© Rodolfo Calanca, 2003

 

LA LUNA NELL’IMMAGINARIO SECENTESCO

Una storia della selenografia fino all’icon Lunaris di Geminiano Montanari (1662)

         

di Rodolfo Calanca

 

III^ PARTE

La Luna e il cannocchiale

 

Per varie cause, nei vent’anni successivi alle prime osservazioni di Harriot e Galileo, non vi fu nessun reale progresso nella raffigurazione della Luna. In primo luogo, gli astronomi generalmente disponevano di cannocchiali dalle mediocri prestazioni. Fino agli anni 1620-1625 solamente Galileo era in grado di costruire cannocchiali di accettabile qualità con un ingrandimento massimo di 20 volte che però, per migliorare la nitidezza dell’immagine, era costretto a diaframmare, riducendone nel contempo anche la luminosità e il potere risolutivo. In una lettera del 7 gennaio 1610 al Granduca di Toscana, dove parla del cannocchiale, Galileo dà al suo Signore questo suggerimento: “è bene che il vetro colmo [l’obbiettivo del cannocchiale] che è lontano dall’occhio, sia in parte coperto, et che il pertuso che si lascia aperto sia di figura ovale, perché così si vedranno li oggetti assai più distintamente”. Questa pratica non era però priva di spiacevoli controindicazioni, come dimostrò quasi tre secoli più tardi Vincenzo Cerulli. Questi appurò che l’osservazione della Luna a bassi ingrandimenti e a risoluzione ridotta, produce un’imperfetta visione delle particolarità superficiali del nostro satellite che si traduce nell’illusoria percezione di formazioni assolutamente inesistenti. Qualcosa di molto simile si riscontrò anche nelle difficili osservazioni telescopiche di Marte di Schiaparelli e Lowell, dalle quali derivò la quasi secolare leggenda dei mitici canali del pianeta rosso.

A complicare e rendere più difficile l’accettazione del cannocchiale da parte degli ambienti scientifici e accademici del primo Seicento, concorreva l’aura di mistero che circondava il funzionamento del nuovo strumento. L’ottica geometrica era ancora un territorio pressoché sconosciuto, nel quale solo Kepler si era avventurato con un certo successo. Nel 1604, egli aveva pubblicato l'opera Ad Vitellionem paralipomena, dove riprende e perfeziona le idee sui meccanismi della visione dell'arabo Alhazen e del polacco Vitellio e tratta, tra l'altro, della natura della luce e della rifrazione senza però giungere ad una spiegazione completa di quest’ultimo fenomeno. E’ indubbio che Kepler conseguì risultati importanti: gettò, infatti, le basi dell’ottica moderna ma, è altrettanto vero che, presso i suoi contemporanei, l'effetto immediato di queste scoperte fu veramente modesto.

L’altro gigante della scienza del tempo, Galileo, nel Sidereus Nuncius aveva esagerato le proprie conoscenze di ottica quando scriveva che era giunto all’invenzione del cannocchiale “fondando[si] sulla dottrina delle rifrazioni”. In realtà, egli non approfondì mai l’ottica kepleriana e le sue conoscenze in questo campo furono sempre generiche. Con il suo solito pragmatismo, confidava nella propria straordinaria intelligenza e nell’innato talento pratico per risolvere i numerosi problemi che man mano gli si presentavano mentre armeggiava con perizia intorno ai suoi vetri. Ciò che nel cannocchiale maggiormente stimolava il suo interesse era l'aspetto tecnico, in modo particolare i processi di produzione e di lavorazione dei vetri che trasformava in lenti, la cui levigatura curava con metodica pignoleria. L'unica sua concessione alla teoria ottica riguardava i pochi, banali ed inevitabili calcoli strettamente necessari per definire le caratteristiche fondamentali del cannocchiale, quali la focale e gli ingrandimenti risultanti.

E non è che il cannocchiale galileiano fosse esente da difetti e che non necessitasse di urgenti migliorie, tutt’altro: ad esempio, era affetto da un così ridotto campo visivo tanto da non  consentire di inquadrare più di metà Luna per volta. 

Ciò rendeva critico e veramente faticoso il puntamento e riduceva la possibilità di aumentare gli ingrandimenti, pena la totale impossibilità di centrare gli oggetti, oltre ad un fastidioso oscurarsi della visione dovuta alla scarsa luminosità del sistema ottico. Attraverso il suo cannocchiale, le stelle gli apparivano sfocate, a causa delle aberrazioni ottiche, e i loro punti luminosi circondati da fastidiosi anelli colorati: da qui la necessità di diaframmare la lente obiettiva. 

Nel 1923, Vasco Ronchi e Giorgio Abetti, analizzarono con cura le caratteristiche ottiche e le prestazioni di tre cannocchiali galileiani (tra questi, la famosa “lente rotta” conservata in un’antica custodia d’avorio) della Tribuna di Galileo nel Museo degli strumenti antichi di Firenze, con i quali furono eseguite accurate osservazioni della Luna, Giove, Saturno, Mizar e del Sole. 

Le conclusioni, secondo Ronchi e Abetti, furono: “il primo cannocchiale ha un potere risolutivo [bistigmatico] di 20” e un campo di 15’ [e 14 ingrandimenti], il secondo 10” e 15’ [e 18 ingrandimenti] rispettivamente; i particolari della Luna e delle macchie solari sono presso a poco come quelli descritti da Galileo; Giove appare assai irregolare e i satelliti si distinguono con molto sforzo; Saturno si vede appena allungato; e per qualche posizione dell’occhio si vedono le immagini raddoppiate[1].

