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27 Maggio 2018
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Planck ovvero l’universo svelato

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Ricercatori Planck

La missione Planck è europea ma con importanti contributi della NASA. Ed è stata proprio la NASA a concedere l’utilizzo dei supercomputer del National Energy Research Scientific Computing Center del Dipartimento al Lawrence Berkeley National Laboratory. Il sistema che è stato utilizzato è il Cray XE6, chiamato Hopper, capace di svolgere più di un trilione di calcoli al secondo. Solo così il team di ricercatori visibili nella foto è riuscito a ripulire un bilione di osservazioni su un miliardo di punti del cielo realizzate in 15 mesi dal satellite.

Appena un po’ più vecchio e un po’ meno veloce nella sua espansione: è questo l’universo che emerge dai risultati dei primi 15 mesi di lavoro del satellite Planck, presentati a Parigi lo scorso primo giorno di primavera. I sofisticati strumenti di bordo della navicella dell’ESA hanno prodotto una nuova e più dettagliata mappa della radiazione cosmica di fondo – in pratica ciò che rimane dell’eco del big bang – e l’analisi dei dati ha in gran parte confermato il modello cosmologico corrente, ritoccando però la costante di Hubble e la composizione percentuale dell’universo tra materia ordinaria, materia oscura ed energia oscura. Tutto bene, dunque? Forse meglio di quanto ci si aspettasse, ma c’è un problema non da poco: la mappa ha anche rivelato delle disomogeneità su larga scala, al momento inspiegabili alla luce del modello standard.

L’immagine svelata alla conferenza parigina del 21 marzo scorso è la più precisa istantanea mai realizzata finora del fondo cosmico a microonde, la radiazione fossile del Big Bang individuata per la prima volta da Arno Penzias e Robert Wilson nel 1964 (vedi Coelum n.127). Non è la prima mappa di questo genere. Prima dell’incredibile lavoro di Planck, altre sonde si erano cimentate con notevole successo in analoghe rilevazioni. Ricordiamo nei primi anni Novanta il satellite COBE e – all’alba del nuovo Millennio – le scorribande nei cieli dell’Antartide dei palloni di BOOMERanG, esperimento seguito a ruota dai trionfi dell’osservatorio spaziale WMAP. Ma se tra le mappe di Planck e quelle di WMAP la differenza in risoluzione appare già notevole, un vero abisso le separa da quelle di COBE, mappe che pure fruttarono il Nobel per la Fisica nel 2006 e che ora ci sembrano quasi inadeguate, anche se comunque si tratta di traguardi epocali.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.170 - 2013 alla pagina 13

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