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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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LA LUNA NELL’IMMAGINARIO SECENTESCO |
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Una
storia della selenografia fino all’icon Lunaris di Geminiano Montanari
(1662) |
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di Rodolfo Calanca |
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III^ PARTE |
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Per
varie cause, nei vent’anni successivi alle prime osservazioni di Harriot e
Galileo, non vi fu nessun reale progresso nella raffigurazione della Luna. In
primo luogo, gli astronomi generalmente disponevano di cannocchiali dalle
mediocri prestazioni. Fino agli anni 1620-1625 solamente Galileo era in grado di
costruire cannocchiali di accettabile qualità con un ingrandimento massimo di
20 volte che però, per migliorare la nitidezza dell’immagine, era costretto a
diaframmare, riducendone nel contempo anche la luminosità e il potere
risolutivo. In una lettera del 7 gennaio 1610 al Granduca di Toscana, dove parla
del cannocchiale, Galileo dà al suo Signore questo suggerimento: “è bene
che il vetro colmo [l’obbiettivo del cannocchiale] che è lontano
dall’occhio, sia in parte coperto, et che il pertuso che si lascia aperto sia
di figura ovale, perché così si vedranno li oggetti assai più distintamente”.
Questa pratica non era però priva di spiacevoli controindicazioni, come dimostrò
quasi tre secoli più tardi Vincenzo Cerulli. Questi appurò che
l’osservazione della Luna a bassi ingrandimenti e a risoluzione ridotta,
produce un’imperfetta visione delle particolarità superficiali del
nostro satellite che si traduce nell’illusoria percezione di formazioni
assolutamente inesistenti. Qualcosa di molto simile si riscontrò anche nelle
difficili osservazioni telescopiche di Marte di Schiaparelli e Lowell, dalle
quali derivò la quasi secolare leggenda dei mitici canali del pianeta rosso. A complicare e rendere più difficile
l’accettazione del cannocchiale da parte degli ambienti scientifici e
accademici del primo Seicento, concorreva l’aura di mistero che circondava il
funzionamento del nuovo strumento. L’ottica geometrica era ancora un
territorio pressoché sconosciuto, nel quale solo Kepler si era avventurato con
un certo successo. Nel 1604, egli aveva pubblicato l'opera Ad
Vitellionem paralipomena, dove riprende e perfeziona le idee sui meccanismi
della visione dell'arabo Alhazen e del polacco Vitellio e tratta, tra l'altro,
della natura della luce e della rifrazione senza però giungere ad una
spiegazione completa di quest’ultimo fenomeno. E’ indubbio che Kepler
conseguì risultati importanti: gettò, infatti, le basi dell’ottica moderna
ma, è altrettanto vero che, presso i suoi contemporanei, l'effetto immediato di
queste scoperte fu veramente modesto. L’altro
gigante della scienza del tempo, Galileo, nel Sidereus Nuncius aveva
esagerato le proprie conoscenze di ottica quando scriveva che era giunto
all’invenzione del cannocchiale “fondando[si] sulla dottrina delle
rifrazioni”. In realtà, egli non approfondì mai l’ottica kepleriana e
le sue conoscenze in questo campo furono sempre generiche. Con il suo solito
pragmatismo, confidava nella propria straordinaria intelligenza e nell’innato
talento pratico per risolvere i numerosi problemi che man mano gli si
presentavano mentre armeggiava con perizia intorno ai suoi vetri. Ciò che nel
cannocchiale maggiormente stimolava il suo interesse era l'aspetto tecnico, in
modo particolare i processi di produzione e di lavorazione dei vetri che
trasformava in lenti, la cui levigatura curava con metodica pignoleria. L'unica
sua concessione alla teoria ottica riguardava i pochi, banali ed inevitabili
calcoli strettamente necessari per definire le caratteristiche fondamentali del
cannocchiale, quali la focale e gli ingrandimenti risultanti. E non è che il cannocchiale galileiano fosse esente da difetti e che non necessitasse di urgenti migliorie, tutt’altro: ad esempio, era affetto da un così ridotto campo visivo tanto da non consentire di inquadrare più di metà Luna per volta. Ciò rendeva critico e veramente faticoso il puntamento e riduceva la possibilità di aumentare gli ingrandimenti, pena la totale impossibilità di centrare gli oggetti, oltre ad un fastidioso oscurarsi della visione dovuta alla scarsa luminosità del sistema ottico. Attraverso il suo cannocchiale, le stelle gli apparivano sfocate, a causa delle aberrazioni ottiche, e i loro punti luminosi circondati da fastidiosi anelli colorati: da qui la necessità di diaframmare la lente obiettiva. Nel 1923, Vasco Ronchi e Giorgio Abetti, analizzarono con cura le caratteristiche ottiche e le prestazioni di tre cannocchiali galileiani (tra questi, la famosa “lente rotta” conservata in un’antica custodia d’avorio) della Tribuna di Galileo nel Museo degli strumenti antichi di Firenze, con i quali furono eseguite accurate osservazioni della Luna, Giove, Saturno, Mizar e del Sole. Le
conclusioni, secondo Ronchi e Abetti, furono: “il primo cannocchiale ha un
potere risolutivo [bistigmatico] di 20” e un campo di 15’ [e 14
ingrandimenti], il secondo 10” e 15’ [e 18 ingrandimenti]
rispettivamente; i particolari della Luna e delle macchie solari sono presso a
poco come quelli descritti da Galileo; Giove appare assai irregolare e i
satelliti si distinguono con molto sforzo; Saturno si vede appena allungato; e
per qualche posizione dell’occhio si vedono le immagini raddoppiate”[1].
