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25 Settembre 2020
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È possibile risolvere il disco di Titano? Divagazioni notturne su una ripresa di mezza estate

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Postazione

La postazione da dove l’Autore è riuscito nell’impresa di risolvere il disco di Titano con il solo ausilio di una buona camera di ripresa autocostruita. Anche il rifrattore è stato ridisegnato; al tubo Konus di un vecchio 120/1000 è stato infatti montato un doppietto ED di 127 mm f/9, e all’interno sono stati applicati ben 13 diaframmi per azzerare qualsiasi traccia di luce parassita.


Le tecniche di ripresa digitale hanno ormai totalmente rivoluzionato il modo di fare osservazioni in alta risoluzione. Se qualcuno (lo dico solo per chi in astronomia è totalmente digiuno di tecnica strumentale) ha ancora in mente la visione romantica dell’osservatore munito di blocco da disegno, che a matita riproduce i dettagli visibili all’oculare cercando di coglierli nei momenti di seeing favorevole… beh, deve ricredersi. Come pure deve ricredersi chi, guardando certe splendide foto di Saturno o Giove, pensa oziosamente che siano state riprese con singoli scatti fotografici, come si fa con il micio di casa o con la zia in visita; o come si faceva 30 anni fa, ottenendo al meglio delle macchioline di luce tondeggianti. Attualmente gli amatori producono riprese d’altissimo livello sfruttando tecniche di ripresa video che permettono di aggirare e superare uno degli handicap principali dell’osservazione planetaria: la turbolenza atmosferica. La capacità di riprendere molti fotogrammi al secondo permette di poter selezionare i frame migliori (quelli dove la turbolenza si avverte di meno) e, da questi, con un’opportuna elaborazione arrivare ad ottenere l’immagine finale, che mostrerà molti più dettagli di quanti se ne vedano tremolare nel campo di un oculare.

L'articolo completo è pubblicato su Coelum n.174 - 2013 alla pagina 20

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