|
© Rodolfo Calanca, 2003 |
|
LA LUNA NELL’IMMAGINARIO SECENTESCO |
|
Una
storia della selenografia fino all’icon Lunaris di Geminiano Montanari
(1662) |
|
di Rodolfo Calanca |
|
I^ PARTE |
|
La
Luna prima del cannocchiale: i limiti dell’osservazione visuale In
epoca classica, gli autori greci e latini si interrogarono a lungo sulla natura
del nostro satellite, formulando ipotesi spesso contrastanti. Parmenide riteneva
che il Sole e la Luna fossero di natura ignea e che entrambi si fossero formati
da materia staccatasi dalla Via Lattea. Anassagora sottostimava le dimensioni
della Luna, che paragonava al Peloponneso ed era convinto che l’aspetto della
sua “faccia” derivava dalla mescolanza di diverse sostanze.
Aristotele,
fondatore della scuola peripatetica, sosteneva invece l’idea di una Luna
lucida e levigata, composta di etere ma, come la Terra, priva di luce propria.
Al contrario, Plutarco, nel famoso dialogo De facie quae in orbe lunae apparet
(“Intorno al volto che appare nel cerchio della Luna”)[1],
vedeva nel nostro satellite un’altra Terra, con avallamenti e depressioni,
piene d’acqua e d’aria, dove la luce solare si riflette irregolarmente,
dando luogo alle grandi macchie scure. Prima di Plutarco altri filosofi avevano
espresso convinzioni analoghe: uno di questi, Eraclide, descrisse la Luna
circondata da nubi. Plinio
esclude che il nostro satellite brilli di luce propria: “[la Luna] come
tutte le altre stelle, è dominata dallo splendore del Sole, poiché in effetti
essa risplende di una luminosità completamente mutuata da quest’ultimo,
simile al riflesso oscillante che scorgiamo sullo specchio dell’acqua” e
le macchie visibili sulla sua superficie “non sono altro che impurità di
terra aspirate insieme all’umidità”.[2] Nel medioevo, fino al XIII secolo, gli studiosi di filosofia naturale seguirono prevalentemente Platone, secondo il quale i corpi celesti, e tra questi la Luna, non sono costituiti da sostanze diverse da quelle terrestri,[3] fornendo un’interpretazione sostanzialmente corretta. Alberto Magno, uno dei
primi peripatetici medievali, si oppone a chi sosteneva che le macchie lunari
sono un’immagine delle montagne e dei mari terrestri riflesse sul nostro
satellite.[4]
Egli va oltre quando dichiara che la Luna è di natura terrestre,
affermazione che però poco si concilia con la sua adesione all’aristotelismo.
In tutto il medioevo trovarono credito stravaganti idee sulla natura delle
macchie lunari: Bernardo di Verdun, ad esempio, credeva che la Luna fosse un
corpo sferico lattiginoso con, all’interno, un altro corpo oscuro le cui
macchie filtrano attraverso esso. Non deve eccessivamente stupire l’abbondanza di fantasiose credenze sulla costituzione della Luna prima dell’invenzione del telescopio: l’osservazione ad occhio nudo del nostro satellite è, infatti, assai povera di informazioni, condizionata com’è dal limitato potere di risoluzione del nostro sistema visivo. Il potere risolutivo, sia esso visuale o strumentale, è la
maggior limitazione all’osservazione astronomica, in modo particolare in
quella lunare e planetaria. Diamo quindi un accenno agli aspetti salienti del
problema, ponendoci in una prospettiva prevalentemente storica e prendendo lo
spunto per la nostra trattazione dalle ricerche sull’acutezza visiva condotte
