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4 Dicembre 2020
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Nostra intervista ad ALAN STERN – La sonda New Horizons verso Plutone

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STERN

Alan Stern in compagnia di Patsy Tombaugh, la vedova dello scopritore di Plutone, durante la cerimonia per il lancio della sonda New Horizons nel 2006.

Non so se sia stato voluto o meno, ma oggi, mentre facciamo questa intervista è proprio il 18 febbraio, giorno dell’85° anniversario della scoperta di Plutone da parte di Clyde Tombaugh… Come pensi che Clyde seguirebbe l’arrivo della sonda New Horizons sul pianeta da lui scoperto, se oggi fosse ancora tra noi?

STERN – Naturalmente è scontato dire che tutto questo, compresa la grande avventura di New Horizons, non sarebbe stato possibile senza Clyde Tombaugh e la sua scoperta. Ho avuto la fortuna di conoscere Clyde e posso dire che sarebbe stato wonorato di parteciparvi. Per noi che abitiamo negli Stati Uniti poi è un motivo di orgoglio particolare, perché lui è stato l’unico americano ad avere scoperto un pianeta. Ma non è solo questo: la scoperta di Plutone ha rappresentato un vero cambio di paradigma per tutta l’astronomia.

Alan Stern e un'amica al Pluto Pride tenutosi a Seattle negli ultimi giorni di marzo. NINE è il gesto che fanno con le mani, a simboleggiare il diritto di Plutone a essere riconosciuto come il nono pianeta del Sistema solare.

Perché è così eccitante arrivare su Plutone, al di là dell’aspetto puramente scientifico?

STERN – Credo che gli esseri umani siano essenzialmente degli esploratori, e quella compiuta da New Horizons è l’esplorazione più lontana nella storia dell’umanità, niente era mai stato esplorato a una tale distanza. Plutone si trova ben oltre Nettuno, e non c’è nessun’altra missione simile in programma; quindi è possibile che nella nostra vita non vedremo altre imprese di questo tipo realizzarsi ancora. Tutto questo è estremamente eccitante per me come essere umano e penso che lo sia per molte altre persone. Credo sia questo il motivo per cui c’è tanto interesse attorno a questa specifica missione scientifica: è a suo modo eccezionale.

A proposito del sorvolo con Plutone e Caronte, puoi dirci se la scelta esplorativa del flyby al posto dell’immissione in orbita era obbligata?

STERN – Quella scelta è stata fatta per svariate ragioni. La prima è che il flyby è una scelta “normale” in questo contesto. Nella storia dell’esplorazione spaziale si è sempre compiuto prima un flyby, per ogni pianeta su cui siamo andati. Si fa un flyby per prendere informazioni e imparare il più possibile su quel pianeta, e soltanto in un secondo momento si torna con un orbiter: questo è l’iter si è sempre seguito, perché in questo modo si ha la possibilità di scegliere quali strumenti serviranno in una futura missione più costosa, e di progettarli ad hoc per quella missione.

Un’altra ragione è che una missione destinata a un sorvolo costa decisamente meno. New Horizons doveva necessariamente stare entro certi limiti di costo che erano assolutamente incompatibili con un’immissione in orbita.

Infine, anche se avessimo progettato una missione con orbiter, New Horizons avrebbe comunque dovuto attraversare il Sistema Solare in un tempo ragionevole. La sonda sta quindi procedendo a una velocità tale che sarebbe impossibile farla rallentare a sufficienza per un ingresso in orbita. O meglio, per farlo ci sarebbe bisogno di un razzo davvero enorme, ma con un peso tale non sarebbe stato possibile raggiungere la velocità che ci serviva. Quindi un ingresso in orbita proprio non si poteva fare da un punto di vista della fisica.

Ricapitolando, la scelta del flyby è dovuta al fatto che entrare in orbita non è fattibile, non ce lo potevamo permettere economicamente, e non sarebbe neanche normale farlo.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.191 - 2015 alla pagina 23

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