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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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LA LUNA NELL’IMMAGINARIO SECENTESCO |
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Una
storia della selenografia fino all’icon Lunaris di Geminiano Montanari
(1662) |
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di Rodolfo Calanca |
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V^ PARTE (E ULTIMA...) |
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Nel
1649 apparve la selenografia di Eustachio Divini, pessimo scienziato ma ottimo
costruttore di cannocchiali che, con questa carta, dedicata al granduca di
Toscana Ferdinando II, intendeva provare le possibilità offerte dai suoi
strumenti nell’osservazione astronomica. Essa fu disegnata al plenilunio del
mese di marzo del 1649 con l’ausilio del reticolo e di due cannocchiali di 24
palmi (m. 5,4) e 16 palmi (m. 3,6). L’analisi della sua mappa lunare svela come il suo
autore si sia ampiamente ispirato alle selenografie di Hevelius. Ciò appare
evidente nella regione intorno al cratere Kepler, nel triangolo del Lacus Mortis,
nel sistema di raggi centrato su Tycho e nelle due aree rettangolari del Mar
Tranquillitatis.[1]
Due
anni dopo, nel suo monumentale Almagestum Novum,[2] il gesuita Riccioli
pubblicò due carte, di fondamentale importanza storica, disegnate dal
confratello Francesco Maria Grimaldi, divenuto famoso per la scoperta della
diffrazione della luce.[3]
Riccioli
ci dà una descrizione del lungo lavoro d’osservazione che tenne occupato
Grimaldi tra il 1647 e il 1650: al telescopio [Grimaldi] esamina una
ad una tutte le parti della superficie lunare, grandi, piccole e minime;
immediatamente le confronta con i disegni di van Langren e di Hevelius che suole
tenersi davanti; riconosce molti particolari resi anche da loro egregiamente;
non pochi tuttavia ne rimangono, che sono da aggiungere o da correggere per
quanto concerne la posizione, la grandezza, la forma, la simmetria o il
chiaroscuro. Pertanto traccia nuovi disegni, e li ripete per migliorarli sempre
più, senza smettere finchè non gli sembra di aver raggiunto la più perfetta
somiglianza dei pur minimi particolari del volto della Luna. Per quanto poi
riguarda i limiti, le zone e i periodi della librazione, ha fatto fino ad oggi
tante osservazioni, che potrebbe scrivere da esse un intero volume.[4]
Nell’Almagestum,
le carte selenografiche sono due, entrambe di 28 centimetri di diametro. La
prima è contornata dai disegni di quattro fasi lunari (fig. 26), fortemente librate, due
crescenti e due calanti, di 11 centimetri di diametro. L’altra, Pro
Nomenclatura et Libratione Lunari, mostra, alla maniera della selenografia Q
di Hevelius, quelle parti della sua superficie che si rendono visibili per
effetto delle librazioni e contiene la nuova nomenclatura proposta dal grande
elefante Riccioli.[5]
A
differenza di Hevelius, Riccioli non ebbe alcun timore di turbare la delicata
sensibilità degli eruditi e dei potenti del suo tempo. La sua toponomastica,
costituita da 248 nomi, ed infarcita di personaggi antichi e moderni, tra i
quali Grimaldi e se’ stesso, ebbe gran successo e, dalla metà del secolo
successivo, sostituì quasi integralmente quelle precedenti di Gassendi, van
Langren ed Hevelius. Risale
invece al 1671 l’ultima carta lunare di cui ci occuperemo, opera del padre
cappuccino Michel Lasséré, meglio conosciuto con il nome religioso di Chérubin
d’Orléans, noto per i suoi studi sul cannocchiale binoculare, dei quali eseguì
una trentina di esemplari, tra il 1660 e il 1670. Un inusuale binoculare
marino, a lui attribuito, è conservato al Museo della Scienza di Firenze. Le
due selenografie di Chérubin apparvero nell’opera La Dioptrique Oculaire,[6]
e servivano a valorizzare le qualità ottiche dei suoi cannocchiali. La
prima carta, porta il titolo: Observation
du disque de la Lune, en son opposition au Soleil faite par le Pere Cherubin
d'Orleans Capucin, au moyen de l'instrument qu'il a nouvellement inventé.