Qualche mese dopo la pubblicazione del
Sidereus, Kepler, profondamente colpito dalle stupefacenti potenzialità
del cannocchiale, riprese con entusiasmo l’esame dei numerosi argomenti di
ottica lasciati in sospeso nei Paralipomena, dando alle stampe, in breve
tempo, uno straordinario trattato, la Dioptrice
dove elabora la teoria del telescopio e illustra la prima versione del
cannocchiale astronomico o kepleriano a due lenti convesse[2].
Pienamente comprensibile, e perfettamente giustificato, l’orgoglio di Kepler
quando scrive a un Galileo sostanzialmente indifferente, queste parole: “Ti
rendo noto che nei passati agosto e settembre ho scritto la Diottrica che consta
di 149 proposizioni… troverai le piacevolissime cause di ciò che avviene con
questi occhiali doppi”. Purtroppo però l’opera era ostica e
scritta con un linguaggio matematico che certo non agevolava la comprensione
delle complesse e numerose proposizioni geometriche. Nessun contemporaneo
era in grado di penetrare a fondo le notevoli implicazioni teoriche e pratiche
della Dioptrice e, men che meno, tra tutti i potenziali dotti lettori,
Galileo, che quasi sicuramente si limitò a sfogliarla distrattamente. Molti contemporanei,
incapaci di comprendere l’arcano ritrovato, erano propensi a ritenere il
cannocchiale uno strumento fallace, creatore di chimere ottiche. Come ha scritto
L. Geymonat, la maggioranza degli studiosi dell’epoca era convinta “che
soltanto la visione diretta fosse in grado di far cogliere l’effettiva realtà”[3].
Dunque, il cannocchiale deformava e non potenziava la percezione visiva. Non
erano immuni da questa credenza anche i più eminenti studiosi: tra questi
spicca il padre Clavio, del Collegio Romano, una delle principali personalità
scientifiche dell’epoca. In un primo tempo egli era fermamente convinto che le
nuove scoperte astronomiche fossero soltanto il frutto di un inganno delle
lenti. Vediamo quindi che bisognava
fare i conti con pregiudizi culturali e psicologici fortemente radicati. Abbiamo
visto che i peripatetici, che monopolizzavano il sapere scientifico, avevano
idee totalmente errate sulla natura della “faccia” lunare. Laddove Galileo
non dubitò mai che sulla Luna vi fossero montagne e pianure, altri, con
l’aristotelico Biancani in testa, ritennero invece che ciò che si osserva al
cannocchiale portava ad escludere l’esistenza di tali formazioni. E’
improbabile che Biancani soffrisse di gravi difetti di vista: il suo
atteggiamento è invece un’evidente dimostrazione del fatto che la percezione
è spesso soggettiva e sicuramente subordinata al proprio peculiare background
culturale. A tal proposito, appaiono giustificate le considerazioni di P.
Casini, che credo dovrebbero però riferirsi anche ai primi tempi
dell’osservazione telescopica del nostro satellite: “la medesima immagine
retinica può dar luogo a percezioni coscienti diverse in una stessa persona;
tanto più in persone con differenti organizzazioni concettuali. Modelli
cosmologici e metafisici diversi hanno dato luogo a letture contrastanti della
Luna vista a occhio nudo”[4].
Galileo, spirito
drammaticamente moderno, aveva l’organizzazione concettuale giusta per
interpretare oggettivamente le osservazioni con il nuovo strumento. In
particolare, sulla natura della Luna, le sue idee erano in parte attinte da
Plutarco, ma abbiamo ragionevoli prove che, alcuni anni prima di impiegare il
telescopio, altre ne elaborò di proprie a sostegno dell’ipotesi
dell’esistenza di montagne lunari. Secondo S. Drake, Galileo fu uno degli
autori delle Considerazioni di Alimberto Mauri sopra alcuni luoghi del
Discorso di Ludovico delle Colombe intorno alla stella apparita 1604
(Firenze 1606). Si trattava di una risposta, nel classico, caustico, stile
galileiano, al discorso[5]
di Ludovico delle Colombe sulla stella “nova” del 1604, secondo il quale
essa non era nuova ma da sempre esistente in cielo. Il delle Colombe, oltre a
parlare di stelle, nel suo discorso divaga e, incautamente, rilancia il
concetto aristotelico sulla natura dei pianeti e della Luna: “quelle
macchie [della Luna] che un viso figurano son sempre le medesime, e nel
luogo stesso senza varianza alloggiano, le quali altro non sono che parti più
rare di quel denso corpo”.
Galileo, sotto le spoglie di
Alimberto Mauri, oltre alla critica puntuale e circostanziata delle concezioni
cosmogoniche del delle Colombe, nella considerazione XXVIII del Discorso
attacca con decisione il passo sopra citato, contrapponendogli con vigore la
propria personale convinzione dell’esistenza di grandi montagne sulla Luna,
con parole che ci appaiono precorritrici delle scoperte telescopiche di tre anni
dopo: “non è sconvenevole il pensare che [la Luna] non sia per
tutto egual nello stesso modo, ma, sì come nella terra, ancora in lei si
ritrovino monti di smisurata grandezza” e per dimostrare quest’ipotesi
prosegue: “e per prova di questo addurrei un’agevole, e bella
osservazione che si può di continuo fare, quando ella è in quadrato rispetto
al Sole. Perciocché allora essa mostra il mezo cerchio pulito e netto, ma
sempre con qualche bernoccolo nel mezo. Di che qual cagione si addurrà giammai
ancora probabile, se non la curvità di quei monti? Per liquali, è in
particolare in quel luogo, ella vien a perdere la sua perfetta rotondità”.
