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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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LA LUNA NELL’IMMAGINARIO SECENTESCO |
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Una
storia della selenografia fino all’icon Lunaris di Geminiano Montanari
(1662) |
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di Rodolfo Calanca |
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IV^ PARTE |
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Il
secondo periodo della selenografia (1630-1662)
Il
secondo periodo della storia della selenografia, che termina alla fine del
Seicento, è caratterizzato da un’importantissima finalità pratica: il
difficile problema di determinare le longitudini geografiche, specialmente in
mare. Nel 1474, Regiomontano suggerì un metodo basato sulla posizione della
Luna rispetto alle stelle fisse. Esso esigeva la disponibilità di un catalogo
stellare piuttosto ampio e molto accurato. Per questo motivo in Inghilterra, nel
1675, fu fondato l’osservatorio di Greenwich ed il primo astronomo reale, John
Flamsteed, fu incaricato di osservare il cielo e di compilare un preciso
catalogo di 3000 stelle, che vide però la luce, dopo molte vicissitudini, solo
nel 1725. Per trovare la longitudine con questo metodo, mancava ancora
un’adeguata teoria del moto lunare, problema affrontato dal secondo astronomo
reale, Edmond Halley. Nel frattempo, fu utilizzato un altro metodo per trovare
le differenze di longitudine, quello basato sull’osservazione delle eclissi di
Luna. Con questo secondo sistema, Pierre Gassendi e il ricco aristocratico
provenzale Fabri de Peiresc, colsero un risultato di straordinario interesse, la
determinazione delle reali dimensioni del Mediterraneo. L’eclisse lunare del 27 agosto 1635 costituì l’occasione per attivare la prima rete d’osservazione astronomica simultanea a fini geografici. Grazie alle influenti conoscenze politiche di Peiresc, alcuni gesuiti, al Cairo, Aleppo, Cartagine, Malta e Italia, opportunamente addestrati nell’uso dei sestanti astronomici, parteciparono al progetto. Il
loro compito era di rilevare, con la massima precisione possibile, l’ora
locale dell’inizio dell’eclisse lunare: la differenza dei tempi avrebbe
fornito la differenza di longitudine tra le diverse località. Le
osservazioni raccolte, esaminate e confrontate, diedero un risultato che lasciò
allibiti: il Mediterraneo si estendeva in longitudine 20° in meno di quanto
creduto da Tolomeo, le cui carte geografiche erano ancora in uso. Con
questa misurazione, il Mar Nostrum si restringeva di ben 1000 chilometri
e si scoprì poi che l’errore tolemaico era nella lunghezza della sua parte più
orientale, da Cartagine ad Alessandria, ampiamente sovrastimata. Per
una miglior precisione, il metodo delle eclissi di Gassendi e Peiresc richiedeva
la disponibilità di una mappa dettagliata del nostro satellite. A causa delle
difficoltà nell’apprezzare il momento d’inizio del fenomeno, sarebbe stato
preferibile che due osservatori seguissero il procedere dell’ombra della Terra
su mari e crateri sicuramente individuati e, contemporaneamente, rilevassero il
tempo locale di tali accadimenti. E’
evidente che, anche in questo caso, la differenza dei tempi d’occultazione
faceva conoscere la differenza nella longitudine degli osservatori. Il
progetto di Peiresc e Gassendi, rimasto largamente incompiuto per la morte del
nobile provenzale, prevedeva la preparazione di un atlante, con numerosi disegni
delle fasi della Luna, e di una nomenclatura utile per riconoscere le diverse
formazioni. Esso
condusse, nel 1636, alla pubblicazione di tre soli disegni di 21 cm di diametro,
eseguiti dall’incisore Claude Mellan: una Luna piena, un primo ed un ultimo
quarto. Originale ed efficace la tecnica d’incisione delle carte (fig.
11),
che Mellan apprese in Italia durante un viaggio di studio, e che faceva uso di
righe parallele di spessore variabile, in funzione del tratto da rappresentare. Nel
1645, il belga Michel Florent van Langren, cosmografo del re di Spagna, con le
stesse finalità dei due studiosi francesi, disegnò una carta lunare di 35 cm
sulla quale erano tracciate 325 configurazioni con i relativi nomi (fig.
