, poco meno di una Smart.

    Ma è il terzo parametro quello decisivo: l’economicità del trasporto, o più precisamente il transfer cost. Trattandosi di oggetti spaziali ai quali è necessario imprimere una nuova orbita, il transfer cost è rappresentato da una variazione impulsiva di velocità, ed è espresso in metri al secondo. Ed è proprio il transfer cost a definire chi è EROs e chi no: la soglia da non superare per rientrare nella ristretta élite è quella dei 500 m/s. Ma per il primo in classifica, 2006 RH120, il transfer cost è quasi dieci volte inferiore, appena 58 m/s.

    Insomma, non resta che partire. Sperando che il bottino si riveli, se non prezioso dal punto di vista economico, quanto meno interessante da quello scientifico. E, soprattutto, augurandosi che il colpo di stecca spaziale assestato all’asteroide per deviarne l’orbita non finisca per spedirlo dritto verso la Terra. Anche se, per sassolini così piccoli, l’atmosfera dovrebbe garantirci una protezione più che sufficiente.

    Per saperne di più:

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