Qualche mese dopo la pubblicazione del Sidereus, Kepler, profondamente colpito dalle stupefacenti potenzialità del cannocchiale, riprese con entusiasmo l’esame dei numerosi argomenti di ottica lasciati in sospeso nei Paralipomena, dando alle stampe, in breve tempo, uno straordinario trattato, la Dioptrice dove elabora la teoria del telescopio e illustra la prima versione del cannocchiale astronomico o kepleriano a due lenti convesse[2]. Pienamente comprensibile, e perfettamente giustificato, l’orgoglio di Kepler quando scrive a un Galileo sostanzialmente indifferente, queste parole: “Ti rendo noto che nei passati agosto e settembre ho scritto la Diottrica che consta di 149 proposizioni… troverai le piacevolissime cause di ciò che avviene con questi occhiali doppi”.

Purtroppo però l’opera era ostica e scritta con un linguaggio matematico che certo non agevolava la comprensione delle complesse e numerose proposizioni geometriche. Nessun contemporaneo era in grado di penetrare a fondo le notevoli implicazioni teoriche e pratiche della Dioptrice e, men che meno, tra tutti i potenziali dotti lettori, Galileo, che quasi sicuramente si limitò a sfogliarla distrattamente.

Molti contemporanei, incapaci di comprendere l’arcano ritrovato, erano propensi a ritenere il cannocchiale uno strumento fallace, creatore di chimere ottiche. Come ha scritto L. Geymonat, la maggioranza degli studiosi dell’epoca era convinta “che soltanto la visione diretta fosse in grado di far cogliere l’effettiva realtà[3]. Dunque, il cannocchiale deformava e non potenziava la percezione visiva. Non erano immuni da questa credenza anche i più eminenti studiosi: tra questi spicca il padre Clavio, del Collegio Romano, una delle principali personalità scientifiche dell’epoca. In un primo tempo egli era fermamente convinto che le nuove scoperte astronomiche fossero soltanto il frutto di un inganno delle lenti.

Vediamo quindi che bisognava fare i conti con pregiudizi culturali e psicologici fortemente radicati. Abbiamo visto che i peripatetici, che monopolizzavano il sapere scientifico, avevano idee totalmente errate sulla natura della “faccia” lunare. Laddove Galileo non dubitò mai che sulla Luna vi fossero montagne e pianure, altri, con l’aristotelico Biancani in testa, ritennero invece che ciò che si osserva al cannocchiale portava ad escludere l’esistenza di tali formazioni. E’ improbabile che Biancani soffrisse di gravi difetti di vista: il suo atteggiamento è invece un’evidente dimostrazione del fatto che la percezione è spesso soggettiva e sicuramente subordinata al proprio peculiare background culturale. A tal proposito, appaiono giustificate le considerazioni di P. Casini, che credo dovrebbero però riferirsi anche ai primi tempi dell’osservazione telescopica del nostro satellite: “la medesima immagine retinica può dar luogo a percezioni coscienti diverse in una stessa persona; tanto più in persone con differenti organizzazioni concettuali. Modelli cosmologici e metafisici diversi hanno dato luogo a letture contrastanti della Luna vista a occhio nudo[4].

Galileo, spirito drammaticamente moderno, aveva l’organizzazione concettuale giusta per interpretare oggettivamente le osservazioni con il nuovo strumento. In particolare, sulla natura della Luna, le sue idee erano in parte attinte da Plutarco, ma abbiamo ragionevoli prove che, alcuni anni prima di impiegare il telescopio, altre ne elaborò di proprie a sostegno dell’ipotesi dell’esistenza di montagne lunari. Secondo S. Drake, Galileo fu uno degli autori delle Considerazioni di Alimberto Mauri sopra alcuni luoghi del Discorso di Ludovico delle Colombe intorno alla stella apparita 1604 (Firenze 1606). Si trattava di una risposta, nel classico, caustico, stile galileiano, al discorso[5] di Ludovico delle Colombe sulla stella “nova” del 1604, secondo il quale essa non era nuova ma da sempre esistente in cielo. Il delle Colombe, oltre a parlare di stelle, nel suo discorso divaga e, incautamente, rilancia il concetto aristotelico sulla natura dei pianeti e della Luna: “quelle macchie [della Luna] che un viso figurano son sempre le medesime, e nel luogo stesso senza varianza alloggiano, le quali altro non sono che parti più rare di quel denso corpo”. 

Galileo, sotto le spoglie di Alimberto Mauri, oltre alla critica puntuale e circostanziata delle concezioni cosmogoniche del delle Colombe, nella considerazione XXVIII del Discorso attacca con decisione il passo sopra citato, contrapponendogli con vigore la propria personale convinzione dell’esistenza di grandi montagne sulla Luna, con parole che ci appaiono precorritrici delle scoperte telescopiche di tre anni dopo: “non è sconvenevole il pensare che [la Luna] non sia per tutto egual nello stesso modo, ma, sì come nella terra, ancora in lei si ritrovino monti di smisurata grandezza” e per dimostrare quest’ipotesi prosegue: “e per prova di questo addurrei un’agevole, e bella osservazione che si può di continuo fare, quando ella è in quadrato rispetto al Sole. Perciocché allora essa mostra il mezo cerchio pulito e netto, ma sempre con qualche bernoccolo nel mezo. Di che qual cagione si addurrà giammai ancora probabile, se non la curvità di quei monti? Per liquali, è in particolare in quel luogo, ella vien a perdere la sua perfetta rotondità”.

Solo, in contrasto con le opinioni della maggior parte dei dotti ma, contemporaneamente, alleggerito dal pesante fardello peripatetico, Galileo era psicologicamente pronto a recepire sia quanto il telescopio gli mostrava sia a costruire su questa fantastica visione una nuova immagine del mondo.