Solo, in contrasto con le
opinioni della maggior parte dei dotti ma, contemporaneamente, alleggerito dal
pesante fardello peripatetico, Galileo era psicologicamente pronto a recepire
sia quanto il telescopio gli mostrava sia a costruire su questa fantastica
visione una nuova immagine del mondo. Come sostiene Baffetti: “la
sostituzione di un paradigma ad un altro… non è una trasformazione pacifica e
indolore, è anzi una lotta per l’affermazione in cui convergono fattori che
non riguardano solo la storia della scienza ma anche la sociologia da un lato, e
dall’altro la retorica”[6]. Ritornando alla nostra storia
della selenografia, notiamo che per registrare un sostanziale progresso nella
raffigurazione cartografica lunare, oltre alla consapevole rinuncia ai
pregiudizi secolari succitati, sarebbe stato ora necessario disporre di uno
strumento di misura dalle caratteristiche innovative. L’invenzione di questo
fondamentale accessorio, il reticolo micrometrico avvenne però alla metà del
XVII secolo, mentre il suo impiego nella cartografia lunare divenne consuetudine
consolidata solamente alla fine del Settecento. Isaac Newton aveva
perfettamente compreso la fondamentale importanza pratica del micrometro: esso
avrebbe assicurato quella precisione nelle misure celesti indispensabili per
convalidare la sua teoria dei moti planetari. Newton distinse in modo netto le
osservazioni astronomiche eseguite prima dell’invenzione del micrometro
e dopo di questa, attribuendo due pesi diversi all’attendibilità dei
dati raccolti.[7] Intorno al 1630 si concluse il
primo periodo[8]
della cartografia lunare, scarsamente significativo dal punto di vista
cartografico ma caratterizzato dalla sconvolgente consapevolezza che la Luna
era, sotto molti aspetti, simile alla Terra, con monti, valli e strane strutture
circolari di origine sconosciuta. E la sconcertante somiglianza era stata spinta
all’estremo da Galileo che coltivò l’illusione, in seguito abbandonata[9],
che la Luna fosse circondata da un’atmosfera: “...intorno al corpo lunare
c’è, così come intorno alla Terra, una specie di globo di sostanza più
densa del rimanente etere…”,[10]
e che probabilmente su di essa vi erano ampie distese d’acqua.[11]
L’abitabilità
della Luna e la pluralità dei mondi nel Seicento L’affinità tra i due corpi
celesti sollecitò la fantasia di scrittori e poeti[12],
in prevalenza di cultura francese e inglese, a testimonianza dello straordinario
interesse suscitato nell’immaginario secentesco dall’invenzione del
telescopio e dai nuovi mondi che esso rivelava. Per tutto il secolo, si
moltiplicano scritti ricchi di spunti scientifici e letterari che commentano,
con toni diversi, il significato delle novità celesti galileiane.
Insieme alla meraviglia (termine che ricorre moltissimo negli scritti
scientifici e letterari del tempo) per le scoperte astronomiche si fa però
anche largo una serpeggiante sensazione di smarrimento e di sconforto a fronte
del crollo delle rassicuranti certezze che accompagnavano una plurisecolare
visione sostanzialmente statica ed immutabile di un mondo antropocentrico.
Questo smarrimento traspare in tutta la sua drammaticità in una lettera del
1640 di Gabriel Naudé, medico e scienziato iconoclasta, una delle personalità
più acute del Seicento: “Temo che le vecchie eresie siano nulla in
confronto alle novità che gli astronomi introducono con i loro mondi o terre
lunari e celesti. Le conseguenze di tali novità saranno ben più pericolose
delle precedenti e introdurranno ben più strane rivoluzioni”[13].
L’abitabilità della Luna,
idea condivisa da una fitta schiera di filosofi dell’antichità classica, da
Democrito, a Senofonte e alla scuola pitagorica, ebbe ampio seguito e fu oggetto
di discussioni e controversie fra gli studiosi[14].
Tra i sostenitori dell’ipotesi dei mondi abitati sono naturalmente da
ricordare Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Il primo, morto sul rogo nel
1600, non poté ovviamente assistere alle grandi scoperte celesti dei decenni
successivi che, secondo molti, sembrarono portare insperate conferme a sostegno
di alcune delle sue più ardite speculazioni cosmologiche[15].
Il secondo espose la certezza sia in un universo infinito, più per motivi
metafisici che astronomici, sia nell’infinità dei mondi abitabili nella sua Apologia
di Galileo del 1610, nella quale proclamava: “tutti i pianeti debbono
essere popolatissimi come la nostra terra”.
Ricordiamo invece, tra i più
risoluti detrattori di entrambe le ipotesi testé accennate, in particolare
dell’abitabilità della Luna, Cesare Lagalla nel suo De phaenomenis in orbe
Lunae del 1612 e l’ultra-conservatore, “peripateticuccio freddo e
scipito”,[16]
Scipione Chiaramonti, ai quali si affiancò, quarant’anni dopo, Giovan
Battista Riccioli,[17]
si richiamavano, insistentemente, all’autorità di Aristotele e dei più
moderni Ficino e Kepler. In una posizione particolarmente ambigua troviamo
invece uno dei gesuiti più influenti, Athanasius Kircher, che concedeva
qualcosa agli astronomi innovatori del tempo ma, contemporaneamente, riaffermava
aspetti dell’aristotelismo più conservatore. Non solo letterati e filosofi,
ma anche uno scienziato di prima grandezza come Kepler si cimentò in
speculazioni su di un mondo lunare simmetrico a quello terrestre. Già nella
famosa Dissertatio cum Nuncio Sidereo, nella quale commenta le prime
scoperte galileiane, aveva avuto modo di esprimere una visione che anticipa di
secoli i futuri sviluppi della scienza e della tecnologia: “non
posso trattenermi dal ricordare che non è inverosimile che vi siano abitanti
non solo sulla Luna, ma sullo stesso Giove. Ora, per la prima volta, si stanno
scoprendo quelle nuove regioni, ma non appena qualcuno avrà insegnato l’arte
di volare, fra la nostra specie umana non mancheranno i coloni Kepler concluse la sua vita e
la sua straordinaria attività scientifica con il Somnium,[19]
opera postuma di ampio respiro, ispiratrice di un nuovo genere letterario, in
parte autobiografica ma anche allegorica e scientifica. Come osserva acutamente
P. Rossi “il Somnium segna il passaggio dalla letteratura fantastica sulla
Luna (ispirata a Luciano e all’Ariosto) ad una letteratura fantastico-scientifica”.[20]
Quello di Kepler è il sogno di
un viaggio sulla Luna attraverso il quale ambiva divulgare il sistema
copernicano[21]
da un punto di vista inconsueto e del tutto originale. Composto a partire dal
1593, con il cannocchiale ancora di là a venire, uscì postumo e incompleto nel
1634: era il primo libro di fantascienza in senso moderno[22].