da Geminiano Montanari. Il grande studioso modenese, abile osservatore del cielo e realizzatore di una pregevole selenografia, soffrì per tutta la vita adulta di gravi disturbi visivi. E’ quindi con un profondo interesse personale che si dedicò allo studio dei meccanismi e alla fisiologia della visione. Con la lucidità che lo contraddistingueva, aveva analizzato il problema de “la sottigliezza de gli organi della vista” ed aveva mirabilmente descritto “qual sia il minimo angolo sotto il quale siano visibili (gli oggetti) ad occhio nudo e sano”. In un bell’esperimento di classica scuola galileiana, concepito per fornire un valore numerico certo a quest’angolo, ebbe come soggetti dell’esperienza i “giovani miei scuolari”[5], giungendo alla corretta conclusione che “il minimo angolo sensibile a vista sana non è minore di un minuto né maggiore di due”. Montanari aveva esattamente determinato il valore del potere risolutivo bistigmatico dell’occhio nelle condizioni di miglior visione diurna, che si raggiunge quando la luminosità ambientale è pari a 2000÷3000 lux e la pupilla si dilata di 3 mm. In queste condizioni il sistema visivo umano ha la sua massima acutezza. Se invece l’osservatore si pone direttamente al telescopio oppure, molto più semplicemente, guarda il cielo senza l’ausilio di strumenti ottici, è sicuramente più corretto riferirsi al cosiddetto potere risolutivo polistigmatico, definito come la capacità dell’occhio di separare gruppi di punti distribuiti su di una superficie. A differenza della
bistigmatica, la risoluzione
polistigmatica è meno soggetta a condizionamenti di tipo psicologico che, ad
esempio, potrebbero indurre l’osservatore a veder disgiunte due stelle anche
quando le loro macchie di diffrazione sono ancora, in parte, sovrapposte. A
seguito delle ricerche di André Danjon e Vincenzo Cerulli, condotte ai primi
del Novecento, si è giunti a stabilire che l’occhio umano ha un potere
risolutivo bistigmatico doppio della risoluzione polistigmatica.
Quando
osserviamo la Luna piena ad occhio nudo da una località non inquinata da altre
fonti luminose, l’illuminamento prodotto dal nostro satellite è pari a circa
0.3 lux e la nostra pupilla si dilata fino a 7 millimetri. In queste condizioni
la risoluzione polistigmatica è di 2’30”, ne consegue che la capacità
dell’occhio umano medio di percepire particolari sulla Luna è limitata ad
oggetti tra loro separati di 300 Km e con dimensioni analoghe[6].
Questo
limite fisiologico ha profondamente condizionato lo sviluppo non solo della
cartografia lunare, ma anche dell’astronomia planetaria e stellare fino agli
inizi del XVII secolo, quando cioè l'introduzione del telescopio, insieme ad
altri successivi progressi tecnici nello sviluppo della strumentazione
accessoria (reticoli, micrometri, ecc.), migliorò enormemente la qualità delle
osservazioni e la precisione delle misure celesti. La più antica raffigurazione nota del nostro
satellite, vecchia di oltre 5000 anni, fu scoperta da Philip Stooke, della
University of Western Ontario, in un misterioso sito neolitico a Knowth nella
Contea di Meath in Irlanda. L’incisione, eseguita su di una roccia, mostra
alcune caratteristiche della superficie lunare: il Mare Crisium e il Mare
Humorum (fig. 1). Millenni dopo, Leonardo da Vinci, in uno dei suoi codici, l’Arundel conservato al British Museum, aveva tracciato un’immagine della Luna che poco si discostava, per numero di particolari riconoscibili, da quella neolitica irlandese. Nello stesso codice il grande artista afferma che la Luna brilla di luce riflessa e che la sua composizione è simile a quella della Terra, essendo ricoperta anch’essa, in larga misura, da mari. Evidentemente, le idee di Leonardo sulla natura “terrestre” della Luna
discendono dalle teorie di Plutarco (fig. 2). La prima rudimentale vista d’insieme della
Luna conosciuta, tracciata allo scopo di registrare le eventuali variazioni di
dimensione o luminosità delle macchie, riporta, per la prima volta, i nomi di
tali configurazioni (fig. 3). Realizzata in un periodo che precede di poco l’invenzione
del telescopio dal celebre medico e fisico inglese William Gilbert autore del De
Magnete, morto di peste nel 1603, fu pubblicata, postuma, solamente nel 1651[7].