Come sostiene Baffetti: “la sostituzione di un paradigma ad un altro… non è una trasformazione pacifica e indolore, è anzi una lotta per l’affermazione in cui convergono fattori che non riguardano solo la storia della scienza ma anche la sociologia da un lato, e dall’altro la retorica[6].

Ritornando alla nostra storia della selenografia, notiamo che per registrare un sostanziale progresso nella raffigurazione cartografica lunare, oltre alla consapevole rinuncia ai pregiudizi secolari succitati, sarebbe stato ora necessario disporre di uno strumento di misura dalle caratteristiche innovative. L’invenzione di questo fondamentale accessorio, il reticolo micrometrico avvenne però alla metà del XVII secolo, mentre il suo impiego nella cartografia lunare divenne consuetudine consolidata solamente alla fine del Settecento.

Isaac Newton aveva perfettamente compreso la fondamentale importanza pratica del micrometro: esso avrebbe assicurato quella precisione nelle misure celesti indispensabili per convalidare la sua teoria dei moti planetari. Newton distinse in modo netto le osservazioni astronomiche eseguite prima dell’invenzione del micrometro e dopo di questa, attribuendo due pesi diversi all’attendibilità dei dati raccolti.[7]

Intorno al 1630 si concluse il primo periodo[8] della cartografia lunare, scarsamente significativo dal punto di vista cartografico ma caratterizzato dalla sconvolgente consapevolezza che la Luna era, sotto molti aspetti, simile alla Terra, con monti, valli e strane strutture circolari di origine sconosciuta. E la sconcertante somiglianza era stata spinta all’estremo da Galileo che coltivò l’illusione, in seguito abbandonata[9], che la Luna fosse circondata da un’atmosfera: “...intorno al corpo lunare c’è, così come intorno alla Terra, una specie di globo di sostanza più densa del rimanente etere…”,[10] e che probabilmente su di essa vi erano ampie distese d’acqua.[11] 

 

L’abitabilità della Luna e la pluralità dei mondi nel Seicento

 

L’affinità tra i due corpi celesti sollecitò la fantasia di scrittori e poeti[12], in prevalenza di cultura francese e inglese, a testimonianza dello straordinario interesse suscitato nell’immaginario secentesco dall’invenzione del telescopio e dai nuovi mondi che esso rivelava. Per tutto il secolo, si moltiplicano scritti ricchi di spunti scientifici e letterari che commentano, con toni diversi, il significato delle novità celesti galileiane. Insieme alla meraviglia (termine che ricorre moltissimo negli scritti scientifici e letterari del tempo) per le scoperte astronomiche si fa però anche largo una serpeggiante sensazione di smarrimento e di sconforto a fronte del crollo delle rassicuranti certezze che accompagnavano una plurisecolare visione sostanzialmente statica ed immutabile di un mondo antropocentrico. Questo smarrimento traspare in tutta la sua drammaticità in una lettera del 1640 di Gabriel Naudé, medico e scienziato iconoclasta, una delle personalità più acute del Seicento: “Temo che le vecchie eresie siano nulla in confronto alle novità che gli astronomi introducono con i loro mondi o terre lunari e celesti. Le conseguenze di tali novità saranno ben più pericolose delle precedenti e introdurranno ben più strane rivoluzioni[13].

L’abitabilità della Luna, idea condivisa da una fitta schiera di filosofi dell’antichità classica, da Democrito, a Senofonte e alla scuola pitagorica, ebbe ampio seguito e fu oggetto di discussioni e controversie fra gli studiosi[14].  Tra i sostenitori dell’ipotesi dei mondi abitati sono naturalmente da ricordare Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Il primo, morto sul rogo nel 1600, non poté ovviamente assistere alle grandi scoperte celesti dei decenni successivi che, secondo molti, sembrarono portare insperate conferme a sostegno di alcune delle sue più ardite speculazioni cosmologiche[15]. Il secondo espose la certezza sia in un universo infinito, più per motivi metafisici che astronomici, sia nell’infinità dei mondi abitabili nella sua Apologia di Galileo del 1610, nella quale proclamava: “tutti i pianeti debbono essere popolatissimi come la nostra terra”.   

Ricordiamo invece, tra i più risoluti detrattori di entrambe le ipotesi testé accennate, in particolare dell’abitabilità della Luna, Cesare Lagalla nel suo De phaenomenis in orbe Lunae del 1612 e l’ultra-conservatore, “peripateticuccio freddo e scipito”,[16] Scipione Chiaramonti, ai quali si affiancò, quarant’anni dopo, Giovan Battista Riccioli,[17] si richiamavano, insistentemente, all’autorità di Aristotele e dei più moderni Ficino e Kepler. In una posizione particolarmente ambigua troviamo invece uno dei gesuiti più influenti, Athanasius Kircher, che concedeva qualcosa agli astronomi innovatori del tempo ma, contemporaneamente, riaffermava aspetti dell’aristotelismo più conservatore.

