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25 Settembre 2020
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Editoriale – Coelum n.191 – 2015

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Sono stato un satellite di Andromeda

In Coelum del febbraio scorso, nell’ambito dell’iniziativa “REPLAY” (ovvero la riproposizione degli articoli più belli usciti sulla rivista), è stato inserito un contributo riguardante l’osservazione visuale dei più “luminosi” ammassi globulari della Galassia di Andromeda. Già al tempo della prima uscita, nel gennaio del 2004, l’articolo aveva catturato la mia attenzione, convincendomi a provare almeno l’osservazione del globulare più “luminoso”. Ovvero di G1, un mostro capace per dimensioni di fare impallidire il nostro Omega Centauri, ma che visto da una di distanza di 2,6 milioni di anni luce si riduce a un debole fiocchetto di mag. +13,7. Così, nell’agosto del 2004, dopo aver “guidato” il mio nuovo riflettore da trenta centimetri lungo uno star hopping piuttosto complicato nei pressi della stellina 32 Andromedae, riuscii alfine a vedere l’agognato puntino di luce sfocato.

Non mi fermai più, e fu l’inizio di un periodo di lucida follia. Ogni notte che potevo mi ritrovavo a salire in montagna dove passavo ore a cercare debolissimi oggetti di apparenza stellare compresi tra la 14ma e 15ma magnitudine, per di più immersi nelle spire lattiginose di M31. Per scovarli era indispensabile un cielo scurissimo e trasparente (che fortunatamente avevo a disposizione), ore di ricerca e ingrandimenti molto alti (200-240x), il che significava ovviamente la necessità di un seeing più che buono.
Per quanto sfibrante fosse la ricerca, come pure gli spostamenti in macchina e a piedi, riuscii comunque ad osservarne degli altri, ma gli insuccessi non mancavano, come pure gli scoramenti. Rientrare a casa senza nulla di fatto, dopo ore passate all’oculare era davvero frustrante. Tanto che mi ripromisi più volte di smetterla con quelle assurde osservazioni, e di cominciare a puntare oggetti ben più luminosi, cospicui e soddisfacenti. Il giorno seguente però, riguardando la cartina riportante M31 disseminata di globulari, l’entusiasmo tornava e la partita ricominciava. Ero malato, ma non potevo farci niente.
A cinque mesi dall’inizio della sfida avevo comunque raccolto nove globulari extragalattici e pensavo di aver concluso la “missione”.
Un paio di anni dopo invece, proprio quando cominciavo a sperare di essermi liberato dalla fissazione, ci ricaddi nuovamente e senza rendermene conto mi ritrovai dalle parti di M31 per il secondo round. Altri lunghi mesi mi portarono ad individuare altri 14 ammassi. Il totale salì a quota 23 e li mi fermai. Credo per sempre.

A qualche anno di distanza ricordo volentieri quell’esperienza che mi ha regalato emozioni e qualche sorpresa. Tra tante difficoltà non immaginavo infatti che alcuni bersagli si sarebbero rivelati piuttosto semplici da osservare, molto più di quel G1 che avevo letto essere il meno ostico. G289 e G295, ad esempio, sono veramente facili e alla portata di diametri medi.
Di appagamento estetico non se ne parla, lo avrete intuito e chi lo cerca dovrà tenersi lontano da questi oggetti. La soddisfazione riguarderà invece la loro non facile individuazione e il pensare di avere nell’oculare un oggetto che appartiene a un’altra galassia. Questo compenserà la grande pazienza e determinazione che occorrerà mettere sul piatto in questa sfibrante sfida.
Dopo di allora ho abbandonato l’orbita di M 31, di cui sono stato satellite per qualche tempo al pari di M32 e M110.

Editoriale pubblicato su Coelum n.191 - 2015.

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