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L’ultima missione del Columbia segna una pietra miliare nell’astronautica
di Cristiano Casonati
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A questo punto, ormai, la navetta è sui cieli del Texas, a soli sedici minuti dal touch-down sulla pista del KSC, dopo che molti “frames” di telemetria sono arrivati incompleti e c’è anche qualche piccolo momento di blackout dei segnali in voce. Queste piccole interruzioni dei segnali sono oggigiorno i resti del black-out provocato dalle elevate temperature del rientro dallo spazio. Prima dell’avvento della navetta spaziale esso impediva per interi minuti le comunicazioni con gli astronauti, ed era una cosa estremamente angosciosa. Oggigiorno, grazie a una rete di satelliti ripetitori appositamente progettati e costruiti (TDRS, Tracking Data Relay Satellites), il volo della navetta è virtualmente seguita a terra per tutta la sua durata, anche se durante il rientro può ancora verificarsi, di tanto in tanto, una breve interruzione. Poco male, basta chiedere agli astronauti di riportare nuovamente dati ed impressioni. Ed è esattamente quello che i controllori decidono. Da terra si chiede al comandante di ripetere l'ultima comunicazione, dato che quella precedente, appena pochi secondi prima, era giunta disturbata e non si era "copiato" bene (dal gergo radioamatoriale, “to copy”, per significare che si è ricevuto ed inteso il messaggio).

Il comandante risponde, non subito, con il tono tipico dell’astronauta, calmo e tranquillissimo: "Roger, bah…”, ma il collegamento radio si interrompe e non arriva altro. Il segnale sparisce di botto, per riapparire dopo cinque secondi per un istante e poi ancora dopo dodici secondi. Intanto arrivano solo alcuni frammenti di telemetria e, dopo trentadue secondi di evanescenti segnali radio, più nulla. Dalla stazione di telemetria del Texas si annuncia che oltre un minuto dopo il previsto momento dell'acquisizione del segnale non è ancora arrivata la portante a radiofrequenza della navetta. In parole povere, significa che il Columbia ha smesso di trasmettere, per qualche motivo “ignoto”, diciamo così.

Mai successo nulla di simile in ventidue anni. Parrebbe un momento da togliere il fiato ai controllori e soprattutto al direttore di volo, se ancora dovessero sussistere dei dubbi su COSA stia succedendo. Ma costoro sono gente addestrata e se anche hanno lo stomaco in subbuglio NON lo danno a vedere e soprattutto a sentire, e continuano con le normali operazioni di controllo. Quindi il loro comportamento è improntato alla massima tranquillità, al massimo sangue freddo, alla standardizzazione del linguaggio tecnico e al rispetto delle norme e dei manuali. Si ricontrollano tutti gli ultimi passi, si richiedono conferme dei segnali, si ripete a voce alta una lunga serie di comandi. Tutti i controllori rispondono diligentemente.

Si preme il tasto del microfono e si chiama il Columbia, per favore, rispondete (più precisamente: “controllo comunicazioni”). Una volta, due volte, tantissime volte.

Poi, dopo una manciata di minuti inutili, il direttore di volo dà il comando che si è ascoltato l'ultima volta solo per il Challenger: "chiudete le porte". Questo è il comando che nessun controllore vorrebbe sentire, è il segnale definitivo. Qualcuno si copre il volto con le mani. Ognuno, nella mitica sala di controllo missione di Houston, ha compreso, con qualche minuto di anticipo su tutto il mondo. E’ ufficiale, il Columbia e i sette astronauti sono morti al rientro dallo spazio, dopo una missione praticamente perfetta. I cronisti annoiati che fino a quindici minuti prima sonnecchiavano, in attesa di riportare dell’atterraggio della navetta, sono ora attivissimi e frenetici e armeggiano con telefonini, tastiere, registratorini. La notizia esce dalla sala del centro di controllo di Houston e invade il pianeta.

Ma torniamo indietro di pochi minuti, ci troviamo sul Columbia. Il felice rientro sta rapidamente trasformandosi in uno dei casi più incredibili delle più tremende simulazioni fatte a terra. Ma questa volta NON è una simulazione.


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