Non solo letterati e filosofi, ma anche uno scienziato di prima grandezza come Kepler si cimentò in speculazioni su di un mondo lunare simmetrico a quello terrestre. Già nella famosa Dissertatio cum Nuncio Sidereo, nella quale commenta le prime scoperte galileiane, aveva avuto modo di esprimere una visione che anticipa di secoli i futuri sviluppi della scienza e della tecnologia: “non posso trattenermi dal ricordare che non è inverosimile che vi siano abitanti non solo sulla Luna, ma sullo stesso Giove. Ora, per la prima volta, si stanno scoprendo quelle nuove regioni, ma non appena qualcuno avrà insegnato l’arte di volare, fra la nostra specie umana non mancheranno i coloniSiano date le navi e siano adattate le vele al vento celeste, vi sarà gente che non avrà timore nemmeno di fronte a quell’immensità”.[18]

Kepler concluse la sua vita e la sua straordinaria attività scientifica con il Somnium,[19] opera postuma di ampio respiro, ispiratrice di un nuovo genere letterario, in parte autobiografica ma anche allegorica e scientifica. Come osserva acutamente P. Rossi “il Somnium segna il passaggio dalla letteratura fantastica sulla Luna (ispirata a Luciano e all’Ariosto) ad una letteratura fantastico-scientifica”.[20]

Quello di Kepler è il sogno di un viaggio sulla Luna attraverso il quale ambiva divulgare il sistema copernicano[21] da un punto di vista inconsueto e del tutto originale. Composto a partire dal 1593, con il cannocchiale ancora di là a venire, uscì postumo e incompleto nel 1634: era il primo libro di fantascienza in senso moderno[22]. Il testo non è di scorrevole lettura, per i continui rimandi alle fondamentali e minuziosissime note — via via aggiunte nel corso del decennio 1620-1630 — che costituiscono i quattro quinti dell’opera.

Kepler descrive il viaggio lunare con straordinaria accuratezza, sforzandosi di conferire al racconto una consistente plausibilità scientifica. Levania,[23] posta a cinquantamila miglia tedesche nell’etere profondo[24], è raggiungibile in quattro ore solamente all’interno del cono d’ombra della Terra durante le eclissi totali di Luna e con l’indispensabile intervento dei demoni seleniti che, afferrato il viaggiatore — rigorosamente non tedesco i quanto nessun individuo di questa nazione è accettato su Levania a causa dell’eccessiva corpulenza e voracità[25]— lo spingono dal basso verso l’alto. La spinta, simile a quella prodotta da un cannone, è talmente violenta che l’uomo deve essere narcotizzato per superare il durissimo contraccolpo.[26]

E questo è solo uno dei problemi che sorgono nel pur breve viaggio: gli altri sono l’impossibilità di respirare e il grande freddo che permea lo spazio tra Levania e la Terra.[27]  Anche l’atterraggio sul nostro satellite è traumatico: “quando si svegliano, gli uomini sogliono lamentarsi di una indicibile stanchezza di tutte le membra”.[28] 

Passa a descrivere il territorio di Levania con una premessa: “esordirò, secondo l’uso dei geografi, dalle cose che risultano osservando il suo cielo”. Per prima cosa divide il mondo lunare in due emisferi, quello rivolto alla Terra (chiamata Volva), abitato dai subvulvani e quello a noi perennemente invisibile dei privolvani; quindi fornisce dettagliatissime spiegazioni sulla durata del giorno, sulle posizioni del Sole alle varie latitudini, sulle stagioni, ecc.   Fa rilevare che Levania, pur essendo di ridotte dimensioni — solo la quarta parte della circonferenza della nostra Terra[29] — “tuttavia ha monti altissimi e valli profondissime ed estese… è tutta porosa e quasi traforata da continue spelonche e caverne”. Nell’emisfero subvolvano, l’enorme calore è mitigato dalle continue nubi e piogge.

A conferma dell’esistenza di monti lunari, ritenuti molto più alti dei terrestri[30], Kepler porta la testimonianza di una sua risolutiva osservazione al telescopio avvenuta nel corso di un’eclisse solare: ”nel maggio del 1612, mentre osservavo un’eclissi solare, proiettando su uno schermo bianco i raggi, attraverso un telescopio a due lenti, vidi nella circonferenza dell’ombra lunare, cioè l’occultamento causato dall’interposizione della Luna sull’immagine del Sole, dico, vidi in questa circonferenza cava due evidentissimi tubercoli oltre la rotondità dell’ombra, cioè della Luna, protesi nella parte concava luminosa; e affinché non si dica che ciò dipendesse dalle lenti, né da un difetto della vista, essi restarono sul disco del Sole, e lo traversarono col moto della Luna, uscendo uno dopo l’altro. […] si trattò quindi di montagne della Luna, che superavano almeno le otto miglia di altezza”.[31]     

Il Somnium si conclude con l’Appendice geografica o, se preferite, selenografica, dove Kepler si addentra in una lucidissima e dettagliata descrizione della topografia lunare e, con inoppugnabili argomenti ottici, dimostra che la natura della sua superficie è certamente di tipo terrestre: “osservandosi dunque nel corpo lunare, riguardo alle parti più evidenti, alquanta confusione, con parti alte, basse, regolari, accidentate, bisogna che nel corpo lunare vi sia qualcosa di simile ai nostri elementi”.[32]  

Poi, seguendo un ragionamento un po’ contorto che prende spunto dall’esame dei crateri lunari, da lui osservati a lungo e con particolare cura al telescopio,[33] dalla loro forma esattamente rotonda e dalla loro disposizione non casuale, conclude così: “… sulla Luna vi sono creature viventi, in grado di concepire queste opere ordinate”.[34] 

In altre parole, i crateri sarebbero opere ciclopiche di seleniti previdenti, erette in difesa delle loro città, sia dagli assalti di barbarici predoni sia a protezione dai raggi cocenti ed implacabili del Sole, incombente per ben 15 giorni ogni mese.

