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L’ultima missione del Columbia segna una pietra miliare nell’astronautica
di Cristiano Casonati
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Quindi a terra arrivano anche i corpi degli astronauti, e non dev’essere stato un bello spettacolo per i “soccorritori”. La mattina del primo febbraio 2003 è diventata improvvisamente uno dei giorni più neri dell’astronautica mondiale.
I frammenti del Columbia producono numerose scie luminose. (CNN)

Le cause dell’incidente

La navetta Columbia parte per la sua ventottesima ed ultima missione il 16 gennaio 2003. Apparentemente è il solito decollo, identico ai centododici precedenti, e la consueta ansietà per i due booster a propellente solido è ben mitigata dalla fiducia nei correttivi che dal giorno del Challenger sono stati apportati. Ma un fatterello accade, durante l’ascesa, in maniera del tutto silenziosa e inavvertibile, se non fosse che ogni lancio dello shuttle viene seguito con qualcosa come un centinaio di macchine fotografiche e telecamere, da tutte le angolazioni e addirittura su velivoli. A ottantuno secondi dal decollo, alla quota di circa sedici chilometri e ad una velocità ormai due volte supersonica (già superato il momento di max Q, la zona critica della massima sollecitazione dinamica) un grosso frammento di isolante termico si stacca dalla superficie esterna dell’ET (External Tank, il serbatoio dei propellenti liquidi dei tre motori principali dell’Orbiter), apparentemente dalla zona sotto il naso della navetta, cioè dal punto di attacco denominata “bipod”, quell’elemento triangolare costituito da due bracci. Il Bipod è sede di notevoli sollecitazioni meccaniche durante il volo di ascesa, ed altre volte in corrispondenza di esso, negli ultimi due anni, si erano verificati distacchi di materiale isolante, anche se in misura molto minore.

Il grosso frammento di isolante percorre così il tragitto sotto la pancia della navetta, impattando l’ala sinistra in prossimità del bordo d’attacco. A seguito dell’impatto il blocco di isolante si polverizza e passa sotto l’ala sinistra, disperdendosi in minutissimi frammenti.

Dell’accaduto ci si rende conto, a terra, dopo poche ore. La navetta Columbia ha raggiunto tranquillamente la sua orbita programmata, come sempre è accaduto in tutti i voli precedenti. Solo analizzando, come di consueto, le immagini del decollo e dell’ascesa di tutte le telecamere e cineprese che sempre riprendono da ogni angolazione il veicolo, si nota il piccolo incidente. Che tanto piccolo non appare, tanto è vero che comincia un concitato scambio di messaggi tra ingegneri e tecnici all’interno della NASA. Si comincia a considerare l’impatto e a immaginare quali problemi possa avere causato alle strutture della navetta. Il tono degli scambi è piuttosto tecnico e di livello teorico, sembrerebbe un buon esercizio mentale per gli ingegneri che, come è ovvio, si mettono a calcolare forze, velocità, energie, cercando di immaginare i danni potenzialmente causabili alle strutture dell’ala della navetta. Si arriva a ipotizzare anche un danneggiamento critico per il rientro in atmosfera. Ma questi scambi di informazioni, pur estesi, non arrivano ai piani alti della NASA e, per così dire, se non muoiono spontaneamente dopo alcuni giorni, vengono “spenti” con considerazioni di leggerezza fondate sul fatto che simili fatterelli sono già occorsi in passato e non è mai successo nulla di grave. Il fatto viene giudicato “inconsueto” ma non pericoloso. Questo in estrema sintesi. Cerchiamo però di andare un po’ più a fondo.

Perché il grosso frammento di isolante si è staccato dal serbatoio esterno della navetta? E’ un fatto normale, è un incidente previsto oppure del tutto inaspettato? Quante volte è già successo in passato? E quali danni sono stati riscontrati sulle navette a seguito di simili fatti? Esistono registrazioni, statistiche e report di simili piccoli incidenti? La navetta può essere rimasta seriamente danneggiata? Gli astronauti sono in pericolo? L’integrità delle strutture della navetta potrebbe essere compromessa, e causare perdita di pressione della cabina abitata dagli astronauti? Potrebbe capitare un problema al momento del rientro, notoriamente la fase più difficile della missione?


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