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7 Dicembre 2019
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Questa piccola galassia ellittica dell’Hydrus (da non confondere con la costellazione dell’Hydra, ben visibile anche dall’emisfero nord), recentemente fotografata da Hubble, assomiglia molto alla NGC 474, altra galassia a guscio di cui abbiamo parlato in Coelum n. 157 (“Il mistero delle galassie a guscio”). Distante circa 350 milioni di anni luce, è anche circondata da molti ammassi globulari che sembrano mostrare età molto diverse; altro indizio, questo, della fusione tra galassie dissimili avvenuta in passato.

PGC 6240, un’ellittica coperta da veli – altro splendido esempio di galassia a guscio

L’ennesimo ritratto di galassia regalatoci dal Telescopio Spaziale Hubble vede protagonista PGC 6240, una delicatissima galassia ellittica situata nella costellazione australe dell’Hydrus, e quindi purtroppo inosservabile dalle nostre latitudini. La sua natura di galassia “a guscio” le conferisce – nelle riprese fotografiche più profonde – l’aspetto di una rosa circondata da petali sempre più sfumati verso il nero di uno spazio da cui affiorano decine di galassie molto più distanti.

SEMPRE PIÙ ROSSA La Nova Delphini 2013

Torniamo nuovamente a parlare della nova apparsa nella costellazione del Delfino. A due mesi dalla scoperta, avvenuta lo scorso 14 agosto 2013 ad opera dell’amatore giapponese Koichi Itagaki (vedi Coelum n. 173), la stella ha mostrato a tutti gli effetti la sua natura di “nova veloce”, avendo già raggiunto l’undicesima magnitudine nel visuale. Parallelamente al declino di luminosità si è reso evidente anche un cambiamento nell’aspetto cromatico, che col passare del tempo ha portato la nova ad apparire con una tonalità sempre più rossa. Nel periodo immediatamente successivo alla scoperta la stella esibiva infatti una tonalità cromatica neutra, poi divenuta decisamente giallognola; ma, come testimoniano alcune bellissime immagini riprese di recente, in seguito la nova si è decisamente “arrossata”.

ATMOSFERE DI PIANETI EXTRASOLARI La nuova “Equazione di Drake” PRIME REAZIONI NEGATIVE

In una recente intervista, l’astronoma Sara Seager (vedi Coelum n. 174) discuteva della possibilità di individuare esopianeti abitabili – o addirittura abitati – studiando le loro atmosfere: eventuali tracce di indicatori chimici, associabili a processi di tipo metabolico, dovrebbero essere infatti rilevabili dagli strumenti oggi esistenti o di prossima costruzione. Tra gli indicatori proposti (metano, anidride carbonica, composti azotati… e clorofilla nella più ambiziosa delle ipotesi) una certa rilevanza assumerebbe la presenza di ossigeno, elemento fondamentale per il metabolismo degli animali sulla Terra e prodotto dalla fotosintesi operata da organismi vegetali.

UN SISTEMA PLANETARIO A 45 GRADI

Attorno alla stella Kepler-56 ruotano tre pianeti le cui orbite sono inclinate di ben 45 gradi rispetto all’equatore della loro stella. È la prima volta che viene osservato un intero sistema planetario con orbite così fuori asse.
Un sistema planetario così fuori asse finora non si era mai visto. A differenza dei pianeti del nostro sistema solare, che orbitano tutti grossomodo sullo stesso piano su cui si trova l’equatore solare (la Terra, per dire, ha un’orbita inclinata di appena sette gradi) i tre pianeti attorno alla stella Kepler- 56 si trovano su un’orbita inclinata di 45 gradi rispetto al piano di rotazione della stella. In passato erano già stati osservati singoli pianeti con orbite molto inclinate, ma è la prima volta che questo tipo di inclinazione riguarda un intero sistema. Tra gli autori dello studio, pubblicato su Science di questa settimana, ci sono Mauro Barbieri del CISAS (Centro Interdipartimentale di Studi e Attività Spaziali) dell’Università di Padova e Andrea Miglio, ricercatore italiano all’Università di Birmingham nel Regno Unito. Kepler 56 si trova a circa 2800 anni luce da noi, ed è una gigante rossa con una massa pari a quattro volte quella del Sole. I suoi tre pianeti (due molto vicini alla stella, il terzo, più grande, molto più distante) sono stati individuati dal satellite Kepler (ora non più attivo) con il metodo dei transiti, ovvero osservando il modo in cui l’intensità luminosa della stella veniva modificata dal passaggio dei pianeti.

Ritrovato un frammento DEL METEORITE RUSSO

Pesa più di mezza tonnellata, ma è solo una piccola parte del meteoroide esploso mesi fa sopra il cielo della città russa
Ve lo ricordate, il “meteorite russo” del 15 febbraio scorso (vedi Coelum n. 169)? Di certo non lo hanno dimenticato i mille e più cittadini di Chelyabinsk, nella Russia centrale, rimasti feriti dai frammenti di finestre e infissi esplosi a causa dell’onda d’urto provocata dal suo ingresso in atmosfera. Da quel giorno drammatico sono trascorsi esattamente otto mesi, ed ecco che il 16 ottobre scorso nelle acque del lago Chebarkul – già teatro del ritrovamento di numerosi frammenti – viene recuperata ad oltre 13 metri di profondità una grande roccia che ha tutta l’aria di essere appartenuta a quel meteorite. Se la natura spaziale della roccia verrà confermata (ma secondo Sergei Zamozdra, astronomo della Chelyabinsk State University sembrano non esserci dubbi che si tratti proprio di una condrite), la roccia del lago Chebarkul diventerà il residuo di maggiori dimensioni dell’impatto del 15 febbraio, e con il suo peso di 654 kg (si stima però che l’intero meteoroide pesasse circa 10000 tonnellate) potrebbe rientrare nell’elenco dei più massicci frammenti singoli mai trovati in assoluto.

L’ATMOSFERA di PLUTONE è dura a morire

Un team di ricercatori ha esaminato i dati raccolti dal 1988 al 2003, effettuando dei calcoli precisi sulla pressione atmosferica. Quest’anno gli astronomi hanno mostrato che l’atmosfera è più spessa rispetto al passato; difficilmente quindi scomparirà nei rossimi secoli. Nonostante la lontananza dal Sole i gas non ghiacciano quasi mai. L’atmosfera di PLUTONE è dura a morire Dalla combinazione delle osservazioni dell’atmosfera di Plutone dal 1988 al 2013, e dai modelli precedenti che descrivevano l’equilibrio energetico tra la superficie e l’atmosfera, alcuni astronomi hanno concluso che l’atmosfera del pianeta nano non scomparirà, congelando, nemmeno quando nel 2113 verrà raggiunto l’afelio a 50 UA. I dati ottenuti osservando le occultazioni (passaggi di Plutone davanti a stelle lontane, che consentono di studiare come l’atmosfera filtri la luce della stella) ed elaborati dal team di Catherine Olkin del Southwest Research Institute di Boulder, Colorado, non solo indicano che il sottile strato gassoso composto da azoto, metano, monossido di carbonio e ossigeno non dovrebbe sparire, ma che anzi, rispetto ai dati raccolti dal 1998, è ora tre volte più denso.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.175 - 2013 alla pagina 6

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