Il
padre cappuccino, a commento della tavola, scrive che questa prima immagine
lunare è confusa e priva di dettagli perché fu realizzata durante la Luna
piena, mentre la seconda mappa (fig. 27), il cui titolo è Observation
exacte des macules du disque de la Lune au moyen de laquelle ses phases peuvent
estre facilment reconues, par leurs ombres, en leurs esloguements du Soleil
depuis son opposition,
disegnata lontana dal plenilunio, nel corso di alcune notti, rende giustizia
alla bontà del suo nuovo cannocchiale.
Egli dice di aver impiegato una specie di micrometro, di sua invenzione, per
riprodurre al meglio le proporzioni degli oggetti celesti e terrestri osservati
attraverso il cannocchiale. La
seconda mappa, che risente chiaramente dell’influenza della selenografia R di
Hevelius, e il cui diametro è di 28 centimetri è, come vedremo, meno precisa
di quanto il suo autore voglia farci intendere (figg.
25-26-27). Caratteristiche
dell’icon lunaris di Geminiano Montanari e il confronto con altre carte
del tempo
Passiamo ora all’esame dell’icon lunaris di Geminiano Montanari (fig. 28). Essa apparve nell'opera Ephemerides Novissimae del marchese Cornelio Malvasia, pubblicato a Modena nel 1662 presso il libraio Andrea Cassiani, e che consta di 220 pagine in folio. Malvasia, nell’ultima pagina delle Ephemerides, così introduce la carta di Montanari (fig. 29):
Alla
fine dell’opera mostriamo l’immagine lunare tracciata da Geminiano
Montanari, dottore in legge e nostro appassionato studioso di astronomia. Le
altre immagini dei pianeti, nella misura in cui sono stati da noi osservati
quest’anno, abbiamo provveduto affinché fossero disegnate intorno a quella.
Più volte abbiamo esaminato un gran numero di selenografie e, in particolare,
quelle di Rheita e di Riccioli, per valutare se corrispondessero con precisione
all’immagine della Luna che vediamo col nostro telescopio, riscontrando però
un’eccessiva differenza. Per
questo motivo, abbiamo voluto valorizzare lo studio di colui che ci sembra aver
trovato un solido criterio per raffigurare la Luna in modo corretto e
proporzionato e per collocare, nelle loro esatte posizioni, tutti i particolari
visibili. L’uso del nostro reticolo nell’osservazione del disco lunare
offriva a lui, lo stesso vantaggio offerto ai pittori che, volendo riprodurre
opere altrui, impiegano un reticolo proporzionato, adattato all’originale e
alla copia. Allo stesso modo, infatti, era possibile osservare la Luna ‘reticolata’:
dal momento che egli poteva far ruotare il reticolo, facilmente lo disponeva in
qualunque posizione della Luna, in modo che un ordine di fili stesse sempre
disteso dall’uno all’altro corno mentre gli altri li intersecava ad angolo
retto. Alle differenze fra i diametri lunari (per cui variavano in qualche modo
anche le distanze fra le macchie) rimediava con una varietà proporzionata di
reticoli. Così aveva a disposizione, per un qualunque diametro della Luna, un
reticolo appropriato, dal quale la Luna appariva divisa in nove sezioni uguali
in entrambi i sensi, sebbene in precedenza, per misurarne il diametro e le altre
distanze, ci fossimo serviti sempre di un unico reticolo.[7]
Egli tracciava la prima fase con precisione su una carta, sulla quale era
riportato il cerchio lunare proporzionatamente ‘reticolato’. Il giorno
seguente aggiungeva ciò che nella Luna osservava più ampiamente illuminato
rispetto al primo giorno e così procedeva fino all’opposizione. Spesso, però,
la trasparenza dell’aria non fu tale da permettergli di tracciare un’opera
completa nel corso di una sola lunazione, tranne che nel mese di ottobre, in cui
