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25 Febbraio 2018
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Editoriale – Coelum n.172 – 2013

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Margherita Hack (1922-2013)

La via Caselli, dove sono nata, è una strada lunga meno di un centinaio di metri, che va dal viale Alessandro Volta a via Centostelle (oggi via Marconi) alla periferia nord di Firenze, a due passi dal Campo di Marte. Quando avevo quattro o cinque anni ci trasferimmo in una vecchia casa che la mamma aveva ereditato dal nonno, all’estrema periferia sud di Firenze, allora quasi campagna vicino al colle di Arcetri, dove sorgeva l’osservatorio astrofisico e dove Galileo aveva vissuto gli ultimi anni della propria vita. La via si chiamava Leonardo Ximenes, astronomo. Non avevo mai fatto caso a queste strane coincidenze “astronomiche” fino a pochi anni fa, quando durante varie interviste sono stata costretta a raccontare la mia vita. Sono state dunque coincidenze del tutto casuali, che non hanno assolutamente influenzato le mie scelte (a meno che qualcuno non voglia credere che abbiano funzionato da messaggi subliminali!).

Così rispondeva Margherita Hack a chi le chiedeva come era nata la sua passione per l’astronomia. E a sentir parlare di passione storceva subito il naso. Infatti ripeteva spesso che la parola le faceva venire in mente un fuoco di paglia condannato a spegnersi subito.

Se sono diventata astrofisico è stato assolutamente per caso. In questo mi trovo in buona compagnia, perché uno dei più famosi astrofisici di questo secolo, Harlow Shapley, racconta che, dovendo iscriversi all’università e non avendo idee chiare in proposito, prese l’elenco dei corsi offerti e poiché astronomia era il primo in ordine alfabetico, scelse quello.

Per quanto casuale, “principalmente per non perdere di vista una carissima amica”, la scelta dopo il liceo di iscriversi ai corsi di fisica anziché a quelle di “belle lettere”, come stava per fare, la portò a frequentare l’Osservatorio di Arcetri e a seguire un percorso che sotto la guida del prof. Mario Girolamo Fracastoro l’avrebbe condotta a laurearsi con una tesi sulle variabili Cefeidi. E casuale o meno, da allora in poi, era il gennaio 1945, Margherita si sarebbe gettata con tutta l’anima nella ricerca scientifica e nell’insegnamento; e dal 1964 nell’organizzazione, in veste di direttrice dell’Osservatorio astronomico di Trieste.

Il resto della sua vita, condotta negli ultimi anni nel non facile campo della divulgazione, l’ha poi fatta conoscere anche al di fuori degli ambienti strettamente scientifici, trasformandola con il tempo anche in un’icona della astronomia amatoriale. Una storia d’amore che ebbe inizio (banalmente sembra proprio ieri) nell’autunno del 1979 quando uscì in edicola il primo numero de l’Astronomia con un editoriale scritto proprio da Margherita:

Cari lettori, ci presentiamo con un titolo: L’ASTRONOMIA, che non si può davvero affermare si caratterizzi tra gli altri per originalità. Ma alla fine si è scelto, considerando che, oltre ad essere prestigioso e avere un suono gradevole è abbastanza generico da permetterci di trattare non soltanto di temi strettamente astronomici; di informare, descrivere, spiegare oggetti e fenomeni celesti, ma anche di parlare di qualsiasi altro argomento culturale più o meno attinente a questa materia…

Parole che sono poi servite da guida per qualsiasi altra rivista di astronomia uscita in seguito, compresa quella che state leggendo. Nella necessità di chiudere in fretta il numero tenuto in sospeso per riportare la notizia della sua scomparsa, vogliamo ricordarla provvisoriamente con le parole concesse in risposta ad una delle domande che più spesso si sentiva fare: Ha paura della morte? No, assolutamente no. Non ha senso. Io non credo ci sia nulla dopo la morte. Resterà la mia materia, quella di cui sono fatta io, che servirà a fare altre cose. Altri oggetti, altre persone, altri esseri viventi. Io non ci sarò più. Perché averne paura?

Editoriale pubblicato su Coelum n.172 - 2013.

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