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Testa di Cavallo

La straordinaria immagine nell’infrarosso realizzata da Hubble. Malgrado l’insolita lunghezza d’onda, che rende la Testa di Cavallo un oggetto molto diverso da come siamo abituati a vederlo nelle foto “normali”, la struttura della Testa che s’innalza per tre anni luce al di sopra del suo “orizzonte” è ancora perfettamente riconoscibile.

LA TESTA SCOLPITA DALLA LUCE

Per celebrare il suo ventitreesimo anno in orbita, il telescopio spaziale Hubble ha reso pubblica una nuova straordinaria immagine di uno degli oggetti più caratteristici del nostro cielo.
La nuova fotografia di Hubble, scattata nell’ottobre scorso e resa pubblica il 18 aprile proprio per celebrare i suoi 23 anni, mostra una delle più famose regioni nella costellazione di Orione, distante 1500 anni luce. A emergere dalle onde turbolente di polveri e gas, con le sembianze di un cavalluccio marino gigante, è la Nebulosa Testa di Cavallo, nota anche come Barnard 33. Formatasi in seguito al collasso di una nube interstellare, splende di luce riflessa, illuminata da una stella posta nei suoi pressi. È talvolta confusa con IC 434, che è in realtà la nebulosa ad emissione posta sullo sfondo, di colore rosso, originato prevalentemente dall’idrogeno ionizzato dalla vicina e brillante sigma Orionis.

Che succede a KEPLER? La missione NASA forse al capolinea

Seri problemi al sistema di puntamento del satellite dedicato alla caccia di pianeti extrasolari sembrano mettere la parola fine alla missione.
Maledetti giroscopi. Saranno forse proprio loro a segnare la fine definitiva della missione Kepler della NASA. Già lo scorso anno uno dei quattro dispositivi a bordo del satellite era andato in avaria, sostituito da quello di riserva. Ed ecco arrivare negli ultimi giorni un nuovo problema a uno dei tre rimanenti che potrebbe dargli il colpo di grazia. Questi apparati sono infatti vitali per il corretto funzionamento delle attività del satellite poiché provvedono al suo perfetto puntamento e stabilità. «Senza questi dispositivi un telescopio che deve avere un’altissima precisione di puntamento e poter ripetere lo stesso puntamento anche a distanza di molto tempo con la stessa altissima precisione, semplicemente non riesce più a fare il suo lavoro» dice Enrico Flamini, coordinatore scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana.

Due NANE BRUNE a un passo da noi

Scoperto da un gruppo di astronomi statunitensi il terzo sistema stellare più vicino al Sole. Si tratta di WISE 1049-5319, un sistema binario composto da nane brune, stelle fredde e dalla luce debole, distanti appena 6,6 anni luce dal Sole.
Ha un nome complicato da ricordare il nuovo sistema stellare scoperto dal team di ricercatori guidati da Kevin Luhman: si chiama WISE J104915.57-531906 ed è il terzo sistema più vicino al Sole dopo quello di Alfa e Proxima Centauri (4,36 e 4,22 anni luce) e della Stella di Barnard (5,96 anni luce). È un sistema binario composto da due nane brune, quindi stelle relativamente fredde e debolmente luminose, molto più simili a pianeti tipo Giove che a stelle come il Sole. Le due stelle sono visibili nella costellazione della Vela e si trovano a 6,6 anni luce dal Sole: in un futuro molto distante, azzardano i ricercatori, potrebbero addirittura essere una delle prime destinazioni per missioni spaziali con equipaggio umano al di fuori del Sistema solare.

NEL POLO DI SATURNO continua la tempesta “esagonale”

Recenti immagini del Polo Nord di Saturno riprese dalla sonda Cassini stanno mostrando in grande dettaglio l’enorme uragano dalla strana forma esagonale che ruota attorno al polo nord del pianeta. Alla visione generale della stranissima conformazione si è aggiunta stavolta quella della ripresa alla massima risoluzione del cosiddetto occhio del ciclone che, con un diametro di circa 2000 km, si rivela almeno una ventina di volte più grande di qualsiasi analogo terrestre, con venti che nelle parti periferiche superano i 500 km orari.

“Rolling Stones” sulla Luna

Le lunghe strisciate sulla regolite contrastano con l’idea di immota tranquillità solitamente associata ai panorami lunari
Sono ormai quattro anni che il Lunar Reconnaissance Orbiter sta fotografando il suolo lunare con una risoluzione mai raggiunta prima da nessun’altra sonda. Di questa sua abilità già abbiamo avuto prova osservando le straordinarie immagini con cui ha documentato la situazione dei siti Apollo. Poche riprese, tuttavia, appaiono suggestive come questa, dove sono perfettamente visibili le tracce lasciate dal rotolamento di grandi massi su un pendio con profilo inclinato da sinistra a destra. Si notano chiaramente le scie lasciate da macigni franati da dirupi, probabilmente in seguito a fenomeni sismici o impatti di meteoriti nelle vicinanze.

Acqua preistorica sulla Terra E SU MARTE?

SCOPERTA IN CANADA A 2,4 KM DI PROFONDITÀ
Trovate in Ontario antiche sacche di acqua che contengono tutti gli elementi chimici necessari a sostenere la vita. Se esistessero anche su Marte, potrebbero rilanciare la speranza di trovare vita sul pianeta rosso. In un pozzo trivellato a 2,4 chilometri di profondità sotto terra, nello stato canadese dell’Ontario, è stata trovata una sacca d’acqua rimasta isolata dalla luce solare per un periodo di almeno ,5 miliardi di anni.

LUMINOSO IMPATTO SULLA LUNA!

Un grande bolide ha colpito la Luna il 17 marzo scorso, e il fenomeno è stato registrato dalla NASA in un filmato che mostra un improvviso flash di mag. +4, quindi visibile ad occhio nudo.
“Il 17 marzo 2013 un oggetto delle dimensioni di un piccolo macigno ha colpito la superficie lunare nel Mare Imbrium – ha annunciato nei giorni scorsi Bill Cooke, del Meteoroid Environment Office della NASA – ed è esploso in un lampo dieci volte più brillante di qualsiasi cosa abbiamo mai visto prima. Talmente brillante che chiunque stesse osservando la Luna al momento dell’impatto, anche a occhio nudo, avrebbe potuto cogliere i bagliori dell’esplosione, pari per luminosità a una stella di quarta magnitudine”. Durante gli ultimi otto anni, Cooke e il suo team di astronomi hanno monitorato il nostro satellite alla ricerca di esplosioni simili, scoprendo che gli impatti sulla superficie lunare sono molto più comuni di quanto si pensasse. L’unico problema è che finora i flash sono stati difficili da vedere, niente di paragonabile a quello del 17 marzo, probabilmente causato dalla caduta di un bolide di una quarantina di chilogrammi.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.171 - 2013 alla pagina 6

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