12). Di
questi, solo tre sono conservati nella moderna nomenclatura lunare, i crateri
Pitagora, Endimione e quello che porta il suo stesso nome. Altre due carte di
van Langren, probabilmente anteriori, sono assai meno accurate e complete. I
lavori selenografici del cosmografo belga erano noti in tutta l’Europa e
furono spesso riprodotti in testi scientifici o astrologici. In Italia, una sua
selenografia di 7 centimetri di diametro (fig.
13), con cenni della sua
nomenclatura, apparve nel frontespizio della Selenoscopia di Ovidio
Montalbani (1647), professore dello Studio bolognese. Nello stesso anno, il cappuccino Anton Maria Schyrleus de Rheita (fig. 14) pubblicò una mappa della Luna di 19 cm, di non eccelsa qualità, anche se i contorni dei mari erano ben delineati.
Le
Novae Coelestium di Francesco Fontana
Insuper anno 1608 alium tubum opticum armatum scilicet duplici lente convexa construxi”[1]. A Napoli, dov’era nato,
studiò diritto e filosofia naturale, ma già da giovanissimo, si appassionò al
cannocchiale e alle tecniche, che si andavano man mano scoprendo e
perfezionando, per migliorarne l'uso e le prestazioni. Agli inizi della sua
attività, cercò di impossessarsi, sembra senza successo, delle attrezzature
ottiche provenienti dal laboratorio di Giovan Battista Della Porta. Le prime notizie certe
della realizzazione di un cannocchiale kepleriano a due lenti convesse da lui
realizzato risalgono al 1629. In una lettera di Fabio Colonna a Federico Cesi si
legge: “Il Signor Francesco Fontana ha
fatto un cannone di 8 palmi [2 metri]
con il quale se ben allo rovescio fa vedere la luna et stelle...”. I
telescopi di Fontana,[2]
molto apprezzati ma venduti ad assai caro prezzo, divennero famosi in Italia e
Francia, ma non mancarono, insieme agli apprezzamenti,[3]
critiche pungenti alle loro forse troppo decantate qualità, da parte di
personaggi della levatura di un Descartes,[4]
uno dei fondatori dell’ottica moderna. L'amicizia con il nobile
napoletano Fabio Colonna, esperto di farmacopea e studioso di botanica, lo aveva
messo in contatto con l'accademia dei Lincei, fondata dal Cesi, che annoverava
tra i propri membri di maggior prestigio lo stesso Galileo. I rapporti con i Lincei,
strenuamente filo-galileiani, e Fontana, si deteriorarono quando quest'ultimo
entrò nella cerchia dei gesuiti di Napoli, notoriamente reazionari e fieri
oppositori della nuova astronomia. I gesuiti, per una qualche oscura ragione,
videro in Fontana un possibile strumento per contrastare le rivoluzionarie idee
di Galileo e per contestarne o almeno sminuirne, le scoperte celesti.
Illudendosi di essere protetto dai suoi potenti mecenati, tra i quali figurava
il Cardinale Camillo Pamphili, egli scrisse il suo libro Novità Celesti,
che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto segnare un punto decisivo a favore del
fronte degli oppositori del grande scienziato pisano.
Il suo lavoro è diviso in
otto trattati, il primo dei quali interamente dedicato al telescopio. Dopo un excursus
storico, nel quale non manca di rivendicare vigorosamente le sue pretese di
inventore, passa a descrivere le fasi successive della sua presunta invenzione,
pone l'accento sulle caratteristiche del suo strumento ed arriva ad illustrare
le “novità” celesti che per primo ha potuto osservare.
Forse spinto dal desiderio
di stupire il lettore, commette un maldestro errore quando parla di osservazioni
planetarie assolutamente inattendibili, divulgate senza le indispensabili
verifiche: egli attribuiva a Giove e Saturno alcuni satelliti inesistenti e, per
uniformarsi ossequiosamente all'aristotelismo dei suoi mentori, tranquillamente
sosteneva che la Luna splende di luce propria.
All'uscita del libro fu, letteralmente, sommerso da una valanga di
taglienti critiche. Particolarmente duro il commento di Evangelista Torricelli,
suo rivale nella costruzione dei cannocchiali che, in una lettera a V. Renieri,
non usa mezzi termini: “ Io ho il libro
delle bestialità osservate, o più tosto sognate, da Fontana nel cielo”.
