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21 Agosto 2018
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Editoriale – Coelum n.193 – 2015

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Sognare sempre, dubitare sempre
Giorni fa stavo leggendo “La realtà non è come ci appare”, di Carlo Rovelli, il libro che si è aggiudicato il Premio Galileo di quest’anno. Arrivato al Capitolo 13, intitolato “Il Mistero”, mi sono imbattuto in questo brano, che riporto (quasi) per intero:
Una delle primissime e più belle pagine della storia della scienza è il passo del Fedone di Platone, in cui Socrate spiega la forma della Terra. Socrate dice di “ritenere” che la Terra sia una sfera, con grandi valli dove vivono gli uomini. E però aggiunge: «Non sono sicuro».
Questa pagina non solo è il testo più antico giunto fino a noi che parli esplicitamente del fatto che la Terra potrebbe essere rotonda. Ma soprattutto brilla per la cristallina chiarezza con cui Platone riconosce i limiti del sapere del suo tempo. «Non sono sicuro», dice Socrate.
Questa acuta consapevolezza della nostra ignoranza è il cuore del pensiero scientifico. È grazie a questa consapevolezza che abbiamo imparato così tanto del mondo. Oggi non siamo sicuri di quello che sospettiamo, come non lo era Socrate della sfericità della Terra, ma stiamo esplorando ciò che si trova sul bordo del nostro sapere.
La consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza è anche consapevolezza del fatto che quello che sappiamo, o che crediamo di sapere, possa risultare impreciso o sbagliato. Solo se teniamo ben presente che le nostre credenze potrebbero essere sbagliate possiamo liberarcene e imparare di più.
La scienza nasce da questo atto di umiltà: non fidarsi ciecamente delle proprie intuizioni. Non fidarsi di quello che dicono tutti. Non fidarsi della conoscenza accumulata dai nostri padri e dai nostri nonni…
Questo brano mi è tornato alla mente nel considerare le finalità e gli esiti delle inchieste che da parecchi anni andiamo conducendo su questo o sul quel campo dell’astronomia. In particolare di quest’ultima, basata su una dichiarazione informale di una importante esponente della NASA a proposito della possibile scoperta di vita aliena entro i prossimi 20 anni.
“Non fidarsi ciecamente delle proprie intuizioni”, raccomanda giustamente Rovelli. Ed infatti, non ci siamo fidati; né delle nostre intuizioni, né di quelle di Ellen Stofan, che pure è una delle massime autorità in materia di astrobiologia.
E come al solito, pur facendo in cuor nostro il tifo per “la vita entro 20 anni”, abbiamo pregato un buon numero di esperti di darci una mano nel far capire ai lettori di che cosa si stia parlando, e soprattutto di pronunciarsi francamente sulla attendibilità di una previsione così precisa.
Che poi, chiedere il pareri di molti, senza fidarsi di ciò che dice uno solo, per quanto competente, è un po’ come applicare la tecnica dell’addizionamento di molti frame nell’astrofotografia planetaria, preferendola a quella classica della posa singola: le parti in comune si sommano e si rafforzano, quelle isolate vengono eliminate. E l’immagine mostra molti più dettagli.
Ovviamente, sempre sperando che Ellen abbia ragione, e che entro vent’anni questa benedetta vita si trovi. Molto meglio se si potesse fare ancora prima…

Editoriale pubblicato su Coelum n.193 - 2015.

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2 Commenti a “Editoriale – Coelum n.193 – 2015”

  1. Caro Giovanni,
    mi trovi perfettamente d’accordo su quanto scrivi, solo un punto volevo approfondire, vale a dire quello sul fatto che secondo te “noi speriamo che Ellen abbia ragione”.
    Io non spero che Ellen abbia ragione, perché significherebbe che la vita avviene per caso senza un preciso atto creativo.
    Infatti ho sempre avuto la gioia di pensare che Dio ha voluto che noi esistessimo, e venire a scoprire che è sufficiente la casualità dell’incrocio di particolari condizioni affinché da un freddo e arido mondo possa iniziare il meraviglioso flusso vitale, mi renderebbe triste.
    Al contrario invece, se dopo tutte queste indagini, si venisse a scoprire che il passaggio dal mondo inerte a quello “vivo” richiede qualcosa in più (ripeto, un atto creativo), allora, i molti dubbi che ancora mi assalgono quando penso a queste cose, avrebbero un forte chiarimento, per questo seguo con interesse gli sviluppi di queste indagini, esattamente come Giovanni, ma con la speranza opposta alla tua.

  2. Non ho letto (almeno finora) il libro di Carlo Rovelli, ma condivido pienamente l’editoriale di Giovanni Anselmi, laddove apprezza il pensiero di Socrate, il quale, forte del suo concetto di cultura in cui è insito il “sapere di non sapere”, nel sostenere la sfericità della Terra non si esime dall’esprimere un ponderato e autorevole dubbio.

    Tale atteggiamento potrebbe per certi versi essere considerato un principio di falsificazione ante litteram e chissà se Platone, mentre narrava l’episodio, non pensava all’eventualità che un giorno tutto il suo sistema filosofico venisse invalidato.
    Egli sosteneva per esempio l’esistenza di un “mondo delle idee” al quale addirittura assegnava una precisa collocazione metafisica nell’Iperuranio, oltre la volta celeste.
    Da tali idee, perfette ed immutabili, prenderebbe forma il mondo fisico e l’anima umana.

    Tale sistema metafisico, pur testimoniando l’indiscutibile genio del grande filosofo greco, non è suffragato da nessuna teoria scientifica moderna, essendo peraltro evidente che le idee e gli atti astratti in genere nascono nei cervelli (certamente non solo umani), per cui è dalla materia che esse si originano e non viceversa.
    Platone non ebbe il tempo di assistere alla “falsificazione” delle sue teorie, ma se ne avesse avuto la possibilità, l’avrebbe accettata, in virtù della sua genialità, ma anche nella sua veste di allievo di uno dei primi grandi maestri dell’antichità, il quale attraverso la sua “maieutica” trasmetteva la sua saggezza con la semplicità e la modestia tipica dei grandi.
    Saggezza, la sua, che contrasta con l’atteggiamento di chi pretende di trovare risposta a tutto e a tutti i costi, non disdegnando talvolta il ricorso a dogmi e ad argomentazioni apodittiche in genere.

    Mi sovviene, al riguardo, un passo dei Promessi Sposi in cui Alessandro Manzoni, nel descrivere un personaggio secondario, testualmente scrive: “tutto il suo studio era secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello”.

    plr

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