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24 Settembre 2018
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Intervista ad Andrea Accomazzo

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È grande l'esultanza nella Control Room dell'ESA quando viene ricevuto il primo segnale di Rosetta dopo il periodo di ibernazione. Nella foto, Andrea Accomazzo al centro che esulta per la riuscita dell'operazione. È proprio questo il momento in cui Accomazzo ha pensato: "Abbiamo una missione!". Crediti: ESA-Jürgen Mai.

Abbiamo intervistato Andrea Accomazzo, Flight Director per la Missione Rosetta presso l’ESA e abbiamo avuto modo di approfondire da un punto di vista unico le fasi salienti della missione, fino al finale, previsto per il prossimo 30 settembre. Soprattutto, grazie a Andrea, abbiamo avuto una visione speciale di ciò che accade dietro le quinte con un assaggio delle sensazioni e emozioni provate da chi ha vissuto quotidianamente questa grande missione per quasi 20 anni.

Comincia l’esperienza di Rosetta. Forse comincia un po’ male… C’era prima una collaborazione con la NASA, che invece poi si è tirata indietro, un vettore che è andato male…
Anzitutto dobbiamo considerare che Rosetta, contando anche la collaborazione con la NASA, è un progetto della durata di 30 anni: è impensabile che tutto vada assolutamente liscio! [La missione] era nata a metà degli anni ‘80, in collaborazione con la NASA, come un programma di “comet surface sample return” ovvero andare in una cometa, prendere un campione e tornare a Terra per analizzarlo. Poi il progetto si è dimostrato essere tecnicamente estremamente complesso e dispendioso. La NASA ha ridotto la partecipazione e si è modificato il progetto in quello che è diventata l’attuale missione Rosetta. Una volta sviluppato il satellite e arrivati nel 2003, pronti a lanciarlo, l’Ariane 5 (il lanciatore dell’ESA) ha avuto un problema… Niente a che vedere con Rosetta, però tutti gli Ariane 5 sono stati costretti a terra per un certo periodo e quindi abbiamo dovuto cambiare cometa. Una delle nostre più grosse difficoltà, quando nel gennaio 2003 ci hanno comunicato che non avremmo lanciato Rosetta, è stata proprio il dover trovare una nuova cometa che potesse essere raggiunta col satellite che già era stato progettato. Quindi raggiungibile in tempi ragionevoli, con il propellente che ormai avevamo a bordo, compatibile con le dimensioni e le prestazioni del satellite che avevamo già costruito. La maggior parte delle comete (ce ne sono miliardi e miliardi) si trovano ai confini del nostro Sistema Solare, e sono irraggiungibili con le nostre sonde.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.204 - 2016 alla pagina 102

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