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20 Ottobre 2019
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Eta Aquilae: il prototipo mancato

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ETA AQUILAE

Eta Aquilae è facilmente identificabile nei pressi di Altair, la stella principe della costellazione dell’Aquila. Si tratta di una supergigante gialla classificata come variabile cefeide. La sua luminosità varia tra la magnitudine +3,5 e +4,4 in un periodo di poco più di sette giorni. Giunta nella fase finale della sua esistenza la stella è divenuta instabile, e si producono pulsazioni che fanno sì che la stella cambi le dimensioni e la temperatura, variando anche il tipo spettrale da F6,5 a G2 a ogni ciclo. Dopo la Polaris, e assieme a delta Cephei, è la Cefeide più luminosa del nostro emisfero e quella con il range di variazione più alto. Quando arriva al suo massimo di +3,48, come appare nella fotografia, supera in luminosità, seppur di poco, Alshain (beta Aquilae, mag. +3,7), ed è di poco inferiore a theta Aquilae, di mag. +3,2.

Sembra che un tempo questa stella venisse chiamata con il nome proprio di Bezek, che in ebraico significa “lampeggiante”, il che potrebbe far pensare, senza altre fonti a sostegno di questa ipotesi, che la sua variabilità fosse stata notata già in tempi molto antichi. Ma c’è di più. Malgrado quello che si trova scritto quasi ovunque, è eta Aquilae la prima variabile di tipo cefeide mai scoperta, prima quindi di delta Cephei, la stella che ha poi dato (impropriamente) nome all’intera classe.
Facile da osservare, decisamente luminosa e con un periodo di variabilità né troppo corto né troppo lungo, eta Aquilae è anche una stella che culmina a ore molto comode nel periodo estivo. Tutte qualità queste che contribuiscono a farne uno degli oggetti celesti più piacevoli da seguire quando si hanno pochi mezzi a disposizione. Dello stesso parere dev’essere stato anche il giovane astronomo inglese Edward Pigott (1753-1825) la sera del 10 settembre 1784 quando, dalla sua casa-osservatorio di York, si dispose a dare un’occhiata nella parte meridionale dell’Aquila, dove da parecchi giorni gli sembrava che eta Aquilae stesse lentamente aumentando di luminosità. Fino a quel momento soltanto altre cinque stelle erano note per la loro variabilità, e dunque scoprirne una in più (la sesta) doveva essere – contrariamente a quello che avviene oggi che se ne scoprono a dozzine – una grandissima emozione e insieme una bella responsabilità.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.182 - 2014 alla pagina 28

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