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18 Agosto 2019
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Rosetta

Il sito di atterraggio J, scelto come target principale per la discesa del lander Philae, si trova nella “testa” del nucleo cometario. In questa fotografia, ripresa il 21 settembre scorso dalla camera NAVCAM, è contrassegnato dalla croce bianca.


ROSETTA fissa l’appuntamento per la discesa – SARÀ IL 12 NOVEMBRE

Scelto anche il sito di atterraggio. Il lander Philae inizierà le sue manovre di avvicinamento al mattino e toccherà il suolo della cometa nel primo pomeriggio ora italiana.
L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha deciso: la sonda Rosetta approderà con Philae sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko il 12 novembre prossimo. Il luogo di approdo, noto come il sito J, è stato scelto tra una rosa di cinque possibili. Si trova sul “lobo” più piccolo della cometa, la cosiddetta “testa”, ed è stato selezionato dopo sei settimane di analisi da parte degli strumenti a bordo di Rosetta.

Il bosone di Higgs distruggerà l’universo?

Stephen Hawking e il bosone di Higgs: due veri e propri “blockbuster” della fisica contemporanea. Tuttavia, il loro rapporto (o meglio, quello dello scienziato britannico con il celebre bosone) sembra piuttosto tormentato. Nel 1964, non appena venne predetta l’esistenza del bosone di Higgs, Hawking scommise con Gordon Kane, fisico teorico dell’Università del Michigan, che la fantomatica particella non sarebbe mai stata scoperta. “Sembra proprio che io abbia perso 100 dollari”, ammise lo stesso Hawking nel luglio del 2012, quando il CERN di Ginevra annunciò trionfalmente che il bosone di Higgs esiste davvero. In seguito, l’eminente fisico inglese dichiarò che con la scoperta della particella di Higgs la fisica era diventata “meno interessante”.

È confermato: al centro di M60-UCD1 c’è un BUCO NERO SUPERMASSICCIO

I buchi neri giganti potrebbero essere più numerosi di quanto si pensi. In uno studio apparso su Nature è stata infatti confermata la presenza di un buco nero supermassiccio là dove non dovrebbe essere: all’interno di una galassia molto piccola e densa, una cosiddetta nana supercompatta.
Non so se il lettore ricorderà, ma giusto un anno fa dalle pagine di questa stessa rivista (Coelum 174) avevamo dato la notizia della scoperta della più compatta galassia nana tra quelle conosciute. Si trattava di M60-UCD1, compagna della enorme ellittica M60, un oggetto già noto e catalogato come “Ultra Compact Dwarf” galaxy, ma di cui solo allora, grazie ai dati raccolti con i due telescopi spaziali, era stato possibile accertarne le reali dimensioni.

Caccia agli asteroidi, pochi risultati – Nonostante i 40 milioni di dollari l’anno

Lo sforzo dell’agenzia spaziale americana di identificare asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra sta perdendo colpi. Secondo un recente rapporto, i ricercatori non ce la faranno entro il 2020 a classificare il 90% degli oggetti che passano a 45 milioni di chilometri dal nostro pianeta. A quanto pare, il problema è al vertice.
Troppo tempo col naso all’insù a cercare senza ancora i risultati sperati. A detta di una commissione interna della NASA il programma che doveva catalogare gli asteroidi in grado di far male alla Terra non è ben integrato e manca di una supervisione adeguata: è questa la critica che si legge in un rapporto pubblicato in settembre. Il programma, che dal 2005 si occupa della caccia a asteroidi e comete – ed è tra quelli con il budget più alto, 40 milioni di dollari l’anno – ha come obiettivo principale quello di tracciare entro il 2020 la rotta di almeno il 90% dei NEO più larghi di 140 metri che transitano in un raggio di 45 milioni di chilometri dalla Terra.

Mars Orbiter Mission – L’INDIA È SU MARTE

Dopo Stati Uniti, Russia ed Europa, è la volta dell’India: con la sonda MOM l’agenzia spaziale indiana ISRO brucia sul tempo Cina e Giappone. Proverà a rilevare la presenza di metano nell’atmosfera marziana cercando ulteriori prove a favore di forme di vita primitiva sul quarto pianeta del Sistema solare.
La sonda indiana lanciata il 5 novembre 2013 dal Satish Dhawan Space Centre della Indian Space Research Organisation, a Sriharikotae, ce l’ha fatta: la Mars Orbiter Mission (MOM) si è infatti inserita il 24 settembre scorso nell’orbita del pianeta rosso. La navicella, progettata dagli ingegneri dell’agenzia spaziale indiana, studierà l’atmosfera marziana provando a rilevare la presenza di metano. Sulla sonda diverse strumentazioni scientifiche all’avanguardia: la Mars Color Camera, il Lyman Alpha Photometer (che servirà per misurare l’abbondanza di idrogeno e deuterio e a studiare il processo di perdita di acqua dai pianeti), il Thermal Imaging Spectrometer per mappare la composizione superficiale, lo spettrometro di massa MENCA e il sensore a metano MSM.

L’acqua? È più antica del Sole – ARRIVATA A NOI DA UNA NUBE INTERSTELLARE

Un team di ricercatori ha concluso che almeno metà dell’acqua presente nel Sistema solare si sarebbe formata prima della nascita del Sole, e dunque già nella nube di polvere e gas da cui la nostra stella si è originata. Se l’acqua si può formare in abbondanza in queste nubi, e resistere all’azione distruttiva che porta alla nascita di una stella e di un sistema planetario, significare che le condizioni iniziali per la vita potrebbero essere presenti anche in altri sistemi planetari.
Non avrà magari il potere di farci tornare tutti bambini, come suggeriva un divertentissimo spot dell’anno scorso, ma certo è che la sua formazione risale all’infanzia del Sistema solare. Anzi, stando a uno studio uscito recentemente su Science, addirittura lo precede: una significativa percentuale dell’acqua presente sulla Terra, forse anche più della metà, deriva direttamente da ghiaccio già presente nella nube interstellare dalla quale ha avuto origine lo stesso Sole. E nei corpi più antichi del Sistema solare, poi, come per esempio le comete, la percentuale sale ulteriormente.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.185 - 2014 alla pagina 6

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