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© Rodolfo Calanca, 2003 |
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LA LUNA NELL’IMMAGINARIO SECENTESCO |
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Una
storia della selenografia fino all’icon Lunaris di Geminiano Montanari
(1662) |
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di Rodolfo Calanca |
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II^ PARTE |
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Il
primo periodo della selenografia (1610-1630) La
selenografia,[1]
nell’accezione moderna, risale all’epoca dell’introduzione del
cannocchiale nell’osservazione astronomica, cioè nel momento in cui la
risoluzione dei dettagli percepibili sulla superficie lunare passò
improvvisamente dai 2’30” dell’osservazione ad occhio nudo ai 10” dei
cannocchiali di Galileo nel 1609. Kőstler, in un affascinante saggio sui
fondatori dell’astronomia moderna, scrive che con il cannocchiale: “la
potenza e la portata del principale organo sensoriale dell’homo sapiens
presero improvvisamente a crescere, moltiplicando a balzi successivi, trenta,
cento, mille volte le sue capacità naturali”[2]. La
prima raffigurazione conosciuta di una fase lunare vista al telescopio, che
precede di qualche mese i disegni galileliani, fu eseguita dal geniale
matematico e astronomo inglese Thomas Harriot che, però, non pubblicò nessuno
dei suoi importanti contributi scientifici in numerosi campi, dall’astronomia,
all’ottica, alla matematica (tra l’altro, trovò per primo la legge della
rifrazione, precedendo di alcuni anni Snell). Le sue carte, ritrovate solamente
nel XX secolo, comprendevano anche gli schizzi astronomici eseguiti al
cannocchiale tra il 1609 e il 1613. La sera del 5 agosto 1609 (il 26 luglio del calendario giuliano), nell’osservare la Luna crescente di cinque giorni, Harriot[3] utilizzò un cannocchiale a sei ingrandimenti, forse di qualità inferiore a quello che Galileo impiegò qualche tempo dopo. L’unica immagine lunare che delineò (fig. 4), fu un frettoloso schizzo dove si riconosce il Mar Crisium e un accenno, malriuscito, del Mar Fecunditatis, a riprova delle sue scadenti doti di disegnatore. Il suo interesse per la Luna, che si era affievolito nel corso dei mesi successivi, si riaccese dopo aver letto il Sidereus Nuncius di Galileo spronandolo ad eseguire, durante l’estate del 1610, altri 15 disegni delle varie fasi (fig. 5). L’immagine della Luna piena fu invece realizzata l’anno
successivo, forse con l’ausilio di un cannocchiale da 10 ingrandimenti. Anche
in questo caso, la qualità grafica del disegno lascia alquanto a desiderare:
Harriot si limita a delineare, in modo approssimativo, il profilo dei mari, che
non sempre sono riconoscibili e, forse disorientato dall’enorme quantità di
strutture lunari visibili attraverso il cannocchiale, registra pochi crateri,
che dissemina a caso sulla carta (ne inserisce, infatti, raffigurandoli con
semplici cerchi, solo una quindicina). Harriot fu il primo ad osservare la
librazione in latitudine della Luna, ma non riconobbe la reale natura del
fenomeno che è di origine prospettica. Probabilmente consapevole dei propri
limiti artistici, egli ritenne invece di aver commesso degli errori non
trascurabili nel posizionamento delle macchie in prossimità del limbo lunare. L’osservazione
al cannocchiale della Luna e degli altri pianeti diede il via ad infinite
dispute scientifiche e teologiche quando Galileo, nel tardo autunno del 1609, si
mostrò determinato a passare “la maggior parte delle notti …. più al
sereno et al discoperto, che in camera o al fuoco”.[4]
E i
risultati di quelle interminabili, gelide notti invernali segnarono una svolta
epocale nella cultura e nella scienza. Galileo punta il suo strumento verso il
cielo e ciò che vede e riferisce ai suoi, in larga misura increduli,
contemporanei avvierà un’autentica rivoluzione intellettuale. L’attenta
esplorazione della superficie lunare con il suo primo cannocchiale a otto
ingrandimenti presto seguito da un altro a venti ingrandimenti, gli riserva la
prima incredibile sorpresa quando si accorge “…non essere affatto la Luna
rivestita di superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso
modo della faccia della Terra, presentarsi ricoperta in ogni parte di grandi
prominenze, di profonde valli e di anfratti”[5].
