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20 Ottobre 2019
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Editoriale – Coelum n.120 – 2008

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Ci sono emozioni che non è possibile tenersi per sé, quando si condivide una passione.
E questo spazio mi dà modo di condividere quei pensieri e quelle suggestioni che mi sono rimaste dentro dopo la mia recente
trasferta presso l’osservatorio di La Silla, ESO, sulle Ande del Cile.
Una missione durata quasi un mese e che ha goduto di una fortuna sfacciata: non solo per la gran quantità di notti serene (non proprio scontate, visto che a luglio a sud dell’equatore è pieno inverno), ma anche per le insolite condizioni meteorologiche
che ho conosciuto.
Sono partito da Roma alla volta di Santiago il 2 luglio scorso, arrivando infine a La Silla il giorno 4. Già nel 2003 avevo trascorso diversi mesi in Cile, osservando proprio da La Silla (la prima, leggendaria postazione realizzata laggiù dall’European Southern Observatory, che oggi dispone anche del Very Large Telescope al Cerro Paranal, in attesa di inaugurare il progetto ALMA). È stato il mio quarto viaggio astronomico in Cile dal 1993, quando mi innamorai di quella terra, del suo deserto, dei suoi colori.
E delle sue stelle, s’intende.
Aportarmi tra quelle splendide cupole sono stati stavolta i pianeti extrasolari:
mi è stato chiesto di aderire – come Osservatorio Bellatrix – al recentissimo progetto MiNDSTEp, che ricerca mondi di taglia terrestre mediante la tecnica della microlente gravitazionale approfittando di uno degli effetti (la deflessione della luce da parte della massa) previsti
dalla Relatività Generale di Einstein. Una caccia che si concentra nei dintorni del rigonfiamento centrale della Via Lattea, là ove è massima la densità stellare e di conseguenza la probabilità di un evento di microlente.
Sono state notti decisamente intense, che però mi hanno lasciato il tempo per godere del cielo australe, con non poca invidia verso chi quello
spettacolo lo ha sulla testa quotidianamente e con molto rammarico per il degrado del cielo osservabile dalle nostre consuete postazioni italiane.
Facciamo pure “mea culpa”, visto che potremmo rimediare, ma non siamo certo risoluti nel farlo.
Ammetto, tornando alle stelle, che il cielo australe è ben più ricco di quello del nord, già ad occhio nudo. Ci sono poi rituali cui è impossibile
sottrarsi, una volta su quelle vette. Come il tramonto, quando ad ovest esplode una tavolozza bellissima che passa dal rosso al blu cobalto
nell’arco di pochissimi gradi, mentre il crepuscolo che scema alza il sipario sull’universo. La luce zodiacale, sconosciuta dalle nostre parti, là
è del tutto invadente, diventando ben presto noiosa. Poi le stelle, innumerevoli ed immobili, incastonate nel cielo nero, sul quale una sgargiante Via Lattea sembra come dipinta. Vederci al buio più totale con la sola luce delle stelle: incredibile.
E poi la Croce del Sud, Alfa Centauri, le Nubi di Magellano…
In un mese ho visto le notti scandite dalla fase lunare: l’aria secca abbatte non poco il disturbo luminoso del nostro satellite, che rischiara il
deserto intorno alle cupole di La Silla, per buona parte oggi chiuse. La scienza moderna vive di bilanci economici e in molti casi si è preferito
mandare in pensione strumenti che sotto quel cielo ne avrebbero ancora di cose da dire.
Laggiù ho utilizzato lo splendido telescopio danese da 1,5 metri, capace di sfruttare un seeing sotto gli 0,4″, ho faticato a raggiungere la mia stanza mentre il vento infuriava ad oltre 100 km l’ora e ho ammirato una rarissima nevicata tra le cime desertiche. Ho riportato a casa un
arcobaleno di emozioni che mi piacerà raccontare ai lettori durante le prossime conferenze messe in onda da Coelum Stream.
Come si dice, restate sintonizzati!

Editoriale pubblicato su Coelum n.120 - 2008.

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