Il Somnium fu fonte d’ispirazione per una nutrita serie di autori, in prevalenza aperti all’innovazione scientifica che, attraverso racconti solo apparentemente fantastici, combattevano la concezione aristotelico-tolemaica del mondo. Nel 1638, in Inghilterra apparvero due libri sull’abitabilità dei mondi che conobbero larga diffusione anche sul continente. Il primo di questi, The Discovery of a World in the Moone, opera di John Wilkins, alto prelato della Chiesa d’Inghilterra ed attivo promotore della Royal Society, si proponeva di difendere l’astronomia copernicana; l’opera fu ripubblicata due anni dopo in una nuova versione con il titolo: A Discourse concerning a New World and another Planet. Il secondo, pubblicato da Edward Mahon, pseudonimo del vescovo di Hereford, Francis Godwin, è il famoso The Man in the Moone.[35]

Godwin, ammiratore di Galileo, subì profondamente l’influenza scientifica del grande scienziato italiano tanto che un’altra sua opera porta il titolo di Nuncius Inanimatus. Nel suo uomo sulla Luna sono narrate le meravigliose avventure dello spagnolo Domingo Gonsales, trasportato sul nostro satellite da una macchina volante trainata da uccelli straordinari, i gansas. Il protagonista crede nell’esistenza di una segreta forza magnetica della Terra, concezione ripresa dalla forza attrattiva magnetica che legherebbe i pianeti al Sole, ipotizzata da Kepler nella sua Astronomia Nova: “gli oggetti che noi chiamiamo pesanti, non precipitano verso il centro della Terra come dovrebbero, ma sembrano attratti da una proprietà segreta della Terra stessa, o piuttosto da qualche cosa all’interno di essa, così come la magnetite attira il ferro che si trova entro il suo raggio d’azione[36]. E non si lascia sfuggire l’occasione per appoggiare l’idea copernicana della rotazione terrestre: “come noi scorgiamo nella Luna certe macchie o nuvole, allo stesso modo mi sembrava di notarle sulla Terra. Tuttavia, mentre le forme di quelle macchie lunari sono regolari, queste altre mutavano da un’ora all’altra. Ritengo che la spiegazione di tale fenomeno sia questa: siccome la Terra, in base al suo movimento naturale (per questo motivo ora devo aderire alle teorie di Copernico), compie una rotazione completa su se stessa da ovest ad est ogni ventiquattro ore, come prima cosa, potevo scorgere… il continente africano… cosicché non mi sembrò di vedere altro che un enorme mappamondo, che girava lentamente davanti a me [37].   

Il volo dura undici giorni e dopo l’atterraggio incontra i seleniti di cui apprezza usi e costumi e il tipo di monarchia assoluta sul modello della Cina imperiale descritta dai racconti del gesuita Matteo Ricci. Il viaggio di Domingo si conclude proprio in Cina, dopo un avventuroso rientro sulla Terra, grazie alle straordinarie doti aeree dei suoi gansas.

Il personaggio di Domingo Gonsales ricomparirà, con un ruolo non marginale ma, sotto certi aspetti, ironicamente discutibile, nel famosissimo racconto fantastico di Hector Savinien Cyrano de Bergerac: L’altro mondo, ovvero stati e imperi della Luna[38], opera uscita postuma nel 1657, emendata dal miglior amico dell’autore, Henri Lebret.

A lungo ingiustamente fraintesa o ignorata, solo in tempi relativamente recenti la critica ne ha riconosciuto la complessità tematica, filosofica e scientifica, nonché l’elevato valore letterario: indubbiamente il miglior esempio seicentesco del genere.  

Famosa la frase di Cyrano che nelle prime righe del racconto esprime un’opinione ancora fortemente osteggiata: “io credo che la Luna è un mondo come questo, al quale il nostro serva da Luna”.[39]

Il modo straordinariamente fantasioso con il quale inizialmente Cyrano cerca, fallendo, di raggiungere la Luna è intenzionalmente carico di significati alchemico-esoterici, aspetto questo che farà capolino in altre parti del racconto: “mi ero legato tutt’intorno al corpo una gran quantità di ampolle piene di rugiada , e il calore del Sole che le attirava mi sollevò in alto[40].

Così invece della Luna, egli atterra in Quebec. Durante una conversazione con il governatore della regione, Cyrano cerca una spiegazione di come sia stato possibile giungere, in così breve tempo, tanto lontano da Parigi. Egli sostiene che mentre si trovava al disopra delle nubi, la Terra, nel suo moto assiale, ruotando gli è passata sotto i piedi portandolo in poche ore sulla verticale dell’America del nord. Il governatore, con una argomentazione altrettanto consistente, ribatte: “non è proprio un bel paradosso questo movimento che attribuite alla Terra? […] quand’anche foste partito ieri da Parigi, potreste essere arrivato in questa regione oggi, senza che la Terra abbia girato; infatti, perché il Sole, avendovi sollevato per mezzo delle vostre bottigliette, non potrebbe avervi condotto fin qui, dato che secondo Tolomeo, Tycho Brahe e i filosofi moderni, esso gira come voi fate girare la Terra?”.[41]

La risposta di Cyrano, che ruota intorno alle cause naturali del movimento, riprende la visione del filosofo e astronomo Pierre Gassendi, di cui avremo ancora occasione di parlare, del quale fu allievo a Parigi: “i raggi del Sole, venendo a colpirla [si riferisce, naturalmente, alla Terra] con i loro influssi, con la loro circolazione la fanno girare come facciamo girare un globo colpendolo con la mano”.[42]

Nel prosieguo del colloquio, il discorso si sposta sui massimi sistemi, e qui Cyrano esprime le proprie idee cosmologiche: “credo che i pianeti sono mondi attorno al Sole, e che anche le stelle fisse sono soli con intorno dei pianeti, cioè mondi che da qui non vediamo a causa della loro piccolezza[43].  Il governatore, da parte sua, trae una conclusione nel tipico stile bruniano: “se, come affermate, le stelle fisse sono soli, si potrebbe concludere perciò che il mondo sarebbe infinito”.