Questa
prima eccezionale osservazione fu il preludio alla scoperta di una serie di
fondamentali novità celesti: tra le quali, la Via Lattea popolata da una
miriade di stelle e “l’aver noi scoperto quattro stelle erranti … le
quali hanno lor propri periodi intorno a una certa stella principale
[Giove]”, nel corso della notte del 7 gennaio 1610. Si
accinge quindi a redigere
e stampare, in tempi strettissimi, il Sidereus Nuncius, “che
contiene e chiarisce recenti osservazioni fatte per mezzo di un nuovo occhiale”.
Galileo, timoroso di essere preceduto in questo straordinario scoop astrale,
attese forsennatamente al suo libello dal 7 gennaio ai primi giorni di marzo. Il
lavoro, uscito dai torchi il 13 marzo 1610 in 550 esemplari, si rivelò un
successo editoriale senza precedenti tanto che, dopo una sola settimana,
l’intera tiratura andò esaurita. Le
sue prime osservazioni della Luna risalgono al periodo tra luglio e dicembre
1609[6]
e i sette disegni autografi che ne ricavò, secondo Giorgio Tabarroni, sono
immagini pittoriche di rara efficacia impressionistica.[7]
Nel Sidereus la qualità grafica dei disegni lunari è, invece, piuttosto
scadente, di molto inferiore alle illustrazioni manoscritte conservate alla
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze alle quali Tabarroni fa riferimento (fig.
6). Ciò
si potrebbe giustificare con il tempo straordinariamente breve intercorso tra la
redazione e la stampa, che non permise di curare a dovere le incisioni a corredo
dell’opera. Le immagini della Luna in fase contenute nel Sidereus sono
solamente cinque, delle quali una ripetuta due volte. Una di queste (fig.
7) ritrae la
Luna al primo quarto e presenta un esteso cratere (forse Albategnius) sul
terminatore nella zona australe, del tutto inesistente almeno con queste
dimensioni apparenti. Si è sempre dibattuto sul perché Galileo amplificò le
dimensioni di Albategnius e la giusta spiegazione è forse stata suggerita da S.
Drake che, evidenziando le piccole dimensioni complessive dell’immagine
lunare, appena 7 cm, ipotizzò che, per far risaltare l’illuminazione del
bordo del cratere e le zone in ombra, l’incisore fosse stato obbligato ad
esagerarne l’estensione.[8]
Galileo
così illustra i fenomeni ai quali la figura si riferisce: “Questa macchia
medesima si vede, avanti la seconda quadratura, circondata da contorni più
oscuri che, come catene altissime di monti, si mostrano più scuri dalla parte
opposta al Sole, più luminosa in quella rivolta al Sole: accade l’opposto
invece nelle cavità, delle quali appare splendente la parte opposta al Sole,
oscura ed ombrosa quella situata dalla parte del Sole”. Inoltre, nel Sidereus, Galileo diede un’ampia spiegazione della luce cinerea ed espose un metodo per determinare l’altezza dei monti lunari, ripreso e perfezionato, alcuni decenni dopo, da Montanari che a questo scopo fece uso del suo reticolo. Dopo quelli di Galileo, il primo disegno della
Luna in fase fu
pubblicato dal gesuita C. Scheiner in un’opera[9]
nella quale discute e confronta le teorie antiche e moderne sul sistema solare e
dove esprime un netto rifiuto del sistema copernicano. Pur
votato ad un aristotelismo ortodosso, forse però solo di facciata, Scheiner era
