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2 Giugno 2020
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La tecnica del Joint Imaging

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joint imaging

Le immagini sorgente che hanno contribuito all’immagine finale sono tutte di buona fattura, ma anche caratterizzate da qualche difetto. Il contributo di Marco Favuzzi – già molto buono e con ben 4 ore d’integrazione, dopo la calibrazione per il campo e un aggiustamento dei vari livelli – è stato usato come immagine di riferimento con cui calibrare tutte le altre. Il contributo di Rolando Ligustri è stato usato in mediana, quello di Andrea Pistocchini ha richiesto una correzione per il campo ed è stato unito anch’esso in mediana dopo una correzione di tonalità. Quello di Stefano Schirinzi mostrava dischi stellari un po’ grandi rispetto alla media, quindi dopo la calibrazione è stato unito in modalità minimo, mentre l’immagine di Donatiello è stata unita in media dopo le calibrazioni. Il contributo di Claudio Bottari è servito sia per un’immagine centrata sul nucleo della galassia sia per costruire una maschera custom per non saturare eccessivamente la zona del bulge. L’immagine di Terenzio Fusco era invece caratterizzata da dischi stellari molto piccoli e un nucleo galattico quasi puntiforme, ma con basso livello delle nubi stellari quindi è stata utilizzata per la sola luminanza e unita in modalità massimo. L’immagine di Domenico Argentiero manifestava diversi problemi nei dischi stellari, per un non corretto uso dei filtri di contrasto, ma con un buon bilanciamento generale, perciò è stata unita in modalità minimo. Infine l’immagine di Alessandro Milani, usata per la versione a maggior campo di M31, caratterizzata da tanto segnale ma con la zona del bulge un po’ carica, è stata unita in modalità minimo per non perdere informazione nelle regioni a maggiore brillanza e, al contempo, contribuire a una maggiore incisività dei dischi stellari con un successivo passaggio in mediana.

Un modo “social” per condividere la passione per l’astronomia e per realizzare delle straordinarie immagini collettive
In un mondo in cui tutte le espressioni comunicative tendono a diventare “social” e la parola d’ordine sembra essere condivisione, è veramente strano come non sia ancora diventata una pratica comune in astronomia amatoriale quella di accumulare fotoni catturati da osservatori diversi, che usano strumenti diversi e sensori diversi in tempi diversi. In altre parole… se una delle tecniche più usate da molti anni per migliorare il rapporto segnale/rumore in un’immagine è quella della compositazione, ovvero della somma (o della media) di molte immagini, perché non è ancora diventata prassi (anche considerando la tecnologia a nostra disposizione oggi per comunicare istantaneamente con chiunque e ovunque) l’idea di sommare o mediare immagini ottenute da molti altri osservatori?

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.180 - 2014 alla pagina 22

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