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24 Febbraio 2020
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Notiziario di Astronomia

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CHELYABINSK

Questa immagine non è una ripresa fotografica della caduta del meteorite di Chelyabinsk, ma una simulazione ottenuta dai Sandia National Laboratories che, oltre a ricostruire graficamente l’esplosione, hanno anche accertato che tutti i modelli finora usati per descrivere i danni causati dal boom sonico di simili oggetti ne hanno fortemente sottostimato gli effetti. Lo stesso meteorite di Chelyabinsk, seppure grande solo una ventina di metri, se fosse entrato in atmosfera con un angolo d’incidenza maggiore sarebbe stato in grado di provocare la distruzione di interi edifici.

LA RICOSTRUZIONE SU NATURE E SCIENCE – CHELYABINSK, l’impatto del secolo

Una palla di fuoco luminosa come trenta soli squarciò il cielo della Russia centrale alle 03:20:32 TU del 15 febbraio scorso, sprigionando una potenza di oltre 500 chilotoni. Un evento destinato a occupare un posto non meno importante di quello di Tunguska, e sul quale stanno indagando ricercatori di tutto il mondo.
Non solo i vetri di una intera città, ma anche numerosi record sono stati infranti nella caduta del meteorite avvenuta lo scorso febbraio in Russia: il più grande dopo quello di Tunguska del 1908 e, con i tre articoli pubblicati il mese scorso su Nature e Science, anche il più studiato di ogni tempo. La roccia in sé, a dire il vero, non ha nulla di speciale, anzi… gli esperti la classificano come “condrite ordinaria”, il tipo di meteoriti in assoluto più comune. Ma proprio questa sua normalità dovrebbe metterci in guardia, notano gli scienziati. Se dovesse capitare in futuro un impatto catastrofico, a provocarlo sarà con buona probabilità un oggetto come quello caduto su Chelyabinsk, dice Qing-Zhu Yin di UC Davis, coautore dell’articolo uscito su Science. «E se l’umanità non vuole fare la fine dei dinosauri, dobbiamo studiare questo evento in dettaglio.»

Un piccolo orto sulla Luna – Primi passi verso la colonizzazione

Un team del centro di ricerca Ames della NASA vuole verificare la possibilità di coltivare piante sulla Luna. L’impresa diventerà forse possibile entro il 2015 grazie anche al Google Lunar X Prize.
Potrebbe essere vicino il momento in cui vedremo germogliare la prima piantina sulla Luna. Ne è convinto il team del Lunar Plant Growth Habitat, un gruppo di ricerca costituito da scienziati NASA, consulenti esterni, studenti e volontari, operanti presso l’Ames Research Center della NASA nella Silicon Valley californiana. La possibilità di coltivare vegetali per integrare l’alimentazione degli astronauti sarà una parte importante dell’esplorazione spaziale in un futuro non tanto distante, un futuro in cui la NASA sta pianificando missioni di lunga durata sulla Luna. Mentre vari esperimenti di coltivazione in serre spaziali sono stati già condotti – ad esempio sulla Stazione Spaziale Internazionale – la NASA pensava da tempo alla possibilità di verificare sul campo le difficoltà che avrebbero incontrato gli agricoltori lunari. Ma una missione dedicata solamente a questo scopo risultava troppo costosa.

MA CHE PIANETA MI HAI FATTO?

Per essere abitabile un pianeta ha bisogno del ciclo del carbonio, oltre che di acqua liquida. Uno studio dell’Università di Berna ha calcolato il rapporto massimo tra massa e dimensione perché si verifichino entrambe le condizioni. Con il risultato che gli esopianeti più simili alla Terra scoperti finora sono troppo grandi per essere abitabili.

Irequisiti che un pianeta extrasolare deve possedere per potere ospitare forme di vita, almeno per come la conosciamo, sono innumerevoli e ancora poco definiti, anche se porre la questione può sembrare una tautologia… «È difficile rispondere alla domanda se un cosiddetto esopianeta sia abitabile o no, poiché non conosciamo tutte le condizioni che un pianeta deve soddisfare per essere abitabile », ci dice infatti Yann Alibert del Center for Space and Habitability (CSH) dell’Università di Berna, in Svizzera. Lo stesso Alibert ha però sviluppato un metodo, pubblicato recentemente in un articolo su Astronomy & Astrophysics (On the radius of habitable planets), per semplificare la ricerca di pianeti simili alla Terra. Basandosi sull’accoppiata massa e raggio di un pianeta che ne definiscono la densità, Alibert è infatti riuscito a stabilire dei limiti al di fuori dei quali risulta impossibile lo sviluppo di una biologia assimilabile al prototipo terrestre.

La Cina scende sulla Luna

A metà dicembre un rover a sei ruote tenterà l’atterraggio morbido nella “Baia degli arcobaleni”
Si chiama “Jade rabbitt” il primo veicolo automatico cinese che percorrerà la superficie lunare. Coniglio di giada, nome tratto da un’antica favola cinese, è un rover che verrà lanciato assieme alla sonda madre Chang’e 3 a inizio dicembre a bordo di un razzo vettore Long March 3-B; diventerà il primo veicolo spaziale a scendere sulla Luna dai tempi della missione sovietica Luna 24 nel 1976. L’atterraggio sul suolo lunare, il primo di un mezzo spaziale cinese su un corpo extra-terrestre, è previsto per la metà di dicembre, con l’obiettivo di sondare la costituzione del terreno lunare alla ricerca di risorse naturali in quella regione nota come “Baia degli Arcobaleni” o Sinus Iridum.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.176 - 2013 alla pagina 6

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