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28 Gennaio 2020
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Notiziario di Astronomia

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bolla hubble

Una interpretazione artistica di un'ipotetica “bolla di Hubble” a bassa densità in cui il nostro universo locale sarebbe inglobato. In questo caso, le galassie ai confini della bolla verrebbero attratte più velocemente dalle zone esterne a maggiore densità. Questo farebbe sì che la normale velocità di espansione dell'universo aumentasse, giustificando il valore più alto (72,8) della misura della costante di Hubble rispetto a quella trovata da Planck basandosi sulla radiazione di fondo, che sarebbe da intendere come il valore medio di tutto l'universo. L'ipotesi, cosa non trascurabile, potrebbe anche spiegare l'apparente accelerazione dell'Universo attualmente addebitata all'energia oscura.


M60-UCD1, COMPAGNA DI M60 – 15000 volte più densa della Via Lattea

M60-UCD1 è risultata essere la galassia più compatta in assoluto, ricca di uno straordinario numero di stelle. Ciò che la rende notevole è che circa la metà della sua massa si trova in un raggio di soli 80 anni luce!
Utilizzando l’Hubble Space Telescope e il Chandra X-ray Observatory della NASA, un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan ha scoperto quella che sembra essere la più densa galassia mai osservata. L’oggetto era già noto e catalogato con la sigla M60-UCD1 (Ultra Compact Dwarf galaxy), compagna della enorme ellittica M60; tuttavia solo ora, grazie ai dati raccolti con i due telescopi spaziali, è stato possibile ricavare massa e dimensioni reali.

I pianeti non influenzano L’ATTIVITÀ SOLARE

Uno studio rivela che le variazioni periodiche nell’attività solare non sarebbero legate all’influenza gravitazionale dei pianeti. La statistica è troppo debole, e potrebbe trattarsi di semplici coincidenze
L’attività solare non è governata dall’influenza gravitazionale dei pianeti. Almeno così sostiene un articolo comparso su Astronomy and Astrophysics, che demolisce le tesi presentate sulla stessa rivista l’anno scorso da Jose Abreu dell’Università di Zurigo. La causa della periodicità dell’attività solare, che non è solo quella rappresentata dal ciclo undecennale, ma piuttosto la sovrapposizione apparentemente caotica di quasi-periodi che vanno da 80 a circa 2000 anni, è sempre stata argomento di dibattito per i fisici solari; e una delle ipotesi maggiormente considerate in passato è che il Sole senta a sua volta l’influenza gravitazionale dei pianeti che gli orbitano attorno.

QUEL 9% DI DIFFERENZA NELLA MISURA DELLA COSTANTE DI HUBBLE – E SE FOSSIMO TUTTI IN UNA BOLLA?

Un gruppo di ricerca dell’Università di Heidelberg guidato da astronomi italiani ha sviluppato un modello teorico per interpretare le discrepanze tra le misure di velocità d’espansione dell’universo, ipotizzando che la Via Lattea si trovi in una “bolla di Hubble” a minore densità di materia.
La visione che abbiamo dell’espansione dell’universo potrebbe essere, almeno in parte, falsata se la Via Lattea si trovasse in una zona dove la concentrazione di materia è inferiore alla media dell’intero cosmo, cioè in una cosiddetta “bolla di Hubble”. Questo è l’assunto da cui è partito un gruppo di ricerca dell’Università di Heidelberg – guidato dall’astronomo italiano Luca Amendola – per sviluppare un modello eorico che colloca la nostra galassia proprio all’interno di una bolla di Hubble, nel tentativo di spiegare le differenze nelle misure finora effettuate sull’espansione dell’universo. L’universo osservabile è in continua espansione dal momento del Big Bang e la sua reale velocità di espansione, conosciuta come costante di Hubble, è un parametro importantissimo per dedurne le proprietà di base, come l’età. Per determinare la costante di Hubble vengono convenzionalmente usati due metodi, i cui risultati non sono tuttavia congruenti. Uno è basato sullo studio della radiazione di fondo cosmico in microonde, di cui pochi mesi fa sono state rese note le accurate misure realizzate dal satellite Planck dell’ESA. L’altro metodo prende invece in considerazione il movimento delle galassie vicine alla Via Lattea, movimento che si suppone principalmente dovuto all’espansione dell’universo. «Ma quando confronti i risultati ottenuti con i due metodi, 67,8 e 73,8 rispettivamente, trovi che c’è uno scarto di circa il 9 per cento» – spiega Valerio Marra, un altro italiano del team di Heidelberg, primo autore dello studio pubblicato su The Physical Review Letters.