dotato di un notevole talento scientifico che si esprimeva al meglio, piuttosto
che nelle dispute dei filosofi sui sistemi del mondo, nelle osservazioni celesti
e nello sviluppo della tecnologia astronomica d’avanguardia che ruotava
intorno alle innovazioni strumentali introdotte in quegli anni. Investigò su
numerose questioni ottiche, dalla misura dell'indice di rifrazione dell'umore
vitreo dell'occhio all'accurata descrizione del parelio,
un effetto dell'atmosfera che produce, accanto al Sole reale, più immagini
solari spurie. Nell’osservare le macchie solari, fornì un'interpretazione,
purtroppo sbagliata, della loro natura, avendole credute uno sciame di piccoli
pianeti che orbitavano vicinissimi alla superficie del Sole. Fu il primo, forse
nel 1611, a costruire un cannocchiale kepleriano, illustrato nella sua splendida
opera Rosa Ursina, dove raccoglie una
straordinaria quantità di osservazioni solari eseguite nel corso di alcuni
decenni. Così descrive il nuovo strumento: “Se applicate al tubo due lenti
simili, cioè entrambe convesse, e se avvicinerete l'occhio nella maniera
giusta, voi vedrete gli oggetti rovesciati, ma aumentati e con una luminosità e
una estensione considerevole”[10].
Scheiner diede un importante contributo all’astronomia d’osservazione con
l’invenzione di un nuovo sistema di supporto per il cannocchiale, che chiamò macchina elioscopica, largamente impiegato anche ai giorni nostri e
conosciuta con il nome di montatura equatoriale.
Il
disegno del primo quarto (fig. 8), che Scheiner traccia probabilmente la sera del 31
ottobre 1612, ha dimensioni modeste, solo 9 cm, ed è inferiore agli analoghi di
Galileo, sia nel corretto posizionamento dei particolari sia nell’estetica
complessiva dell’immagine. E’ curiosa la tecnica di tratteggio che adotta
per evidenziare zone di diversa luminosità, molto simile allo stile delle carte
geografiche del tempo. Il disegno è povero di crateri, in particolare
nell’emisfero meridionale in prossimità del terminatore che sembra solcato da
catene montuose per la maggior parte inesistenti. Nel testo a commento
dell’immagine, chiama maculae antiquae le grandi zone scure visibili ad
occhio nudo, note anche agli autori dell’antichità. Le indica con le lettere
AB (l’attuale Mar Crisium), C (Mar Frigoris), D (Mar Serenitatis), E (Mar
Tranquillitatis), F (Mar Fecunditatis) e G (Mar Nectaris). Invece con maculae
novae temporaneae si riferisce ai crateri o circhi che appaiono scuri quando
il Sole è basso sull’orizzonte e che man mano si illuminano all’interno con
l’avanzare del giorno; tra essi riconosciamo il cratere Eudoxus (lettera L) e
Aristoteles (lettera M). Individua poi alcune strutture brillanti come gemme (quasi
gemmae) con luminosità variabile: Theophilus e Petavius in prossimità del
bordo lunare. Il Mar Serenitatis appare solcato da una dubbia formazione a forma
di φ che quasi tutti i successivi selenografi del Seicento riprenderà nei
loro disegni. Cinque
anni dopo la pubblicazione del disegno di Scheiner, un altro gesuita, il
matematico e astronomo belga Charles Malapert, realizza uno schizzo della Luna
in fase (fig. 9). Questo lavoro è inserito in un lungo discorso[11]
pronunciato da Malapert nel 1619 all’Università di Douai in occasione
dell’apertura dell’anno accademico.