Il testo non è di scorrevole lettura, per i continui rimandi alle fondamentali
e minuziosissime note — via via aggiunte nel corso del decennio 1620-1630 —
che costituiscono i quattro quinti dell’opera. Kepler descrive il viaggio
lunare con straordinaria accuratezza, sforzandosi di conferire al racconto una
consistente plausibilità scientifica. Levania,[23]
posta a cinquantamila miglia tedesche nell’etere profondo[24],
è raggiungibile in quattro ore solamente all’interno del cono d’ombra della
Terra durante le eclissi totali di Luna e con l’indispensabile intervento dei
demoni seleniti che, afferrato il viaggiatore — rigorosamente non tedesco i
quanto nessun individuo di questa nazione è accettato su Levania a causa
dell’eccessiva corpulenza e voracità[25]—
lo spingono dal basso verso l’alto. La spinta, simile a quella prodotta da un
cannone, è talmente violenta che l’uomo deve essere narcotizzato per superare
il durissimo contraccolpo.[26]
E questo è solo uno dei
problemi che sorgono nel pur breve viaggio: gli altri sono l’impossibilità di
respirare e il grande freddo che permea lo spazio tra Levania e la Terra.[27]
Anche l’atterraggio sul nostro satellite è traumatico: “quando si
svegliano, gli uomini sogliono lamentarsi di una indicibile stanchezza di tutte
le membra”.[28]
Passa a descrivere il
territorio di Levania con una premessa: “esordirò, secondo l’uso dei
geografi, dalle cose che risultano osservando il suo cielo”. Per prima
cosa divide il mondo lunare in due emisferi, quello rivolto alla Terra (chiamata
Volva), abitato dai subvulvani e quello a noi perennemente invisibile dei
privolvani; quindi fornisce dettagliatissime spiegazioni sulla durata del
giorno, sulle posizioni del Sole alle varie latitudini, sulle stagioni, ecc.
Fa rilevare che Levania, pur essendo di ridotte dimensioni — solo la
quarta parte della circonferenza della nostra Terra[29]
— “tuttavia ha monti altissimi e valli profondissime ed estese… è
tutta porosa e quasi traforata da continue spelonche e caverne”.
Nell’emisfero subvolvano, l’enorme calore è mitigato dalle continue nubi e
piogge. A conferma dell’esistenza di
monti lunari, ritenuti molto più alti dei terrestri[30],
Kepler porta la testimonianza di una sua risolutiva osservazione al telescopio
avvenuta nel corso di un’eclisse solare: ”nel maggio del 1612, mentre
osservavo un’eclissi solare, proiettando su uno schermo bianco i raggi,
attraverso un telescopio a due lenti, vidi nella circonferenza dell’ombra
lunare, cioè l’occultamento causato dall’interposizione della Luna
sull’immagine del Sole, dico, vidi in questa circonferenza cava due
evidentissimi tubercoli oltre la rotondità dell’ombra, cioè della Luna,
protesi nella parte concava luminosa; e affinché non si dica che ciò
dipendesse dalle lenti, né da un difetto della vista, essi restarono sul disco
del Sole, e lo traversarono col moto della Luna, uscendo uno dopo l’altro.
[…] si trattò quindi di montagne della Luna, che superavano almeno le otto
miglia di altezza”.[31]
Il Somnium si conclude
con l’Appendice geografica o, se preferite, selenografica, dove Kepler
si addentra in una lucidissima e dettagliata descrizione della topografia lunare
e, con inoppugnabili argomenti ottici, dimostra che la natura della sua
superficie è certamente di tipo terrestre: “osservandosi dunque nel corpo
lunare, riguardo alle parti più evidenti, alquanta confusione, con parti alte,
basse, regolari, accidentate, bisogna che nel corpo lunare vi sia qualcosa di
simile ai nostri elementi”.[32]
Poi, seguendo un ragionamento
un po’ contorto che prende spunto dall’esame dei crateri lunari, da lui
osservati a lungo e con particolare cura al telescopio,[33]
dalla loro forma esattamente rotonda e dalla loro disposizione non casuale,
conclude così: “… sulla Luna vi sono creature viventi, in grado di
concepire queste opere ordinate”.[34]
In altre parole, i crateri
sarebbero opere ciclopiche di seleniti previdenti, erette in difesa delle loro
città, sia dagli assalti di barbarici predoni sia a protezione dai raggi
cocenti ed implacabili del Sole, incombente per ben 15 giorni ogni mese. Il
Somnium fu fonte d’ispirazione per una nutrita serie di autori, in
prevalenza aperti all’innovazione scientifica che, attraverso racconti solo
apparentemente fantastici, combattevano la concezione aristotelico-tolemaica del
mondo. Nel 1638, in Inghilterra apparvero due libri sull’abitabilità dei
mondi che conobbero larga diffusione anche sul continente. Il primo di questi, The
Discovery of a World in the Moone, opera di John Wilkins, alto prelato della
Chiesa d’Inghilterra ed attivo promotore della Royal Society, si proponeva di
difendere l’astronomia copernicana; l’opera fu ripubblicata due anni dopo in
una nuova versione con il titolo: A Discourse concerning a New World and
another Planet. Il secondo, pubblicato da Edward Mahon, pseudonimo del
vescovo di Hereford, Francis Godwin, è il famoso The Man in the Moone.[35]
Godwin,
ammiratore di Galileo, subì profondamente l’influenza scientifica del grande
scienziato italiano tanto che un’altra sua opera porta il titolo di Nuncius
Inanimatus. Nel suo uomo sulla Luna sono narrate le meravigliose
avventure dello spagnolo Domingo Gonsales, trasportato sul nostro satellite da
una macchina volante trainata da uccelli straordinari, i gansas. Il
protagonista crede nell’esistenza di una segreta forza magnetica della Terra,
concezione ripresa dalla forza attrattiva magnetica che legherebbe i pianeti al
Sole, ipotizzata da Kepler nella sua Astronomia Nova: “gli oggetti
che noi chiamiamo pesanti, non precipitano verso il centro della Terra come
dovrebbero, ma sembrano attratti da una proprietà segreta della Terra stessa, o
piuttosto da qualche cosa all’interno di essa, così come la magnetite attira
il ferro che si trova entro il suo raggio d’azione”[36].