Nel
campo avverso ai seguaci di Galileo le cose non andarono meglio, anche qui vi
furono commenti per nulla favorevoli al nostro autore. Il gesuita G.B. Riccioli,
selenografo tra i principali del secolo ma anche fermo oppositore del
copernicanesimo, era troppo esperto e intelligente per appoggiare posizioni
insostenibili. Diplomaticamente riconosce le qualità dei telescopi del Fontana
ma, con eleganza, prende le distanze dalle sue paventate “novità”
celesti[5]. La selenografia di
Fontana, pur surclassata nel giro di un solo anno dal magnifico trattato di
Hevelius, scientificamente più accurato e caratterizzato da una qualità
grafica infinitamente superiore, occupa, nondimeno, un posto dignitoso nella
storia di questa disciplina, per essere stato il primo esempio di atlante
lunare, formato da ben ventotto disegni[6],
concepito e realizzato con una certa organicità. Nel terzo trattato[7]
(De Lunae observationibus in particolari) sono riportati dodici disegni
della Luna crescente in visione telescopica con il nord in alto, con diametri
che variano da 10.5 a 12 cm, eseguiti tra il 30 ottobre 1645 e il 31 dicembre
dello stesso anno e uno del plenilunio del 1° gennaio 1646 con un diametro di
24 cm.
L’osservazione n. 10, non datata, raffigura la Luna a circa 3 giorni
dal plenilunio ed è contornata da piccoli disegni dei pianeti: Giove con tre
bande scure del 1633
e con due in un disegno del 1645; Marte invece mostro un punto nero al
centro, osservazione questa che aveva incuriosito Antonio Santini e Camillo
Gloriosi. Saturno è mostrato in quattro diversi aspetti delle sue misteriose lunule
e, infine, troviamo raffigurate due macchie solari e una fase di Venere. Nel quarto trattato[8]
(De undecim Lunae deliqui observationibus, cum quatuor alijs lunaribus
antiquioribus deprehensionibus) la Luna calante è illustrata in undici
disegni, da undici a dodici centimetri di diametro, tutti eseguiti nel mese di
dicembre 1645. Tra questi, le osservazioni n. 16 e 17 portano date sbagliate: la
prima è 5 dicembre anziché il 5 ottobre, come indicato a p. 62; la seconda è
in realtà il 6 dicembre invece del 16 dello stesso mese.
Le
ultime quattro immagini del quarto trattato sono le più antiche: 31 ottobre
1629 (diam. 10.3 cm), 20 giugno 1630 (diam. 10 cm), 24 giugno 1630 (diam. 10.5
cm) e 9 giugno 1640 (diam. 10.5 cm). L’osservazione più interessante è
quella datata 20 giugno, giorno in cui, secondo Fontana, si ebbe
un’occultazione di Saturno da parte della Luna. In prossimità del lembo
meridionale, la lettera B e due minuscoli disegni di Saturno stanno ad indicare
i punti d’immersione ed emersione del pianeta. La prova che Fontana era un
astronomo poco accurato e non molto affidabile emerge chiaramente dalle parole
di commento[9]
che accompagnano questo disegno: tradito dalla memoria, sbaglia il tempo
dell’osservazione, che dice di aver eseguito tre ore dopo il tramonto, quindi
circa alle 21h 40m UT. L’analisi delle circostanze del fenomeno dimostra
invece che a Napoli Saturno si immerse alle 22h 19m UT e riemerse alle 23h 04m
UT, dopo soli 45 minuti, e non dopo due ore come scrive invece Fontana. Il
disegno dell’occultazione e quello della fase del 31 ottobre 1629 ebbero però
gran successo. Fontana aveva accortamente orchestrato una campagna informativa
per sostenere le vendite dei suoi telescopi e, a questo scopo, aveva fatto
circolare per tutta Europa i due disegni come saggi comprovanti la superiorità
della propria produzione di strumenti ottici rispetto alla concorrenza. Nel
carteggio galileiano troviamo notizie sulla diffusione di questi lavori lunari
in una lettera del 1638 di P. Fulgenzio Micanzio a Galileo. Fu così che alcuni
autori li inserirono in loro opere prima ancora della pubblicazione delle Novae
Coelestium. O.
van de Vyver S.J.[10]
ha condotto un’indagine sugli utilizzatori di questi disegni, che
riportiamo nello specchietto seguente aggiungendo anche i diametri della
Luna per agevolare un confronto con
gli originali. Autore disegni lunari:
31 ott. 1629
20(19) giugno 1630 Fontana
10.3 cm.