neppure una volta trovò vapori che ostacolassero il suo studio. Iniziatala
allora, spesso con noi presenti, proseguì. E solo quando anche la più piccola
macchia era stata considerata e solo quando le posizioni di queste erano state
aggiunte alle altre fasi tracciate in un altro momento, egli ha consegnato
un’opera completa sotto ogni aspetto.[8]
Possiamo
immaginare che nella bella serata del 15 ottobre del 1662, 86 ore dopo il
novilunio (tab. III, col. 1), Montanari, con pazienza certosina, si accingesse a
disegnare i particolari più rilevanti della superficie lunare. Premurosamente,
Malvasia informa il lettore che, nei mesi precedenti, un certo numero di
tentativi di realizzare una carta lunare fallì per le cattive condizioni
atmosferiche. Montanari
aveva giustamente escluso di raffigurare la Luna durante il plenilunio, ciò che
altri e, tra questi, il già citato Francesco Fontana, non avevano esitato ad
attuare, con assai scarsi risultati. Lo avevano fatto desistere la pessima
illuminazione del disco lunare e l’eccessivo appiattimento dell’immagine:
troppi dettagli, nell’intenso chiarore diffuso senza ombre, sarebbero andati
persi o snaturati. Ogni sera, prima di iniziare il vero e proprio lavoro cartografico, determinava il diametro lunare (tab. I, col. 4) con un reticolo, impiegato per questo scopo fin dal mese di luglio, opportunamente inserito nel cannocchiale di 24 palmi. Tabella
III
Tempi
di realizzazione della carta lunare di Geminiano Montanari a partire dal novilunio
del 12 ottobre 1662 (4h 30m UT)
NOTE ALLA TABELLA I: (1): Posizione del terminatore
tracciato sulla carta lunare corrispondente al tempo trascorso dal novilunio (in
ore). (4): diametro lunare secondo i calcoli
moderni. (5): misure del diametro lunare
eseguite da Montanari con il reticolo (Ephem. p. 219). Forse quello stesso cannocchiale è
raffigurato nell’antiporta delle Ephemerides, anche se, il
tubo, di sezione quadrata, appare di lunghezza assai minore dei 5 o 6 metri dichiarati
da Malvasia.[9]
Un grave problema, evidenziato dalla
bella tavola incisa dallo Stringa, è la precarietà del suo sostegno: con quel
sistema di corde e pulegge non era agevole trasmettere al cannocchiale un
movimento accurato e continuo, senza trascurare, poi, l’ulteriore
complicazione di dover mantenere un filo del reticolo sempre tangente al bordo
lunare. Eseguita in pochi minuti la misura del
diametro lunare, il cui errore medio, nelle dodici serate, è di 30”,
Montanari sostituiva il reticolo, scegliendone un altro capace di dividere
esattamente in nove intervalli, su entrambi gli assi, il disco del nostro
satellite. In questo modo, la Luna gli appariva
coperta da un fitto reticolato di 81 quadratini perfettamente adattato alle sue
dimensioni. In precedenza, su di un foglio di
carta di grande formato, aveva tracciato un cerchio di 38 cm di diametro al
quale forse sovrappose un reticolato di 81 quadratini. Dopo aver rilevato la posizione del
terminatore lunare, lo riportava sul disegno con una linea tratteggiata e,
finalmente, dava inizio al vero e proprio lavoro cartografico. Seduto e immobile, fissava la Luna
attraverso il cannocchiale mentre, con estrema delicatezza, per evitare
oscillazioni dannose per la qualità dell’immagine, spostava il lunghissimo
tubo per mantenerla nel centro del campo. Infine, determinate la posizione delle
varie configurazioni rispetto al reticolato dei fili, una per una le riportava
sulla carta. Nelle prime due serate, la Luna
tramontò assai presto e Montanari ebbe poco tempo a disposizione per disegnare.