E non si lascia sfuggire l’occasione per appoggiare l’idea copernicana della
rotazione terrestre: “come noi scorgiamo nella Luna certe macchie o nuvole,
allo stesso modo mi sembrava di notarle sulla Terra. Tuttavia, mentre le forme
di quelle macchie lunari sono regolari, queste altre mutavano da un’ora
all’altra. Ritengo che la spiegazione di tale fenomeno sia questa: siccome la
Terra, in base al suo movimento naturale (per questo motivo ora devo aderire
alle teorie di Copernico), compie una rotazione completa su se stessa da ovest
ad est ogni ventiquattro ore, come prima cosa, potevo scorgere… il continente
africano… cosicché non mi sembrò di vedere altro che un enorme mappamondo,
che girava lentamente davanti a me ”[37].
Il
volo dura undici giorni e dopo l’atterraggio incontra i seleniti di cui
apprezza usi e costumi e il tipo di monarchia assoluta sul modello della Cina
imperiale descritta dai racconti del gesuita Matteo Ricci. Il viaggio di Domingo
si conclude proprio in Cina, dopo un avventuroso rientro sulla Terra, grazie
alle straordinarie doti aeree dei suoi gansas. Il
personaggio di Domingo Gonsales ricomparirà, con un ruolo non marginale ma,
sotto certi aspetti, ironicamente discutibile, nel famosissimo racconto
fantastico di Hector Savinien Cyrano de Bergerac: L’altro mondo, ovvero
stati e imperi della Luna[38],
opera uscita postuma nel 1657, emendata dal miglior amico dell’autore, Henri
Lebret. A
lungo ingiustamente fraintesa o ignorata, solo in tempi relativamente recenti la
critica ne ha riconosciuto la complessità tematica, filosofica e scientifica,
nonché l’elevato valore letterario: indubbiamente il miglior esempio
seicentesco del genere.
Famosa
la frase di Cyrano che nelle prime righe del racconto esprime un’opinione
ancora fortemente osteggiata: “io credo che la Luna è un mondo come
questo, al quale il nostro serva da Luna”.[39]
Il
modo straordinariamente fantasioso con il quale inizialmente Cyrano cerca,
fallendo, di raggiungere la Luna è intenzionalmente carico di significati
alchemico-esoterici, aspetto questo che farà capolino in altre parti del
racconto: “mi ero legato tutt’intorno al corpo una gran quantità di
ampolle piene di rugiada , e il calore del Sole che le attirava mi sollevò in
alto”[40].
Così
invece della Luna, egli atterra in Quebec. Durante una conversazione con il
governatore della regione, Cyrano cerca una spiegazione di come sia stato
possibile giungere, in così breve tempo, tanto lontano da Parigi. Egli sostiene
che mentre si trovava al disopra delle nubi, la Terra, nel suo moto assiale,
ruotando gli è passata sotto i piedi portandolo in poche ore sulla verticale
dell’America del nord. Il governatore, con una argomentazione altrettanto
consistente, ribatte: “non è proprio un bel paradosso questo movimento che
attribuite alla Terra? […] quand’anche foste partito ieri da Parigi,
potreste essere arrivato in questa regione oggi, senza che la Terra abbia
girato; infatti, perché il Sole, avendovi sollevato per mezzo delle vostre
bottigliette, non potrebbe avervi condotto fin qui, dato che secondo Tolomeo,
Tycho Brahe e i filosofi moderni, esso gira come voi fate girare la Terra?”.[41]
La
risposta di Cyrano, che ruota intorno alle cause naturali del movimento,
riprende la visione del filosofo e astronomo Pierre Gassendi, di cui avremo
ancora occasione di parlare, del quale fu allievo a Parigi: “i raggi del
Sole, venendo a colpirla [si riferisce, naturalmente, alla Terra] con i
loro influssi, con la loro circolazione la fanno girare come facciamo girare un
globo colpendolo con la mano”.[42]
Nel
prosieguo del colloquio, il discorso si sposta sui massimi sistemi, e qui Cyrano
esprime le proprie idee cosmologiche: “credo che i pianeti sono mondi
attorno al Sole, e che anche le stelle fisse sono soli con intorno dei pianeti,
cioè mondi che da qui non vediamo a causa della loro piccolezza”[43].