10 cm. Hirzgarter[11]
9.6 cm. Argoli[12]
10.5 cm.
9.8 cm. *Argoli[13]
9.1 cm.
8.9 cm. Kircher[14]
10.4 cm.
9.7 cm. *Polacco[15]
10 cm. Con
l’asterisco richiamo l’attenzione su due autori, l’Argoli, che ripubblicò
i disegni di Fontana vent’anni dopo il Pandosion, e un certo Giorgio
Polacco, entrambi non citati da O.
van de Vyver. Lo
stesso Fontana accenna all’anticopernicano Giorgio Polacco e alla sua opera
nel testo che accompagna la descrizione dell’occultazione di Saturno a p. 82
delle Novae Coelestium. La
qualità del lavoro selenografico di Fontana non entusiasma. Possiamo ammirare
l’impegno profuso in un progetto così impegnativo, ma non condividere la
fretta, veramente eccessiva, nel mettere confusamente insieme un materiale
iconografico abborracciato e di scarso interesse scientifico. E’ questo il
caso degli schizzi delle fasi calanti illustrate nel quarto trattato, che
realizzò in due sole settimane nel mese di dicembre 1645. Nella
sua carta generale del plenilunio, quella più conosciuta, sono pochi i
particolari lunari riconoscibili. Fontana sembra prevalentemente preoccupato di
rilevare i pochi grandi punti luminosi della superficie, ignorando del tutto gli
aspetti, certamente non secondari, riguardanti i contorni dei mari e le loro
corrette dimensioni (vedi due carte lunari di
Fontana). L’appiattimento della scena lunare, prodotto
dall’illuminazione a perpendicolo, può averlo indotto a trascurare la maggior
parte dei dettagli topografici, ma questa non è una condizione certamente
sufficiente a giustificare la scadente qualità del lavoro. Lo dimostra lo
studio di uno qualsiasi dei disegni delle fasi, eseguiti, questa volta, in
condizioni di luce ideali: non si apprezza alcun miglioramento nella
raffigurazione dei dettagli, anzi, si è ancor più sfavorevolmente colpiti
dall’insipienza e dalla piattezza della scadente tecnica grafica
dell’autore. In più, alcuni particolari sembrano il frutto della sua
fantasia, come nel caso di un cratere raggiato non identificabile a sud del Mar
Crisium. Ci sentiamo quindi di condividere l’opinione di P. Maffei che scrive:
“i disegni del Fontana ebbero dunque una fama superiore al loro valore.
Resta tuttavia al loro autore il merito di essere stato uno dei primi ad usare
il telescopio per le osservazioni celesti e di aver ulteriormente divulgato…
l’interesse per le ricerche astronomiche”.[16] Johannes Hevel o Hőwelcke,
latinizzato in Hevelius, figlio di un ricco birraio, nacque nel 1611 ed operò a
Danzica, della quale fu cittadino insigne e, a lungo, apprezzato amministratore
pubblico con la carica di console. Negli anni giovanili studiò in diverse città
europee, a Leyden, Parigi e Londra, stringendo preziose amicizie con alcuni
delle maggiori figure scientifiche del tempo: il Padre Marin Mersenne, Pierre
Gassendi, Ismael Boulliaud e molti altri. Il suo interesse per l’astronomia si
manifestò a vent’anni, dopo che ebbe osservato l’eclisse di Sole del 30/31
maggio 1631[17].
Dotato di una non comune abilità
manuale dedicò buona parte del suo tempo allo sviluppo della tecnologia degli
strumenti di precisione[18], perfezionandosi
contemporaneamente nel disegno e nell’arte dell’incisione. Realizzò
personalmente i giganteschi cannocchiali[19]
di lunga focale, i quadranti e sestanti di cui
dotò la specola, chiamata Stellaeburgum, che si era costruito nel
1641 su un ampio terrazzo sovrastante la propria abitazione, nel pieno centro
mercantile di Danzica. Si appassionò
alla selenografia dopo aver letto i resoconti delle osservazioni lunari di
Gassendi nella Vita Peirescii.[20]
Presa la risoluzione di riprendere il
progetto di Gassendi e Peiresc, naufragato a causa della prematura scomparsa di
quest’ultimo. Dal novembre 1643 all’aprile 1645 osservò e disegnò il
nostro satellite, poi si dedicò all’incisione delle tavole e, infine, alla
redazione di un testo molto corposo, autentica summa delle conoscenze
selenografiche del tempo. Al termine del lavoro, la sua accurata
cartografia lunare, che non temeva il confronto con alcun altro lavoro
precedente, fu pubblicata nel 1647 in uno splendido volume (vedi figg.