Il 15 ottobre, tracciò il terminatore lunare alle 17h 30m
UT ed appena un’ora dopo il satellite toccò l’orizzonte. La sera
successiva, il nuovo terminatore, che corrisponde a 110h dopo la
neomenia, cadeva 40 minuti prima dell’inizio del tramonto lunare. Evidentemente, queste prime sedute
d’osservazione risentirono della necessità di disegnare velocemente: nessuna
meraviglia, quindi, se qualche rilevante configurazione, nella regione del Mar
Crisium, ad esempio, manca all’appello.
Il selenografo belga A. Piérot, molti
anni fa, ha fatto notare che se si copre l’icon lunaris con un reticolo
di coordinate ortografiche, non si trova alcuna concordanza con le carte moderne
relativamente alla posizione dei diversi particolari selenografici.[10] Nella moderna selenografia,
l’equatore è l’origine delle latitudini mentre, per la longitudine il
meridiano centrale passa per il Sinus Medii. Con una semplice ispezione della
carta di Montanari, vediamo che la posizione del suo meridiano centrale è ad
ovest dell’origine delle moderne longitudini selenografiche (fig.
30). Esso sfiora il
cratere raggiato Tycho, lascia alla sua sinistra i circhi di Tolomeo, Alfonso e
Arzachel ed attraversa Plato. L’equatore invece passa poco a nord di Grimaldi,
nell’ovest lunare, e lambisce Ipparco. Il punto di latitudine e longitudine zero dell’icon lunaris
è collocato 6° a sud e 10° ad ovest dall’origine delle coordinate. Per un osservatore terrestre, la separazione angolare dei due
punti d’origine è piuttosto consistente, sui 2’, un quindicesimo del
diametro lunare apparente. Tradotta nell’unità di misura dei reticoli
impiegati nelle Ephemerides (separazione tra due fili, che equivale a
poco più di 3’), questa distanza è ⅔ di un intervallo. Indubbiamente
Montanari, mentre redigeva la sua carta, si accorse di quanto avveniva sotto i
suoi occhi e certamente rammentava, dalla lettura della Selenographia di
Hevelius, il tentativo, non riuscito, dell’astronomo di Danzica di spiegare e
prevedere l’ammontare delle librazioni con una teoria adeguata. Vediamo ora in che misura le
librazioni possono avere influito sull’esatta disposizione dei particolari
lunari nella sua carta. Nella prima serata d’osservazione, la librazione in
latitudine era doppia di quella in longitudine (tab. III, coll. 6-7) e
l’origine delle coordinate selenografiche si trovava 5.6° nord e 2.8° est
dal centro apparente (effetto librazione). Il 20 ottobre, Montanari disegna il
fuso centrale: le magnitudini delle librazioni, questa volta, sono invertite, in
longitudine è doppia di quella in latitudine. Tra le due date, l’origine
delle coordinate si era spostato di 1.5° a sud e di 4.3° ad est. In altre
parole, un cratere osservato al centro della Luna la sera del 20 ottobre,
rispetto, ad esempio, a Langrenus, che fa parte invece del primo fuso,
apparentemente era più vicino a quest’ultimo di 4.3° in longitudine e più a
sud di 1.5°. Nelle condizioni descritte,
l’effetto delle librazioni sui due crateri porta a falsare la loro distanza di
circa 1’. Naturalmente, quest’apparente alterazione delle distanze vale per
tutti i particolari lunari raffigurati nei fusi di quei due giorni. Per
verificare quanto detto, si misuri su una carta moderna e su quella di Montanari
la distanza tra Langrenus e Tolomeo. Nell’icon lunaris la loro
separazione è minore di circa 1’ dal reale, così come abbiamo sopra
evidenziato. Questa è un’ulteriore prova del fatto che l’astronomo
modenese, con il suo reticolo, era in grado di posizionare correttamente e con
una precisione mai prima raggiunta, i dettagli lunari esattamente così come gli
apparivano al cannocchiale, effetti delle librazioni inclusi.