Per Gilbert, le macchie scure lunari sono “terre”, invece le zone più luminose enormi oceani. Il Mare Imbrium, la configurazione meglio rappresentata, è chiamata Regio Magna Orientalis. A nord di questa formazione disegna una Insula Borealis in corrispondenza del Mare Frigoris. E’ sorprendente il fatto che Gilbert metta in comunicazione
la parte occidentale della Regio Magna Orientalis con la Regio Magna
Occidentalis (regione che comprende i Mari Serenitatis, Tranquillitatis,
Fecunditatis e Nectaris), attraverso uno stretto che ha una effettiva
corrispondenza nella zona pianeggiante che separa la catena montuosa del Caucaso
dagli Appennini, e segna il passaggio dal Mare Imbrium al Mare Serenitatis. La percezione di questa minuscola struttura è
prossima al potere risolutivo polistigmatico dell’occhio, il che testimonia la
notevole acutezza visiva di Gilbert. Il Mar Crisium, che non è ben
proporzionato, è chiamato Britannia. Nella parte centrale della Luna,
egli intravede un Mare Medilunarium, corrispondente all’estremità
meridionale degli Appennini, mare che lambisce le coste boreali del Continens
Meridionalis, l’Oceanus Procellarum è invece l’Insula Longa. Nel complesso, lo schizzo di Gilbert
riproduce, con discreta precisione, le macchie del nostro satellite così come
si presentano ad occhio nudo: in assenza del cannocchiale non è sicuramente
possibile far di meglio.
[1]
Plutarco, De facie quae in orbe lunae apparet (tr. it. di L.
Lehnus, Il volto della Luna, Milano 1991). [2]
Plinio, Storia Naturale, libro secondo : cosmologia, tr.
it. Alessandro Barchiesi, pp. 233 e 235, Torino
1982. [3]
P. Duhem, Le Système du monde, histoire des doctrines cosmologiques de Platon à
Copernic, Paris 1958, tome IX, p. 412. [4]
Alberto Magno, Libri de Caelo et mundo, lib. II; tract. III;
cap. VIII: “…in quo est digressio declarans causam et figuram umbrae
quar videtur in Luna”. [5]
Le citazioni da Montanari provengono da una lettera scritta “ad
eruditissimo e Nobilissimo personaggio”, inserita da Francesco
Bianchini nel “breve compendio della vita dell’autore”
come introduzione al dialogo postumo di Geminiano Montanari: Le
forze d’Eolo, dialogo fisico-matematico sopra gli effetti del Vortice, ò
sia Turbine, detto negli Stati Veneti la Bisciabuova, che il giorno 29
luglio 1686 hà scorso e flagellato molte Ville, e Luoghi de’ Territori di
Mantova, &c. opera postuma del Sig. Dottore Geminiano Montanari
Modenese, astronomo e meteorista dello studio di Padova, Parma 1694. L’esperienza
di Montanari per determinare il potere risolutivo dell’occhio è
illustrata in b. 3 e segg.: “. Posti in un foglio bianco varj punti
neri di grandezze diverse et in siti differenti, et esposto il foglio a un
lume chiaro del giorno, e disposti in distanza giovani miei scuolari, che
avevano secondo il concetto loro ottima vista, faceva che a poco a poco
accostandosi procurassero di determinare il luogo, da dove cominciavano a
vedere il punto più grande. Quindi accostandoli successivamente, e notando
i luoghi da dove cominciavano a sorgere ad uno ad uno i punti minori.
Paragonava di poi trigonometricamente le grandezze di que’ punti con la
distanza da dove l’incominciavano a vedere per dedurne l’angolo, che
sottendevano all’occhio”. [6]
Si giunge a questo risultato prendendo in considerazione l’illuminamento I
in lux della Luna piena che si ricava dalla sua magnitudine visuale (mv=-12.55)
con la formula:
I=10s
= 0.28 lux; dove s= (-mv -13.94)/2.5. Il diametro della pupilla dell’occhio è legato all’illuminamento da
una relazione non lineare: a 3000 lux la pupilla media D è 3 mm; a 15 lux
è 5 mm; a 0.3 lux è 7 mm. Perciò la risoluzione polistigmatica ε (in
secondi d’arco) dell’occhio umano a 0.3 lux e 7 mm di diametro della
pupilla è data dall’espressione:
ε=(76/D)e0.38D
=2’ 30”. [7]
E’ inserita nell’opera di Gilbert, De Mundo nostro Sublunari
Philosophia Nova, Amsterdam 1651, libro II, p. 173. La carta ha un
diametro di 183 mm. |