L’orazione costituì l’occasione per affrontare cinque importanti
temi astronomici: il sistema del mondo, i pianeti, la Luna, le macchie sul Sole
e le comete. Per il primo tema, Malapert, pur avendo espresso in diverse
occasioni un’autentica ammirazione per Galileo e Kepler, da buon gesuita
preferisce, con la caratteristica prudenza dell’Ordine, la più tradizionale
ipotesi cosmologica di Tycho Brahe, maggiormente conforme alla dottrina della
Chiesa. Ha però parole entusiastiche per il cannocchiale, del quale fu egli
stesso un eccellente utilizzatore, come testimoniano le numerose osservazioni
planetarie e stellari eseguite nel corso di diversi anni. Le sue osservazioni
della Luna, descritte in dettaglio nell’oratio, e le conclusioni che ne
ricava, rivestono un certo interesse scientifico. Ad esempio, seguendo Galileo e
scontrandosi per questo con i peripatetici, giustamente interpreta i punti
luminosi che brillano nelle zone oscure come cime d’altissime montagne
illuminate dal Sole mentre, ai loro piedi, l’oscurità è ancora totale. Nello
scritto citato, dato alle stampe nel 1620, troviamo il rozzo disegno di Malapert
eseguito il 29 novembre 1619, di 5 cm di diametro, che raffigura la Luna un
giorno dopo l’ultimo quarto. Lo schizzo non ha alcuna pretesa di precisione e
sembra tracciato principalmente per mostrare i crateri più luminosi nella parte
orientale della Luna. Nel bel mezzo del Mar Imbrium, appena abbozzato, campeggia
un cratere dalle dimensioni esagerate, forse Archimede, mentre all’altezza
dell’equatore troviamo indicato Eratostene e, poco più a est, il più bel
cratere lunare, Copernico, anch’esso sproporzionato e del tutto privo della
caratteristica raggiera. Ancora
un gesuita, il bolognese Giuseppe Biancani, fu l’autore di uno schizzo del
primo quarto di Luna (fig. 10) apparso in un’opera didattica del 1620 scritta allo scopo
di illustrare i progressi dell’astronomia dopo l’invenzione del cannocchiale[12].
I temi d’avanguardia trattati da Biancani nel suo lavoro non devono farci
credere che egli sostenesse nuove idee scientifiche. Egli era ben ancorato alla
cosmologia geocentrica ed alle sostanze eteree e cristalline delle sfere tipiche
del pensiero aristotelico, come dimostra il suo coinvolgimento nella polemica
con Galileo sull’esistenza dei monti lunari che egli recisamente negava. Così,
infatti, Biancani scriveva in una lettera del 1611 al padre Christophorus
Grienberger: “… che poi veramente non vi siano monti in quel giro [cioè
sulla circonferenza della Luna visibile dalla Terra] lo dimostra
l’osservazione, massimo quando la Luna è sì vicina al plenilunio che pare
tonda, perché allora non si veggono adombrazioni verune, se non poche, nella
parte però opposta al Sole, le quali poi poco dopo spariscono, et resta il giro
della Luna tutto lucido senza alcuna ombra o segno di inegualità”.
Nel
suo trattato didattico abbiamo un’ulteriore conferma della sua completa
estraneità alla rivoluzione scientifica che si stava compiendo, quando condanna
senza appello il sistema copernicano: “opinionem falsam… ac rejeciendam”.
Il
disegno della Luna, allegato all’opera, sembra rispecchiare le sue concezioni
di peripatetico. In un mediocre schizzo del diametro di 54 mm, egli traccia
solamente 15 crateri in prossimità di un terminatore eccessivamente
frastagliato. Nessuno di questi è però chiaramente riconoscibile. I Mari e le
catene montuose non sono neppure rappresentati, quasi volesse rimuovere le prove
contrarie all’opinione aristotelica della perfetta levigatezza della
superficie lunare.