Dal confronto tra il fuso centrale del
20 ottobre con il penultimo del 25, si vedrà che le librazioni hanno spostato
verso sud di 8° e di 4.2° verso ovest il centro medio lunare. Ciò significa
che le distanze tra gli oggetti raffigurati in questi due fusi sono maggiori del
vero. La selenografia di Montanari non è quindi un’istantanea
dell’aspetto superficiale del nostro satellite valida per ogni epoca, bensì
una sintesi che deriva dall’accostamento di immagini successive, a mo’ di collage,
scaturite nel corso di osservazioni telescopiche di una ben precisata lunazione. Un’altra caratteristica distintiva
di questa carta è lo stile cartografico, molto più moderno e meno fantasioso
di quello dei predecessori. Carlo Bonacini rileva giustamente che: l’esame
comparativo della carta di Montanari con quelle dei suoi predecessori o
contemporanei, fa subito riconoscere in quella del Nostro un nuovo stile. Lo
stile del resto, che diverrà quello dei successori. Dallo stile a macchie si
passa a quello a profili: da una rappresentazione globale, sintetica, si passa a
quella scheletrica, analitica, si direbbe geometrica.[11] Se eseguiamo un confronto tra una
carta moderna della zona del Mar Imbrium e della catena degli Appennini, con
quella stessa zona raffigurata in quelle di Montanari, Hevelius e Grimaldi (fig.
55) è possibile comprendere la sostanziale differenza qualitativa esistente tra
queste tre opere seicentesche. Hevelius e Grimaldi non esitano ad usare, per
alcune catene montuose, un segno noto come mucchio di talpa o pan
di zucchero,[12] largamente impiegato
nella tradizionale cartografia terrestre fin dai tempi di Tolomeo. Questo è un
segno generico, letteralmente simbolico del rilievo, che offriva indicazioni
d’ordine qualitativo e suggeriva quindi il ‘tono’ del territorio,
circoscrivendo una zona di ‘non pianura’.[13]
Montanari riproduce invece le
irregolarità del suolo lunare con un tratto fine e sinuoso che potrebbe essere
confuso, a volte, con inesistenti e tortuosi corsi d’acqua. In questo stile
riconosciamo gli elementi primevi di moderne tecniche cartografiche, come le linee
di massima pendenza e le isolinee, che furono però codificate e
generalmente adottate nel XIX secolo. Nell’icon lunaris la tormentata
orografia lunare è spesso rappresentata con questa tecnica, certamente più
efficace e vicina al gusto moderno di quanto non lo sia il mucchio di talpa,
ed è particolarmente evidente negli Appennini e nei monti Rook. Ma è nei crateri lunari, resi in modo
eccessivamente schematico da Hevelius e Grimaldi (quest’ultimo è
indubbiamente influenzato dai disegni selenografici dell’astronomo di Danzica),
che si esalta lo spirito verista, marcatamente di scuola galileiana, di
Montanari. Anzichè strutture ellittiche a
scodella prive di qualsiasi dettaglio, tipiche della tecnica di tutti i suoi
predecessori, i crateri raffigurati nell’icon lunaris danno ragione
della loro tormentata genesi: Copernico, Aristillo, Autolico, Eratostene e
numerosi altri, sono ben descritti, con i loro contrafforti accidentati e i
picchi centrali in evidenza. E’ ben percepibile, inoltre, lo
sforzo dello scienziato modenese teso ad evitare il ripetersi di alcuni errori
dei predecessori, cioè, con le parole di Bonacini, quegli aspetti, più
o meno fantastici, precedentemente fissati e tramandati da un disegnatore
all’altro. Non v’è traccia, ad esempio, delle orecchie di coniglio,
coppia di raggi dalla buffa forma, intorno a Furnerius e a Stevinus nel sud-est
della Luna, che Hevelius, Divini e Grimaldi disegnarono; oppure di quella
formazione a φ nel Mare
Serenitatis che lo stesso Cassini, amico di Montanari e conoscitore non
superficiale della sua carta, ancora riporta nella selenografia data alle stampe