Quasi al termine di questo colloquio, Cyrano sviluppa un concetto diventato famoso: “come Dio ha potuto fare l’anima immortale, così ha potuto fare il mondo infinito, se è vero che l’eternità non è altro che durata senza limiti, e l’infinito una estensione senza confini”.[44]

Per nulla scoraggiato, Cyrano riprende i tentativi per raggiungere la Luna. Con una macchina di sua invenzione, dotata di un dispositivo a molla che aziona delle grandi ali, fa un rovinoso tentativo di volo. Alcuni soldati in esplorazione la trovano in un bosco e la trasportano in città, qui giunti, qualcuno suggerisce di applicarle una serie di razzi per innalzarla e mettere in moto il meccanismo a molle per far battere le ali. Nel momento in cui si attua questo disegno, sopraggiunge Cyrano, che salta a bordo mentre i razzi bruciando forniscono una formidabile spinta ascensionale alla macchina. Il volo, invece di concludersi con un ulteriore disastro, inspiegabilmente, lo conduce fino alla Luna.

La curiosissima spiegazione del meccanismo del viaggio si richiama, in chiave satirica, a pratiche magiche ed astrologiche che, ancora alla metà del Seicento, riscuotevano molto favore. Infatti, per alleviare i dolori e le ammaccature del primo tentativo di volo, si era cosparso il corpo di midollo di bue, diventando così sensibilissimo all’attrazione lunare: “capii allora che la Luna, essendo in fase decrescente ed essendo solita in quella fase succhiare il midollo degli animali aspirava quello di cui mi ero cosparso con maggior forza, in quanto la sua sfera era a me più vicina e il suo vigore non era diminuito dallo schermo delle nubi”.[45]

Questa sorta di magnetismo animale e di attrazione esercitata dalla Luna è curiosamente simile alle idee che Mesmer proporrà un secolo dopo.

Da questo momento prende l’avvio una lunga serie di avventure, alcune comiche, altre maliziose o straordinariamente anticonformiste,[46] nel perfetto stile libertino e trasgressivo nel quale Cyrano si rivela autentico maestro (raggiunge il culmine della trasgressione e dell’autoironia, quando i seleniti, che lo credono una femmina di scimmia, pretendono e ottengono, aberranti rapporti carnali a fini procreativi con un partner d’eccezione: il Domingo Gonsales protagonista del romanzo di Godwin!).

E’ evidente quindi che il viaggio sulla Luna offre a Cyrano l’occasione di esporre le proprie teorie filosofiche, scientifiche e religiose e di esercitare una satira della società e una critica radicale delle istituzioni politiche del tempo. I suoi modelli sono, insieme a Gassendi, Campanella e il Platone ispiratore del movimento ermetico e rosacrociano, e delle sue propaggini alchimistiche, che nel Seicento ebbe il massimo sviluppo e vigore.[47]

Appare evidente il riferimento all’Arte Regia nell’episodio della rugiada usata come motore per il primo tentativo di ascensione alla Luna. L’universo di Cyrano è una struttura organica, un gigantesco essere vivente; in questo cosmo fittamente abitato, l’uomo non è più il centro del creato e niente più gli ruota intorno. Memorabile l’affermazione: “[il Sole] questo dio visibile illumina l’uomo per puro caso”.

Nello stesso anno della pubblicazione dell’opera di Cyrano, venne data alle stampe un testo poco noto del medico Pierre Borrel, che incontreremo ancora in veste di autore di una selenografia, Discours nouveau prouvant la pluralité des Mondes[48]. Per Borel, grande ammiratore di Montagne, Copernico, Kepler, Bruno e Campanella, il sistema copernicano ha ricevuto una conferma definitiva dalle scoperte astronomiche di Galileo e anche l’ipotesi sui mondi abitati è diventata più credibile: “Quel grande Galileo… ha scoperto con la sua meravigliosa invenzione del cannocchiale cose nuove negli astri… ha visto la superficie lunare non liscia, ma piena di monti e di cavità… è Galileo che, nel nostro tempo, ha visto chiaramente la Luna ed ha notato che essa può essere abitata[49].

Come fa notare P. Rossi, il Discours di Borel non è importante perché contiene nuove idee o ipotesi originali, “ma perché presenta, riuniti insieme, i termini di una discussione che è costituita da un complesso intreccio di elementi attinti a tradizioni diverse e a differenti campi della cultura[50].

Ma anche nell’ambiente letterario inglese è particolarmente vivo l’interesse intorno al tema dell’abitabilità dei mondi. Ben Jonson, uno dei maggiori autori del teatro elisabettiano, noto anche per il suo feroce lavoro teatrale The Alchemist (1610), dove combatte con un linguaggio durissimo e virulento i ciarlatani e gli imbroglioni, nel 1621 scrisse la satira: New from the New World Discovered in the Moon. Satira pungente e ironia nei confronti della scienza e delle proliferanti teorie sulla Luna sono pure presenti nel poema eroicomico Hudibras di Samuel Butler, pubblicato tra il 1663 e il 1678. Invece, è una voce conformista quella della scrittrice Aphra Behn che esprimeva un reciso rifiuto all’ipotesi dell’abitabilità della Luna nel suo lavoro Emperor of the Moon, rappresentato nel 1684.

Il miglior testo di filosofia fantastica di fine secolo, che deve molto all’opera di John Wilkins, nasce all’interno della buona società parigina, ormai chiaramente avviata sulla strada dell’illuminismo e dell’Encyclopédie, nonostante le condanne espresse dalla corte del Re Sole a certe nuove idee teologicamente non corrette, come quella nei confronti di Richard Simon le cui opere furono pubblicamente messe al rogo, o ai divieti posti a Descartes di insegnare la sua filosofia razionalista. Proibizione che divenne oggetto del giustificato sarcasmo di Boileau: “visto che da qualche anno una sconosciuta chiamata Ragione ha cominciato a entrare di forza nelle scuole…”.