Nel capitolo intitolato Maculae Lunares, accenna alle opinioni di
Galileo ma riprende anche quelle degli antichi (Posidonio, Cleomede) e cita le
osservazioni di Scheiner, per concludere con “…aliorum sententia est
lunam esse corpus semidiaphanus, idest, nec omnino opacum, nec omnino
transparens; ex qua semidiaphaneitate fit ut aliquatenus solis lumine imbibatur,
eoque lumine conspicuam, fieri partem illamLunae à Sole aversam, probatid
P. Christophorus Scheiner è nostra Societate in suis Mathematicis
disquisitionibus, hac observatione”. L’elenco
dei gesuiti che si dedicarono alla cartografia lunare non si esaurisce con
Biancani, anzi, esso comprende altre figure di notevole valore, spesso di
levatura assai superiore alla sua. Uno di questi, il milanese Cristoforo Borri, in gioventù criticò pubblicamente il sistema tolemaico e fu un acceso sostenitore delle teorie copernicane. Moderò alquanto il suo entusiasmo per la nuova astronomia a seguito dell’aspra reprimenda dell’Ordine che gli costò il posto di matematico al collegio milanese di Brera, nel quale insegnava da alcuni anni. Nel 1615 iniziò una lunga peregrinazione missionaria in India, a Macao e in Vietnam. Dopo nove anni ritornò in Europa, stabilendosi in Portogallo dove ebbe l’incarico di matematico e astronomo all’università di Coimbra. Qui si occupò di teoria della navigazione e dell’annoso e irrisolto problema di determinare la longitudine in mare. Nella sua opera Collecta astronomica[13], nella quale espone una propria visione trina dei cieli, a modello della Trinità, troviamo un’immagine lunare al primo quarto tracciata nel luglio del 1627. Il disegno è di fattura migliore rispetto a quelli di Malapert e Biancani ma inferiore all’icona lunare di Scheiner del 1614. I crateri al terminatore sono genericamente rappresentati come una cascata di “uova di storione” e nessuno di questi è singolarmente riconoscibile. Il Mar Crisium è sottodimensionato, mentre il Mar Fecunditatis ha una strana forma triangolare, infine, il Mar Tranquillitatis non è chiaramente riconoscibile. [1] Una bella definizione del termine è dovuta a Lalande:
« la sélénographie est la description du disque apparent de la
Lune, des ses taches, de ses points lumineux, des leurs situations et de
leurs formes », in : J.J. de Lalande, L’Astronomie,
tomo 3, p. 308, Paris 1792. [2]
A.
Koestler, The Sleepwalkers, London 1959 (tr. it. di Massimo Giacometti, I
Sonnambuli, p. 346, Milano 1991, 2^ ed.) [3] T.F.
Bloom, Borrowed Perceptions: Harriot’s Maps of the Moon, in Journal
for the History of Astronomy, giugno 1978, pp. 117-122. [4]
Opere
di Galilei, Ed. Naz. X, pag. 302. [5] Galileo Galilei, Sidereus Nuncius, Venezia 1610, tr. it. Di M. Timpanaro Cardini. [6] S. Drake, Galileo’s First Telescopic Observations,
in Journal for the History of Astronomy, ottobre 1976, pp. 153-168. [7]
G. Tabarroni, I disegni autografi della Luna e altre espressioni
figurative dei manoscritti galileiani, in Novità celesti e crisi del
sapere, p. 51, Firenze 1984. [8]
S. Drake, Galileo - una biografia scientifica, p. 214, Bologna 1988. [9] C. Scheiner, Disquisitiones mathematicae de
controversiis et novitatibus astronomicis, Ingostaldt 1614. [10]
C. Scheiner, Rosa
Ursina, liber II, cap. XXX, p. 130, Bracciani,
1626-1630. [11]
C. Malapert, Oratio abita duaci dum lectionem mathematicam
auspicaretur , Douai 1620. [12]
G. Biancani, Sphaera Mundi, seu Cosmographia Demonstrativa, ac
facili Methodo tradita, in qua totius Mundi Fabrica, una cum novis, Tychonis,
Kepleri, Galilaei, aliorumq. Astronomorum…, Bologna 1620. Il disegno
della Luna è a p. 150; nella edizione pubblicata a Modena nel 1653 è a p.
71. [13]
C. Borri, Collecta astronomica ex doctrina P. Cristophori Borri
Mediolanensis ex Societate Iesu; de tribus coelis, aereo, sidereo, empireo,
Lisbona 1629-1631.
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