Dopo nove anni nello spazio la NASA costretta a congedare Deep Impact

DICHIARATA CONCLUSA LA MISSIONE CHE HA CAMBIATO IL NOSTRO MODO DI CONSIDERARE LE COMETE
Lanciata in orbita nell’inverno del 2005, la sonda della NASA Deep Impact ha terminato la sua missione quasi decennale, lasciandoci in eredità 500 mila immagini di oggetti celesti. Dall’8 agosto scorso, infatti, il centro controllo di Pasadena non è stato più in grado di comunicare con la navicella e non potendola più guidare in remoto ha deciso di mettere la parola fine alla missione: «Deep Impact ha rivoluzionato le nostre ricerche sulle comete e sulla loro attività» ha detto Mike A’Hearn, ricercatore dell’Università del Maryland. Per più di un mese i ricercatori hanno cercato di riattivare i contatti con la sonda, senza successo. I motivi del problema sono ancora in fase di analisi, ma si presume che ci sia stato un guasto ai computer di bordo che avrebbe influenzato il posizionamento delle antenne radio.

Dall’impatto delle comete la scintilla della vita – IL CALORE PRODUCE AMMINOACIDI

Un esperimento realizzato all’Università del Kent, usando del ghiaccio e un supercannone ad aria compressa, ha dimostrato che quando una cometa colpisce un pianeta le onde d’urto e il calore producono alcuni dei mattoni fondamentali della vita.
La ricetta per la vita? Prendete una cometa, sparatela a 7 km al secondo contro un pianeta e poi lasciate raffreddare il tutto per qualche milione di anni. Non è così semplice, naturalmente. Ma un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra, dell’Università del Kent e del Lawrence Livermore National Laboratory, hanno dimostrato, in uno studio su Nature Geoscience, che l’impatto tra una cometa e un pianeta può innescare alcuni dei processi chimici alla base della vita, fino a produrre quegli amminoacidi che sono, appunto, i mattoni fondamentali delle proteine e quindi del metabolismo di qualunque essere vivente.

CINQUE IMMAGINI DA COLLEZIONE – Fotoalbum spaziale d’epoca

L’Università di Londra ha riesumato dai suoi archivi cinque immagini di grande valore storico per l’esplorazione spaziale: da una dettagliata mappa lunare del 1910 alle foto scattate su Venere dai lander sovietici, passando per la prima foto in assoluto della Terra vista dalla Luna.
Ci sono fotografie della prima era spaziale che sono entrate letteralmente nell’immaginario collettivo, pubblicate e ripubblicate centinaia di volte fino a diventare delle autentiche icone… si pensi a quella di Buzz Aldrin ripresa da Armstrong sulla Luna o alla famosa Terra che sorge dall’orizzonte lunare ripresa dall’equipaggio dell’Apollo 8 la vigilia di Natale del 1968. Molte altre, altrettanto affascinanti, sono purtroppo rimaste sepolte negli archivi delle agenzie spaziali; appunto come quelle ritrovate dallo University College di Londra, che le ha immediatamente messe a disposizione del pubblico nel sito www.ucl.ac.uk/mapsfaculty/ space-history. Tra le cinque immagini si trova quello che, secondo noi, è il documento più importante, ovvero la prima fotografia in assoluto della Terra vista dalla Luna, ripresa da Lunar Orbiter 1 nel 1966. La prima di un set di riprese che finì poi spezzettato in varie collezioni.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.174 - 2013 alla pagina 6

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