Parliamo qui del capolavoro di un filosofo che ebbe una vita straordinariamente lunga, inusitata per i tempi, avendo raggiunto i cento anni d’età.  Egli ebbe modo di osservare, con occhio critico e attento, il secolo più ricco di ardite idee e di scoperte scientifiche dai tempi della caduta dell’impero romano. Questo personaggio, Bernard le Bovier de Fontenelle, nipote del drammaturgo Corneille, aveva ereditato uno straordinario talento letterario e una profonda passione per la scienza alla quale si era entusiasmato dopo aver letto Cartesio e averne profondamente apprezzato il sistema del mondo.

Si dedicò completamente alla scienza quando divenne, nel 1699, segretario perpetuo dell’Académie Royale des Sciences, all’interno della quale ebbe il compito, assai gravoso, di scrivere le analisi, gli estratti delle sedute dell’assemblea e gli elogi dei suoi membri.

Le eccellenti doti di volgarizzatore e il linguaggio perfettamente comprensibile dei suoi scritti gli guadagnarono l’incondizionata ammirazione dei contemporanei.

 Nella sua opera, gli Entretiens[51], egli espone, con il tono di una piacevole conversazione, le teorie di Copernico, Galileo, Kepler e Cartesio. La sua interlocutrice è l’intelligente marchesa di La Mésengère che Fontenelle, con fare leggero, introduce alle idee della nuova scienza mentre distrugge l’illusoria certezza che l’uomo sia al centro del creato. E’ difficile però classificare gli Entretiens, opera posta a metà strada tra l’alta divulgazione e la filosofia scettica, dove domina un atteggiamento di disillusione su qualsiasi tema trattato, sia esso di natura teologica, filosofica o scientifica.  Celebre il passo, improntato a scetticismo, dove parla dei seleniti: “le cose di questo tipo [l’esistenza di eventuali abitanti della Luna] bisogna crederle per metà, l’altra metà deve rimanere libera di ammettere il contrario, se occorre[52]. Oppure quando descrive la composizione della Luna e nega l’ipotesi di mari all’interno delle macchie, poco dopo aver sostenuto la stessa idea con argomenti apparentemente convincenti: “la Luna deve essere composta di un ammasso di rocce e di marmi da cui non scaturisce alcuna evaporazione… per cui si può affermare che non c’è acqua… Ma come – esclamò lei -, non ricordate di avermi assicurato che sulla Luna vi sono mari distinguibili anche da qui?- Era solo una congettura, ne sono spiacente[53].



[1] V. RONCHI, Sopra le caratteristiche dei cannocchiali “di Galileo” e sulla loro autenticità, in Rendiconti della R. Accademia Nazionale di Lincei, XXII, 10, 1923, p. 339.  Si veda anche: G. Abetti, I cannocchiali di Galileo e dei suoi discepoli, in L’Universo, fasc. 9, sett. 1923.

[2]  V. RONCHI, Galileo e il suo cannocchiale, Torino 1964.

[3]  L. GEYMONAT, Galileo Galilei, p. 60, Torino 1984.

[4]  P. CASINI, Plutarco, Galileo e la faccia della Luna, in Intersezioni, a. IV, n. 2, p. 397, agosto 1984.

[5]  L. delle COLOMBE, Discorso di Lodovico delle Colombe nel quale si dimostra che la nuova Stella apparita l’Ottobre passato 1604 nel Sagittario non è Cometa, ne Stella generata ò creata di nuovo, ne apparente: ma una di quelle che furono da principio nel cielo; e ciò esser conforme alla vera Filosofia, Teologia, e Astronomiche dimostrazioni, Firenze 1606.

[6]  G. BAFFETTI, Il  Sidereus Nuncius a Bologna, in Intersezioni, a. XI, n. 3, p. 478, dicembre 1991.

[7]  I. NEWTON, Opusculae, tomo II, p. 16, Lausannae 1744.

[8]  A. P. BORRELL “la historia de la cartografia lunar puede dividerse en seis periodo”, in Historia della cartografia lunar, Urania, p. 207, julio-diciembre 1967.

[9]  Nel Dialogo dei Massimi Sistemi Salviati dice: “io tengo per fermo che nella Luna non siano piogge, perché quando in qualche parte vi si congregassero nugole, come intorno alla Terra, ci verrebbero ad ascondere alcuna di quelle cose che noi col telescopio veggiamo nella Luna… effetto che io per lunghe e diligenti osservazioni non ho veduto mai”.

[10]  G. GALILEI, Sidereus Nuncius, tr. it. Di M. Timpanaro Cardini.

[11]  J. KEPLER, Somnium seu opus posthumum de astronomia lunari, 1634 (tr. it. di A.L. Merlani, Somnium, a cura di E. Rosen, introduzione di G. Godoli, Roma-Napoli, 1984). Alla nota 154, pp. 145-146 Kepler scrive: “Galileo mi insegna che le alture e le asperità della Luna non sono macchie, ma zone luminose; e le acque sparse nelle depressioni, nereggiando, assumono l’aspetto di macchie”.

[12]  Alla fine del XVI secolo, alcuni poeti si occuparono della Luna seguendo il modello della tradizione classica. Qui ricordiamo John Lyly, The Woman in the Moone, 1599. John Donne, che scrisse nel 1609 il trattato Ignatius his Conclave,  si mostrava scettico nei confronti della nuova astronomia ma, allo stesso tempo, ipotizzava l’esistenza di mondi abitabili.

[13]  Si veda: R. PINTARD, Le libertinage erudit, p. 472, Paris 1943 e P. ROSSI, Immagini della scienza, p. 23, Roma 1977.