17-18-19), Selenographia,[21]
da subito considerato uno dei capolavori della scienza seicentesca. Il successo dell’opera fu immediato e clamoroso: a Roma Niccolò Zucchi lo mostrò al Papa (nascondendogli però che si trattava dell’opera di un eretico) ed anche l’eruditissimo padre gesuita Athanasius Kircher, del Collegio Romano, autorità riconosciuta in materia di ottica e astronomia, mostrò di apprezzarlo. A Parigi, Mersenne, che aveva
conosciuto il giovane Hevelius, manifestò meraviglia e ammirazione di fronte
agli splendidi disegni della Luna, mentre numerose lettere di complimenti
arrivavano a Danzica dalle università di Cambridge e Oxford. Nei capitoli introduttivi della Selenographia,
Hevelius descrive il modo di realizzare le lenti per il cannocchiale e i
controlli da eseguire per la verifica della qualità ottica degli obiettivi.
Spiega la tecnica per osservare il Sole senza arrecare danni alla vista e
riporta la sparizione degli anelli nelle osservazioni di Saturno del
settembre-ottobre 1642, da lui visto perfettamente rotondo, senza alcuna traccia
dei due misteriosi ”globi” che in passato sembravano ornare il pianeta[22].
Poi accenna ad altre osservazioni planetarie: sul disco di Giove vede
qualche tenue nuvola ovale, ma nessuna banda; dei satelliti medicei stima invece
con buona precisione i periodi di rivoluzione e l’elongazione da Giove. Queste osservazioni sono illuminanti:
dimostrano che i telescopi della specola di Stellaeburgum erano affetti
da cromatismo e da un potere risolutivo ridotto, forse non molto superiore a
5”. E’ nel capitolo VI che inizia la
selenografia vera e propria. Hevelius introduce il lavoro con un’ampia
digressione sulle opinioni degli antichi filosofi: si dilunga sulla natura
speculare della Luna secondo l’ipotesi di Clearco, idea confutata dal fatto
che le macchie sono fisse e non variabili (macula Lunares cùm non sint
variabiles…non possunt esse simulacra specularia), riporta le teorie di
Empedocle e degli stoici che la credevano una caliginosa miscela di aria e fuoco
di carbone ed elenca le credenze di numerosi altri autori greci e latini, tra i
quali Plutarco. A proposito della luce lunare e
cinerea, non manca di citare anche i contemporanei, Galileo e il suo Nuncius
Sidereus in testa, per il quale ha un’autentica venerazione, e Kepler, poi
François Aguilon[23]
e Scipione Chiaromonti[24].
Questi ultimi due di moderno avevano invece ben poco, essendo il primo
sostenitore, ancora nel 1613, della Luna speculare di Clearco, il secondo un
battagliero anticopernicano e antiticonico, irriducibilmente arroccato sulle più
retrive posizioni dell’aristotelismo medievale. Nel capitolo successivo Hevelius
esamina la parallasse e la rifrazione atmosferica; ritiene che quest’ultima si
annulli, alla maniera di Tycho, già all’altezza di 45°. Il capitolo VIII è
invece dedicato alle ipotesi sulle macchie e i monti lunari, ad una nuova
nomenclatura delle sue formazioni e alla descrizione del fenomeno della
librazione. Nell’accingersi a disegnare la Luna, della quale realizzò quattro
cartografie generali e una splendida rassegna di ben quaranta aspetti delle
fasi, si trovò a fronteggiare due difficili problemi. Il primo era l’accurato rilevamento
delle dimensioni delle macchie e, il secondo, un corretto posizionamento
reciproco, tutto questo senza poter disporre, nel corso delle osservazioni, di
strumenti per la misura oggettiva delle configurazioni lunari. Solamente qualche
anno dopo, come già abbiamo visto, Divini fece un uso, alquanto parziale, del
reticolo micrometrico in una selenografia. La tecnica utilizzata dall’astronomo
di Danzica, sostanzialmente semplice ma che, come vedremo, non dava grandi
certezze di precisione, richiedeva però estrema attenzione e pazienza
certosina. Il disco lunare non rientrava in tutta la sua interezza nel
telescopio, pertanto Hevelius cercava gli allineamenti formati dai crateri e il
rapporto, che stimava ad occhio, tra la dimensione conosciuta del campo immagine
e quella degli oggetti inquadrati al suo interno. Variando gli ingrandimenti
poteva effettuare un controllo dimensionale dei particolari tracciati. Delle quaranta immagini delle fasi,
ciascuna con la Luna di 16.5 cm di diametro, quattordici sono del 1643, ventidue
del 1644, due del 1645, mentre altre due non portano indicazione di data. Le
quattro carte generali, indicate con le lettere O,P,Q e R (figg.