Il governatore, da parte sua, trae una conclusione nel tipico stile
bruniano: “se, come affermate, le stelle fisse sono soli, si potrebbe
concludere perciò che il mondo sarebbe infinito”. Quasi
al termine di questo colloquio, Cyrano sviluppa un concetto diventato famoso:
“come Dio ha potuto fare l’anima immortale, così ha potuto fare il mondo
infinito, se è vero che l’eternità non è altro che durata senza limiti, e
l’infinito una estensione senza confini”.[44]
Per nulla scoraggiato, Cyrano riprende
i tentativi per raggiungere la Luna. Con una macchina di sua invenzione, dotata
di un dispositivo a molla che aziona delle grandi ali, fa un rovinoso tentativo
di volo. Alcuni soldati in esplorazione la trovano in un bosco e la trasportano
in città, qui giunti, qualcuno suggerisce di applicarle una serie di razzi per
innalzarla e mettere in moto il meccanismo a molle per far battere le ali. Nel
momento in cui si attua questo disegno, sopraggiunge Cyrano, che salta a bordo
mentre i razzi bruciando forniscono una formidabile spinta ascensionale alla
macchina. Il volo, invece di concludersi con un ulteriore disastro,
inspiegabilmente, lo conduce fino alla Luna. La curiosissima spiegazione del
meccanismo del viaggio si richiama, in chiave satirica, a pratiche magiche ed
astrologiche che, ancora alla metà del Seicento, riscuotevano molto favore.
Infatti, per alleviare i dolori e le ammaccature del primo tentativo di volo, si
era cosparso il corpo di midollo di bue, diventando così sensibilissimo
all’attrazione lunare: “capii allora che la Luna, essendo in fase
decrescente ed essendo solita in quella fase succhiare il midollo degli animali
aspirava quello di cui mi ero cosparso con maggior forza, in quanto la sua sfera
era a me più vicina e il suo vigore non era diminuito dallo schermo delle nubi”.[45]
Questa sorta di magnetismo animale e
di attrazione esercitata dalla Luna è curiosamente simile alle idee che Mesmer
proporrà un secolo dopo. Da questo momento prende l’avvio una
lunga serie di avventure, alcune comiche, altre maliziose o straordinariamente
anticonformiste,[46]
nel perfetto stile libertino e trasgressivo nel quale Cyrano si rivela autentico
maestro (raggiunge il culmine della trasgressione e dell’autoironia, quando i
seleniti, che lo credono una femmina di scimmia, pretendono e ottengono,
aberranti rapporti carnali a fini procreativi con un partner d’eccezione: il
Domingo Gonsales protagonista del romanzo di Godwin!). E’
evidente quindi che il viaggio sulla Luna offre a Cyrano l’occasione di
esporre le proprie teorie filosofiche, scientifiche e religiose e di esercitare
una satira della società e una critica radicale delle istituzioni politiche del
tempo. I suoi modelli sono, insieme a Gassendi, Campanella e il Platone
ispiratore del movimento ermetico e rosacrociano, e delle sue propaggini
alchimistiche, che nel Seicento ebbe il massimo sviluppo e vigore.[47]
Appare
evidente il riferimento all’Arte Regia nell’episodio della rugiada usata
come motore per il primo tentativo di ascensione alla Luna. L’universo di
Cyrano è una struttura organica, un gigantesco essere vivente; in questo cosmo
fittamente abitato, l’uomo non è più il centro del creato e niente più gli
ruota intorno. Memorabile l’affermazione: “[il Sole] questo dio visibile
illumina l’uomo per puro caso”. Nello
stesso anno della pubblicazione dell’opera di Cyrano, venne data alle stampe
un testo poco noto del medico Pierre Borrel, che incontreremo ancora in veste di
autore di una selenografia, Discours nouveau prouvant la pluralité des
Mondes[48].
Per Borel, grande ammiratore di Montagne, Copernico, Kepler, Bruno e Campanella,
il sistema copernicano ha ricevuto una conferma definitiva dalle scoperte
astronomiche di Galileo e anche l’ipotesi sui mondi abitati è diventata più
credibile: “Quel grande Galileo… ha scoperto con la sua meravigliosa
invenzione del cannocchiale cose nuove negli astri… ha visto la superficie
lunare non liscia, ma piena di monti e di cavità… è Galileo che, nel nostro
tempo, ha visto chiaramente la Luna ed ha notato che essa può essere abitata”[49].
Come
fa notare P. Rossi, il Discours di Borel non è importante perché
contiene nuove idee o ipotesi originali, “ma perché presenta, riuniti
insieme, i termini di una discussione che è costituita da un complesso
intreccio di elementi attinti a tradizioni diverse e a differenti campi della
cultura”[50].
Ma
anche nell’ambiente letterario inglese è particolarmente vivo l’interesse
intorno al tema dell’abitabilità dei mondi. Ben Jonson, uno dei maggiori
autori del teatro elisabettiano, noto anche per il suo feroce lavoro teatrale The
Alchemist (1610), dove combatte con un linguaggio durissimo e virulento i
ciarlatani e gli imbroglioni, nel 1621 scrisse la satira: New from the New
World Discovered in the Moon. Satira pungente e ironia nei confronti della
scienza e delle proliferanti teorie sulla Luna sono pure presenti nel poema
eroicomico Hudibras di Samuel Butler, pubblicato tra il 1663 e il 1678.
Invece, è una voce conformista quella della scrittrice Aphra Behn che esprimeva
un reciso rifiuto all’ipotesi dell’abitabilità della Luna nel suo lavoro Emperor
of the Moon, rappresentato nel 1684. Il
miglior testo di filosofia fantastica di fine secolo, che deve molto all’opera
di John Wilkins, nasce all’interno della buona società parigina, ormai
chiaramente avviata sulla strada dell’illuminismo e dell’Encyclopédie,
nonostante le condanne espresse dalla corte del Re Sole a certe nuove idee
teologicamente non corrette, come quella nei confronti di Richard Simon le cui
opere furono pubblicamente messe al rogo, o ai divieti posti a Descartes di
insegnare la sua filosofia razionalista. Proibizione che divenne oggetto del
giustificato sarcasmo di Boileau: “visto che da qualche anno una
sconosciuta chiamata Ragione ha cominciato a entrare di forza nelle scuole…”.