[14]  Su questo tema è fondamentale il saggio di M. NICOLSON, Voyages to the Moon, New York 1960.

[15]  Kepler, nella sua Dissertatio cum Nuncio Sidereo,  si opponeva all’interpretazione bruniana delle scoperte di Galileo, in quanto l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi sostenuta da Bruno sarebbero inconciliabili con l’affermazione della centralità dell’uomo nell’universo.

[16]  Così lo definiva in una lettera l’astronomo galileiano Mario Guiducci.

[17]  G.B. RICCIOLI, Almagestum Novum astronomiam veterem novamque complectens observationibus aliorum, et propriis

     Novisque  Theorematibus, problematibus, ac tabulis promotam, Bononiae 1651.

[18]  J. KEPLER, Dissertatio e Narratio, p. 61 (a cura di E. Pasoli e G. Tabarroni), Bologna 1972.

[19]  J. KEPLER, Somnium seu opus posthumum de astronomia lunari, 1634 (citato).

[20]  P. ROSSI, L’universo infinito e i mondi abitati, in Storia della Scienza Moderna e Contemporanea, vol.  I, p. 333, Torino 1988.

[21] J. KEPLER, loc. cit., nota 4, p. 67: “orbene, lo scopo di questo mio Somnium è trarre, dall’esempio della Luna, un’argomentazione in favore del moto della Terra”.

[22]  A. KOESTLER, The Sleepwalkers, London 1959 (tr. it. di Massimo Giacometti, I Sonnambuli, p. 407, Milano 1991, 2^ ed.).

[23]  J. KEPLER, loc. cit., nota 42, p. 86: “per gli ebrei, la Luna si dice Lebana o Levana; l’avrei potuta chiamare Selene, ma i vocaboli ebraici, insoliti all’udito, si raccomandano nelle arti occulte per maggior superstiziosità”. Si veda anche la nota di E. Rosen a p. 113, n. 169.

[24]  J. KEPLER, loc. cit., p. 45.

[25]  J. KEPLER, loc. cit., nota 61, p. 99.

[26]  J. KEPLER, loc. cit., p. 46 e la nota 66, p. 105: “definisco gravità una capacità di attrazione mutua, simile a quella magnetica. Ma la forza di questa attrazione è maggiore fra corpi vicini tra loro che fra corpi lontani. Dunque si oppongono con più forza a essere separati quando sono ancora vicini”.

[27]  J. KEPLER, loc. cit., nota 57, p. 97-98: “… la superficie dell’aria termina con le sommità dei monti più alti o anche più in basso”. Così nella nota n. 123, p. 96 di Rosen: “Nell’Epitome, Kepler si dichiara convinto che per l’aria la massima altezza supera appena le cime delle montagne; e ciò che è immediatamente sopra l’aria è l’etere, una sostanza sottile diffusa per l’intero universo”.

[28]   J. KEPLER, loc. cit., p. 47.

[29]   J. KEPLER, loc. cit., p. 57.

[30]  J. KEPLER, loc. cit., nota 18, p. 210, nell’Appendice geografica o, se preferite, selenografica.

[31]  J. KEPLER, loc. cit., nota 207, p. 162.

[32]  J. KEPLER, loc. cit., note all’Appendice geografica n. 1, p. 196.

[33]  J. KEPLER, loc. cit., pp. 201-206. Il cannocchiale usato da K. era un regalo del gesuita Niccolò Zucchi, ricordato per essere stato uno dei  primi ad occuparsi di telescopi a riflessione con specchio sferico.

[34]  J. KEPLER, loc. cit., note all’Appendice geografica n. 1, p. 199.

[35]  F. GODWIN, The Man in the Moone: or a Discourse of a Voyage theither by Domingo Gonsales, the Speedy Messenger, London 1638, (tr. it. di M.C. Vino, L’uomo sulla Luna, Ravenna 1995). Testimoniano il grande successo di questo llibro le numerose traduzioni eseguite nel corso del Seicento. L’edizione francese uscì dieci anni dopo a cura di Jean Baudoin ed ebbe tra i suoi estimatori Cyrano de Bergerac, seguì quindi un’edizione olandese nel 1651 e una tedesca nel 1659.

[36]  F. GODWIN, loc. cit., p. 46.

[37]  F. GODWIN, loc. cit., p. 49.

[38]  C. de BERGERAC, L’autre Monde ou les Ėtats et Empire de la Lune, Paris 1657, (tr. it. Di G. Marchi, L’altro mondo ovvero stati e imperi della Luna, Roma-Napoli 1992).

[39]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 21, (tutte le citazioni seguono la traduzione italiana).

[40]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 24.

[41]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 27.

[42]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 29.

[43]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 31.

[44]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 31.

[45]  C. de BERGERAC, loc. cit., p. 37.

[46]  C. de BERGERAC, loc. cit., pp. 76-78.

[47]  E.J. HOLMYARD, Storia dell’alchimia, Firenze 1972.

[48]  P. BORREL, Discours nouveau prouvant la pluralité des Mondes. Que les astres sont des terres habitées et la terre une estoile, Geneve 1657.

[49]  P. ROSSI, Nobiltà dell’uomo e pluralità dei mondi, in Aspetti della rivoluzione scientifica, p. 247-248,  Napoli 1971.

[50] P. ROSSI, loc. cit., p. 253.

[51]  B. le BOVIER de FONTENELLE, Entretiens sur la pluralité des mondes, Paris 1686, (tr. it. di E. Cocanari, Conversazioni sulla pluralità dei mondi, Roma-Napoli 1984).

[52]   B. le BOVIER de FONTENELLE, loc. cit, p. 71 (tr. it.).

[53]   B. le BOVIER de FONTENELLE, loc. cit, p. 72.  

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