20-21-22-23-24) hanno invece
dimensioni diverse: la prima un diametro di 16.5 cm, le altre 28 cm. Le figure O
e P presentano l’aspetto della Luna piena vista al cannocchiale. La carta
topografica R mostra anche le zone intorno al bordo, visibili grazie
all’effetto di librazione, e con le ombre tutte orientate nella stessa
direzione come se la luce provenisse dall’ovest lunare. La selenografia moderna, pur
rappresentando la Luna convenzionalmente con l’illuminazione unica, ha invece
adottato il modello proposto da van Langren, con la luce proveniente dall’est
lunare. Nella
carta R, la quantità di configurazioni che non esistono è consistente e,
spesso, anche i crateri realmente esistenti hanno dimensioni e disposizioni
errate. Esempi di scarso rispetto della topografia si riscontrano nel Mar
Imbrium, nei pressi di Archimedes, Aristillus e Autolycus: Thimocharis è
raffigurato molto più grande del vero, come pure la miriade di piccoli crateri
a nord di Copernico che crateri non sono, bensì strutture montuose. Appaiono
certamente più vicine al vero le carte delle fasi, dalla 16 alla 19, che
ritraggono la medesima zona. D’altra
parte, sono improbabili anche i
strani raggi intorno a Stevinus A e Furnerius A, con la loro forma a orecchie di
coniglio. L’impressione
che si ha analizzando la carta R è che Hevelius, quando la tracciò, fosse
condizionato più dalle sensazioni fotometriche che dalle reali dimensioni delle
strutture osservate. Nella mappa indicata con Q, disegnata
con la fantasiosa tecnica cartografica del tempo, è riportata la sua
toponomastica, con una lista che comprende ben 274 formazioni lunari[25].
Inizialmente aveva deciso di usare i nomi di astronomi antichi e moderni[26],
quali: Mare Kepplerianum, Lacum Galilei, Oceanum Coperniceum, ma vi rinunciò
per timore di farsi dei nemici a causa di sempre possibili dimenticanze. La
scelta cadde quindi su innocui soggetti geografici, come Appennini, Alpi,
Carpazi, che, tra l’altro, della toponomastica di Hevelius, sono tra i
pochissimi tuttora conservati. Come vedremo tra poco, il gesuita G.B.
Riccioli, non ebbe invece alcun timore di turbare la delicata sensibilità degli
eruditi e accademici del tempo. La sua toponomastica, infarcita di personaggi
antichi e moderni, tra i quali il suo collaboratore e selenografo Francesco
Maria Grimaldi e sé stesso, ebbe gran successo e sostituì quasi integralmente
quella di Hevelius. Nella carta Q troviamo la regione intorno a Copernico
(l’Etna per Hevelius) che chiama Sicilia; l’attuale Mar Imbrium era il Mar
Mediterraneo; il Mar Crisium è la Palus Moetis, e così via. Hevelius conservò alcuni nomi della nomenclatura di Gassendi, anche se non sempre lo stesso toponimo identifica, per i due astronomi, la medesima formazione lunare. E’ il caso del Mar Eoüm (Oceanus Procellarum), il Mar Fecunditatis per Hevelius era il Mar Caspium per Gassendi invece il Mar Crisium.