Parliamo qui del capolavoro di un
filosofo che ebbe una vita straordinariamente lunga, inusitata per i tempi,
avendo raggiunto i cento anni d’età.
Egli ebbe modo di osservare, con occhio critico e attento, il secolo più
ricco di ardite idee e di scoperte scientifiche dai tempi della caduta
dell’impero romano. Questo personaggio, Bernard le Bovier de Fontenelle,
nipote del drammaturgo Corneille, aveva ereditato uno straordinario talento
letterario e una profonda passione per la scienza alla quale si era entusiasmato
dopo aver letto Cartesio e averne profondamente apprezzato il sistema del mondo.
Si dedicò completamente alla scienza
quando divenne, nel 1699, segretario perpetuo dell’Académie Royale des
Sciences, all’interno della quale ebbe il compito, assai gravoso, di scrivere
le analisi, gli estratti delle sedute dell’assemblea e gli elogi dei suoi
membri. Le
eccellenti doti di volgarizzatore e il linguaggio perfettamente comprensibile
dei suoi scritti gli guadagnarono l’incondizionata ammirazione dei
contemporanei. Nella
sua opera, gli Entretiens[51],
egli espone, con il tono di una piacevole conversazione, le teorie di Copernico,
Galileo, Kepler e Cartesio. La sua interlocutrice è l’intelligente marchesa
di La Mésengère che Fontenelle, con fare leggero, introduce alle idee della
nuova scienza mentre distrugge l’illusoria certezza che l’uomo sia al centro
del creato. E’ difficile però classificare gli Entretiens, opera posta
a metà strada tra l’alta divulgazione e la filosofia scettica, dove domina un
atteggiamento di disillusione su qualsiasi tema trattato, sia esso di natura
teologica, filosofica o scientifica.
Celebre il passo, improntato a scetticismo, dove parla dei seleniti: “le
cose di questo tipo [l’esistenza di eventuali abitanti della Luna] bisogna
crederle per metà, l’altra metà deve rimanere libera di ammettere il
contrario, se occorre”[52].
Oppure quando descrive la composizione della Luna e nega l’ipotesi di mari
all’interno delle macchie, poco dopo aver sostenuto la stessa idea con
argomenti apparentemente convincenti: “la Luna deve essere composta di un
ammasso di rocce e di marmi da cui non scaturisce alcuna evaporazione… per cui
si può affermare che non c’è acqua… Ma come – esclamò lei -, non
ricordate di avermi assicurato che sulla Luna vi sono mari distinguibili anche
da qui?- Era solo una congettura, ne sono spiacente”[53].
[1]
V.
RONCHI, Sopra le caratteristiche dei cannocchiali “di Galileo” e sulla loro
autenticità,
in Rendiconti della R. Accademia Nazionale di Lincei, XXII, 10, 1923, p.
339.
Si veda anche: G. Abetti, I
cannocchiali di Galileo e dei suoi discepoli,
in L’Universo, fasc. 9, sett. 1923. [2]
V. RONCHI, Galileo e il suo cannocchiale, Torino 1964. [3]
L. GEYMONAT, Galileo Galilei, p. 60, Torino 1984. [4]
P. CASINI, Plutarco, Galileo e la faccia della Luna, in
Intersezioni, a. IV, n. 2, p. 397, agosto 1984. [5]
L. delle COLOMBE, Discorso di Lodovico delle Colombe nel
quale si dimostra che la nuova Stella apparita l’Ottobre passato 1604 nel
Sagittario non è Cometa, ne Stella generata ò creata di nuovo, ne
apparente: ma una di quelle che furono da principio nel cielo; e ciò esser
conforme alla vera Filosofia, Teologia, e Astronomiche dimostrazioni,
Firenze 1606. [6]
G. BAFFETTI, Il Sidereus Nuncius a Bologna, in
Intersezioni, a. XI, n. 3, p. 478, dicembre 1991. [7]
I. NEWTON, Opusculae, tomo II, p. 16, Lausannae 1744. [8]
A. P. BORRELL “la
historia de la cartografia lunar puede dividerse en seis periodo”,
in Historia della cartografia lunar, Urania, p. 207, julio-diciembre
1967. [9]
Nel Dialogo dei Massimi Sistemi Salviati dice: “io tengo
per fermo che nella Luna non siano piogge, perché quando in qualche parte
vi si congregassero nugole, come intorno alla Terra, ci verrebbero ad
ascondere alcuna di quelle cose che noi col telescopio veggiamo nella
Luna… effetto che io per lunghe e diligenti osservazioni non ho veduto mai”.
[10]
G. GALILEI, Sidereus Nuncius, tr. it. Di M. Timpanaro
Cardini. [11]
J. KEPLER, Somnium seu opus posthumum de astronomia
lunari, 1634 (tr. it. di A.L. Merlani, Somnium, a cura di E.
Rosen, introduzione di G. Godoli, Roma-Napoli, 1984). Alla nota 154, pp.
145-146 Kepler scrive: “Galileo mi insegna che le alture e le asperità
della Luna non sono macchie, ma zone luminose; e le acque sparse nelle
depressioni, nereggiando, assumono l’aspetto di macchie”. [12]
Alla fine del XVI secolo, alcuni poeti si occuparono della Luna
seguendo il modello della tradizione classica. Qui
ricordiamo John Lyly, The Woman in the Moone, 1599. John
Donne, che scrisse nel 1609 il trattato Ignatius his Conclave,
si mostrava scettico nei confronti della nuova astronomia ma, allo
stesso tempo, ipotizzava l’esistenza di mondi abitabili. [13]
Si veda: R. PINTARD, Le libertinage erudit, p. 472, Paris 1943
e P. ROSSI, Immagini della scienza, p. 23, Roma 1977. [14]
Su questo tema è fondamentale il saggio di M. NICOLSON, Voyages
to the Moon, New York 1960. [15]
Kepler, nella sua Dissertatio cum Nuncio Sidereo,
si opponeva all’interpretazione bruniana delle scoperte di Galileo,
in quanto l’infinità dell’universo e la pluralità dei mondi sostenuta
da Bruno sarebbero inconciliabili con l’affermazione della centralità
dell’uomo nell’universo. [16]
Così lo definiva in una lettera l’astronomo galileiano Mario
Guiducci. [17]
G.B.
