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18 Giugno 2019
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La calibrazione del colore in un’immagine della “Dumbbell”

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AstroartIl nostro obiettivo è semplice ma l’esecuzione pratica nasconde molte insidie: vogliamo realizzare un’immagine di un oggetto deep-sky con delle tonalità di colore che si avvicinino il più possibile alla visione “reale”; proprio come se ci trovassimo sospesi nello spazio nelle sue immediate vicinanze e potessimo osservarlo ad occhio nudo. Ci proviamo con una fotografia di M27, una delle nebulose planetarie più conosciute dagli appassionati del cielo. Utilizzando qualsiasi programma di elaborazione delle immagini, ci rendiamo presto conto che la manipolazione dei colori, così come quella della luminosità o del contrasto, ci porta a creare centinaia di modalità di visualizzazioni, a volte molto differenti l’una dall’altra. Questi potenti strumenti informatici, più che aiutarci (come avviene per le fotografie tradizionali) in questo caso ci disorientano e ci lasciano perplessi: quali sono i veri colori degli oggetti celesti? Le nostre incertezze sono dovute al fatto che non abbiamo nella nostra memoria visiva un’immagine “reale” di confronto, come può avvenire per gli oggetti terrestri: il rosso “Ferrari” , per fare un esempio, sappiamo com’è e possiamo più o meno avvicinarci ad esso se abbiamo necessità di equilibrare i colori di una foto sportiva fatta durante un Gran Premio. Con tecniche più oggettive, i fotografi professionisti utilizzano la tecnica del “bilanciamento del bianco”, che consiste nell’equilibrare i tre canali RGB fondamentali in modo tale che un oggetto bianco o grigio abbia gli stessi valori di pixel nel rosso, nel verde e nel blu. Ma il rosso delle emissioni H-alfa presente in tante nebulose (compresa la M27 che stiamo per esaminare), come appare nella realtà? Anche con telescopi di grande apertura e sotto cieli incontaminati è difficilissimo cogliere i reali colori di nebulose, galassie e comete (su questo argomento vedi anche gli articoli “L’osservazione visuale dei colori negli oggetti del cielo profondo” su Coelum 112 e 123); infatti, in regime di bassissima illuminazione i nostri occhi lavorano con la cosiddetta visione scotopica, dove faticano a distinguere differenze di cromaticità e tutto quanto ci appare quasi in “bianco e nero” (e questo è possibile constatarlo anche nella normale visione notturna terrestre).

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.166 - 2013 alla pagina 42

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