a Parigi del 1680. Poi, come sottolinea ancora una volta
con acutezza Bonacini, le scie di irradiazione dei singoli circhi sono
proporzionate al vero, e non esagerate come in carte precedenti o trascurate
addirittura…Il grandioso irraggiamento di Tycho, se pur tradotto assai meglio
che in ogni altra carta lunare del XVII sec., salvo quella del Cassini, può
apparire non completo. Qualcuno ha però fatto notare che
nella sua carta vi è qualche omissione ed errore di troppo. Non appare, ad
esempio, la Vallis Alpes, profonda incisione nella catena alpina ben visibile,
intorno al primo quarto, con telescopi di pochi centimetri di diametro e a basso
ingrandimento. Anche se ciò non vale a giustificarne l’omissione, osserviamo
che nessuno degli astronomi che lo precedettero diede una raffigurazione di
quest’imponente frattura, compreso il più assiduo osservatore lunare del
Seicento, il solito Hevelius, che non la riporta nelle sue carte generali e
neppure in quelle delle fasi del 21 novembre 1643, del 19 dicembre dello stesso
anno e dell’8 ottobre 1644. Fu Francesco Bianchini, allievo di
Montanari, il primo a disegnare la Vallis Alpes in un volume apparso però nel
1728.[14] Non solo, mancano anche crateri
luminosi quasi impossibili da ignorare, con diametri compresi tra i 30 e i 40
chilometri, nella parte nord del Mar Tranquillitatis, quali Plinio, Vitruvio e
Maraldi e, nel Mar Imbrium, i crateri Lambert e Mayer. Evidenti errori di forma, non
giustificati dalle librazioni, alterano la geometria di Plato, Grimaldi,
Aristotele, Eudosso e il Mar Crisium. Essi si mostrano meno ellittici della
realtà, mentre Albategnius (le cui dimensioni, come abbiamo visto, furono
esagerate anche in un famoso schizzo di Galileo) è troppo grande e rivaleggia
con l’attiguo Ipparco. Pur riconoscendo l’esistenza di
imperfezioni, errori ed omissioni, spesso pressoché inevitabili a causa della
complessità e della ricchezza del soggetto ritratto, l’opera di Montanari non
perde, per questo di valore. Due affermazioni negative sulla carta dell’astronomo modenese, esternate da E.A. Whitaker in una recente rassegna selenografica del XVII secolo, a mio parere, non possono essere condivise.[15] La prima, riguarda la presunta scadente qualità artistica dell’elaborato di Montanari, la seconda, più grave, perché dimostra che l’autore ha una modesta conoscenza di questa stessa cartografia (e, in effetti, non la riproduce), quando sostiene che la sua positional accuracy…[is] very low. Rigetto, come privo di un qualsiasi significato scientifico,
l’adozione di un criterio “artistico” quale unico titolo di merito da
considerare nella valutazione delle caratteristiche di una selenografia.
Non penso, ad esempio, che Hevelius,
giustamente ammirato da Withaker, quando affrontò il suo poderoso lavoro di
riproduzione degli aspetti della Luna in ogni sua fase, fosse stato motivato da
ambizioni artistiche od estetiche al fine di ottenere l’approvazione postuma
sul suo operato delle future generazioni di storici dell’astronomia. Erano ben
altre le sue preoccupazioni e ben più concrete. Aveva ripreso il progetto, a
quei tempi ritenuto di fondamentale importanza pratica, ma rimasto incompiuto,
di Peiresc e Gassendi, per la realizzazione di selenografie che fossero
proficuamente utilizzabili durante le eclissi al fine di determinare le
longitudini terrestri e in mare. Chi avesse fornito una soluzione
accettabile a questo problema avrebbe ricevuto onori, gloria e denaro: Filippo
III, re di Spagna, agli inizi del secolo, aveva offerto un premio di 6000 ducati
e anche Galileo aveva proposto una soluzione, basata sulle occultazioni dei
satelliti di Giove,[16] poi largamente adottata
dagli astronomi nei due secoli successivi.