[1]
Fontana,
F., Novae coelestium, terrestrium
rerum observationes specillis
à se inventis, et ad summam perfectionem perductis,
editae,
p. 20, Neapoli 1646. [2]
Si veda: G. Arrighi, Gli « occhiali » di Francesco
Fontana in un carteggio inedito di Antonio Santini nella Collezione
Galileiana
della Biblioteca
Nazionale di Firenze,
in Physis, 6 (1964) n.4, pp. 432-448. [3]
Si veda la lettera di G.G. Cozzolani a C.A. Manzini, in Opere di
Galileo Galilei, Ed. Naz., XVII, pp. 374-375,: “… con uno di questi
[cannocchiali], di longhezza di 14 palmi, la luna appare grande quanto il
mercato di Napoli (!), […] et in essa si vedono distinte le
cavità e le montuosità”. [4]
In Opere di Galileo Galilei, Ed. Naz., XVII, p. 405 la lettera di
Descartes a Mersenne: « ne croyez pas tout ce qu’on vous dit de
ces merveilleuses lunettes de Naples… ». [5]
G.B.
Riccioli, Almagestum Novum, t. I, pp. 203, 485-487, Bononiae 1651. [6]
P.
Maffei scrive che i disegni sono solo ventisette (Carte
lunari di ieri e di oggi, in L’universo, rivista dell’Istituto
Geografico
Militare, Firenze, settembre-dicembre 1962, p. 930). [7]
F. Fontana, loc. cit., pp. 29-57. [8]
F. Fontana, loc. cit., pp. 58-87. [9]
F. Fontana, loc. cit., p.82: “Saturni Eclipsis, à Luna cansata
duarum horarum spatio in circa, quae tunc temporis contigit; undè colligi
potest, Planetam alium Planetam Eclipsare”. [10]
O. van de Vijver S.J., Lunar maps of the XVIIth Century,
Vatican Observatory Pubblications, vol. 1, n. 1, p. 75, Città del
Vaticano 1971. [11]
M. Hirzgarter, Detectio Dioptrica Corporum Planetarum Verorum,
Franckfurt am Mein, 1643. [12]
A. Argoli, Pandosion Sphaericum, p. 228,
Patavii 1644. [13]
A. Argoli, Ephemerides exactissimae coelestium motuum ad longitudinem almae Urbis
ab anno 1661 ad ann. 1700, p. 22, Lugduni 1677. [14]
A. Kircher, Ars Magna Lucis et Umbrae, p. 9 e 10, Amstelodami
1676. [15]
G. Polacco, Anticopernicus Catholicus, p. 18, Venetiis 1644. [16]
P. Maffei, Carte lunari di ieri e di
oggi, p. 931, in L’universo, rivista dell’Istituto Geografico
Militare, Firenze, settembre- dicembre 1962. [17]
L'eclisse parziale di Sole
osservato da Hevelius avvenne, in realtà, il 1° giugno visibile da Danzica; Hevelius, per poterlo osservare, doveva trovarsi in una località con latitudine superiore a 65°. [18]
L’importante opera di Hevelius sulle tecniche costruttive degli
strumenti astronomici è Machina
coelestis, Gedani 1673. [19]
G. Monaco, Alcune considerazioni sul "MAXIMUS TUBUS" di Hevelius,
Nuncius, anno XIII, 1998, fasc. 2, pp. 533-550, Firenze
1998. [20]
P. Gassendi, Viri Illustris Nicolai Claudii Fabricii De Peiresc,
Senatoris Aquiasextiensis Vita, Hagae-Comitum 1655. [21]
J. Hevelius, Selenographia, sive Lunae Descriptio, atque accurata
tam macularum ejus, quam motuum
diversorum, aliarumque telescopii
ope deprehensarum, delineatio: in qua simul caetorum omnium
planetarum native facies, variaeque
observationes, praesertim autem macularum Solarium et Jovialium, tubo
specillo acquisitae, figuris sub aspectum ponuntur;
necnon quam plurimae astronomicae,
opticae physicae quaestiones resolvuntur. Addita est novae ratio
lentes expoliendi, telescopia
construendi, et horum adminiculo varias observationes exquisitè instituendi,
Gedani 1647. [22]
In 32 anni, cioè nel periodo trascorso tra le prime osservazioni di
Galileo al cannocchiale e quelle di Hevelius su Saturno
dell’autunno 1642, il fenomeno della sparizione degli anelli si era
verificato solamente altre cinque volte: nel giugno 1612,
febbraio 1613, agosto 1626, maggio-giugno 1627, marzo 1642. [23]
J. Hevelius, loc. cit., p. 112 e segg. [24]
J. Hevelius, loc. cit., p. 122 e segg. [25]
J. Hevelius, loc. cit., pp. 228-235. [26]
J. Hevelius, loc. Cit., p. 224.
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