RICCIOLI, Almagestum Novum astronomiam veterem novamque
complectens observationibus aliorum, et propriis
Novisque
Theorematibus, problematibus, ac tabulis promotam, Bononiae 1651.
[18]
J. KEPLER, Dissertatio e Narratio, p. 61 (a cura di E. Pasoli
e G. Tabarroni), Bologna 1972. [19]
J. KEPLER, Somnium seu opus posthumum de astronomia lunari,
1634 (citato). [20]
P. ROSSI, L’universo infinito e i mondi abitati, in Storia
della Scienza Moderna e Contemporanea, vol.
I, p. 333, Torino 1988. [21]
J. KEPLER, loc. cit., nota 4, p. 67: “orbene, lo scopo di questo mio
Somnium è trarre, dall’esempio della Luna, un’argomentazione in favore
del moto della Terra”. [22]
A. KOESTLER, The Sleepwalkers, London 1959 (tr. it. di Massimo Giacometti, I
Sonnambuli, p. 407, Milano 1991, 2^ ed.). [23]
J. KEPLER, loc. cit., nota 42, p. 86: “per gli ebrei, la Luna si
dice Lebana o Levana; l’avrei potuta chiamare Selene, ma i vocaboli
ebraici, insoliti all’udito, si raccomandano nelle arti occulte per
maggior superstiziosità”. Si veda anche la nota di E. Rosen a p. 113,
n. 169. [24]
J. KEPLER, loc. cit., p. 45. [25]
J. KEPLER, loc. cit., nota 61, p. 99. [26]
J. KEPLER, loc. cit., p. 46 e la nota 66, p. 105: “definisco
gravità una capacità di attrazione mutua, simile a quella magnetica. Ma la
forza di questa attrazione è maggiore fra corpi vicini tra loro che fra
corpi lontani. Dunque si oppongono con più forza a essere separati quando
sono ancora vicini”. [27]
J. KEPLER, loc. cit., nota 57, p. 97-98: “… la superficie
dell’aria termina con le sommità dei monti più alti o anche più in
basso”. Così nella nota n. 123, p. 96 di Rosen: “Nell’Epitome,
Kepler si dichiara convinto che per l’aria la massima altezza supera
appena le cime delle montagne; e ciò che è immediatamente sopra l’aria
è l’etere, una sostanza sottile diffusa per l’intero universo”. [28]
J. KEPLER, loc. cit., p. 47. [29]
J. KEPLER, loc. cit., p. 57. [30]
J. KEPLER, loc. cit., nota 18, p. 210, nell’Appendice geografica o,
se preferite, selenografica. [31]
J. KEPLER, loc. cit., nota 207, p. 162. [32]
J. KEPLER, loc. cit., note all’Appendice geografica n. 1, p. 196. [33]
J. KEPLER, loc. cit., pp. 201-206. Il cannocchiale usato da K. era un
regalo del gesuita Niccolò Zucchi, ricordato per essere stato uno dei
primi ad occuparsi di telescopi a riflessione con specchio sferico. [34]
J. KEPLER, loc. cit., note all’Appendice geografica n. 1, p. 199. [35]
F. GODWIN, The Man in the Moone: or a Discourse of a Voyage
theither by Domingo Gonsales, the Speedy Messenger,
London 1638, (tr. it. di M.C. Vino, L’uomo sulla Luna, Ravenna
1995). Testimoniano il grande successo di questo llibro le numerose
traduzioni eseguite nel corso del Seicento. L’edizione francese uscì
dieci anni dopo a cura di Jean Baudoin ed ebbe tra i suoi estimatori Cyrano
de Bergerac, seguì quindi un’edizione olandese nel 1651 e una tedesca nel
1659. [36]
F. GODWIN, loc. cit., p. 46. [37]
F. GODWIN, loc. cit., p. 49. [38]
C. de BERGERAC, L’autre Monde ou les Ėtats et Empire de
la Lune, Paris 1657, (tr. it. Di G. Marchi, L’altro mondo
ovvero stati e imperi della Luna, Roma-Napoli 1992). [39]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 21, (tutte le citazioni seguono la
traduzione italiana). [40]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 24. [41]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 27. [42]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 29. [43]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 31. [44]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 31. [45]
C. de BERGERAC, loc. cit., p. 37. [46]
C. de BERGERAC, loc. cit., pp. 76-78. [47]
E.J. HOLMYARD, Storia dell’alchimia, Firenze 1972. [48]
P. BORREL, Discours
nouveau prouvant la pluralité des Mondes. Que les astres sont des terres
habitées et la terre une estoile,
Geneve 1657. [49]
P. ROSSI, Nobiltà dell’uomo e pluralità dei mondi, in
Aspetti della rivoluzione scientifica, p. 247-248,
Napoli 1971. [50]
P. ROSSI, loc. cit., p. 253. [51]
B. le BOVIER de FONTENELLE, Entretiens sur la pluralité des
mondes, Paris 1686, (tr. it. di E. Cocanari, Conversazioni sulla
pluralità dei mondi, Roma-Napoli 1984). [52]
B. le BOVIER de FONTENELLE, loc. cit, p. 71 (tr. it.). [53]
B. le BOVIER de FONTENELLE, loc.
cit, p. 72.
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