Vediamo ora se l’idea di una scarsa
accuratezza geometrica dell’icon lunaris, sostenuta da Whitaker, ha
qualche fondamento di verità. Forse l’unico modo di procedere è confrontare
la selenografia di Montanari con altre, scelte tra le migliori del secolo, e
vedere come questa si colloca, per quanto concerne la disposizione geometrica
dei dettagli, in quel panorama cartografico, in altre parole se regge tale
confronto. La tabella IV riassume sinteticamente
i risultati di quest’analisi che, oltre al lavoro di Montanari, esamina quelli
di van Langren, Divini, Grimaldi, la selenografia P (fig. 53) di Hevelius e di
Cherubin d’Orleans. Su ognuna di queste carte, in formato digitale, ho steso
un reticolato di meridiani e paralleli in proiezione ortografica, la cui origine
non è mai, per i noti problemi prospettici dovuti alle librazioni, quella
moderna. Tabella
IV
Di 30 crateri, omogeneamente
distribuiti, ho determinato le coordinate selenografiche relative con le quali,
su ogni carta, ho ricavato le distanze di 60 coppie, poi confrontate con le
distanze di ognuna di queste per mezzo delle coordinate selenografiche ufficiali
dell’International Astronomical Union. Ho così potuto calcolare l’errore
quadratico medio delle misure delle distanze, espresse in primi d’arco e in
chilometri. La carta lunare che presenta l’errore minore, 70 chilometri, è
proprio quella di Montanari, seguita dalle selenografie di Hevelius, Grimaldi,
Divini, van Langren e Cherubin d’Orleans. Queste ultime tre con un errore
medio superiore ai 100 chilometri. Mi pare quindi sufficientemente
dimostrato che l’accuratezza geometrica della carta di Montanari non è
certamente inferiore a quelle coeve, anzi. Essa è, come abbiamo appena visto,
tra le migliori del secolo: l’affermazione di Whitaker è quindi da
considerarsi priva di consistenza. In
conclusione, nonostante gli errori di posizione, di forma e le inevitabili
omissioni dell’icon lunaris, possiamo serenamente sottoscrivere il
giudizio di A. Piérot, il quale riconobbe che l’œuvre de Montanari est
digne de notre admiration. Pour
l’époque où elle fut dressée, elle constitue un réel progrès.[21]
[1]
O. van De Vyver, Lunar Maps of the XVIIth century, Vatican
Observatory Publications, vol. I,
n. 2, pp. 76-77, 1971. [2]
G.B. Riccioli, Almagestum Novum astronomiam veterem novamque complectens
observationibus aliorum, et propriis Novisque Theorematibus, problematibus,
ac tabulis promotam, tavole fuori testo a p. 204, Bononiae 1651.
Ristampata nell’Astronomia Reformata del 1665. Fu riprodotta spesso
anche Settecento, ad es.: J. Keill, Introductio ad veram Astronomiam,
p. 118, Oxoniae 1718. [3]
G. Tabarroni, Padre Francesco Maria Grimaldi bolognese, iniziatore
dell’ottica-fisica, nel terzo centenario della morte, Annuario
dell’Istituto tecnico industriale Aldini-Valeriani, Bologna 1964. [4]
G.B. Riccioli, loc. cit., p. 203. (la traduzione di questo passo è apparsa
in: G. Tabarroni, Bologna e la carta della Luna, Culta Bononia, n.1,
pp. 104-105, 1969). [5]
E’ il nomignolo, non certamente affettuoso, attribuitogli da un altro
gesuita suo contemporaneo rimasto anonimo, dovuto all’imponenza e la
pedanteria delle sue opere. Si veda: A. Battistini, La cultura
scientifica nel collegio bolognese, Dall’isola alla città. I gesuiti
a Bologna (a cura di G.P. Brizzi), p. 162, Bologna 1988. [6]
Chérubin d’Orléans, La Dioptrique Oculaire, ou la Théorique, la
Positive et la Méchanique de l’Oculaire Dioptrique en Toutes ses Espèces,
tavole 37 e 38 alle pp. 296 e 298,
Paris 1671. [7]
C. Malvasia, loc. cit., p. 219. [8]
C. Malvasia, loc. cit., p. 220. Traduzione di Sofia Petrantonakis. [9]
Forse l’unità di misura indicata nelle Ephemerides è il palmo
romano di circa 20 cm, per cui la focale risulterebbe di 4,8 metri. Paolo
Maffei ipotizza invece che la misura fosse in palmi genovesi di
26.3 cm, pari a 6.32 metri di focale (P. Maffei, Carte lunari di
ieri e di oggi, L’Universo, anno XLII, n. 4, luglio-agosto 1962, p.
936). [10]
A. Piérot, La carte lunaire de Montanari, Ciel et Terre, XLVII année,
n. 2, p. 81, Février 1931. [11]
C. Bonacini, Una carta lunare di Geminiano Montanari, Nel Primo Centenario della
Fondazione dell’Osservatorio, p. 6 e segg., Modena 1927. [12]
A. Lodovisi, S. Torresani, Storia della Cartografia, p. 140, Bologna
1996. [13]
A. Lodovisi, S. Torresani, loc. cit., p. 140. [14]
Bianchini, F., Hesperi et Phosphori, Nova Phaenomena sive observationes
circa planetam Veneris unde colligitur 1. Descriptio illius macularum,
seu Celidographia. 2. Vertigo circa
axem proprium, vel Perieilesis
spatio dierum 24 cum triente. 3. Parallelismus axis in
orbita octimestri circa Solem. 4. et quantitas Parallaxeos methodo
Cassiniana explorata nunc primum editae sub auspiciis sacrae regiae
majestatis Joannis V, à Francisco Blanchino Veronensi, Romae 1728. [15]
E.A. Whitaker, Selenography in the
seventeenth century, The General History of Astronomy, vol. 2°, p. 139,
Cambridge 1989. Della carta di Montanari Whitaker scrive: the artistic
quality and positional accuracy of this map are very low. [16]
Galileo (Opere, Ed. Naz. V, Proposta della Longitudine, pp. 419-422),
così scriveva: quel problema massimo e meraviglioso [delle
longitudini]… tanto desiderato in tutti i secoli passati per le
importantissime conseguenze che da tale ritrovamento dipendono nella
geografia e carte nautiche… ha eccitato a travagliare diversi ingegni…
ma sin ora tutte le fatiche sono riuscite vane…La longitudine non è altro
che un arco dell’equinozziale, preso tra il meridiano di un loco ed il
meridiano di un altro: e perché comunemente da’ cosmografi si è
stabilito che il meridiano che passa per le isole Canarie sia il primo
meridiano, pertanto si dirà che la longitudine di un loco sia l’arco
dell’equinozziale che viene intrapreso tra il meridiano che passa per le
isole Canarie ed il meridiano del loco. [17]
Van Langren, Plenilunii Lumina Austriaca Philippica, 1645. [18]
Ho usato la carta del Divini riprodotta da A. Kircher, Mundus
Subterraneus, t. I, p. 62, Amsterdam
1665. [19]
G.B. Riccioli, Almagestum Novum, t. I, p. 204, Bononiae 1651. E’
curioso notare che, in alcuni luoghi delle Ephemerides, quando si
parla di macchie lunari, non viene usata la nomenclatura di Riccioli, bensì
quella di van Langren. Ad esempio, a p. 218, Malvasia e Montanari parlano di
una occultazione di Aldebaran del 25 novembre 1662, non osservata perché la
Luna era troppo vicina all’orizzonte (in realtà si trattò di un
passaggio radente): l’orlo più esterno [della Luna] che guarda
la stella era quella parte di essa presso la macchia Caspia [il nome
appartiene alla terminologia di van Langren, Riccioli lo aveva ribattezzato
Mar Crisium], tanto che se qualcuno avesse tracciato una linea dalla
stella al centro della Luna, avrebbe diviso circa la terza parte della
macchia. (traduzione di Sofia Petrantonakis). [20]
Cherubin d'Orleans, La Diotrique Oculaire ou la theorique, la
positive et la mechanique de l'oculaire dioptrique en tout ses
especes, p. 298, Paris 1671.
[21]
A. Piérot, loc. cit., p. 82.
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FINE SELENOGRAFIA XVII SECOLO |