×
Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all'utilizzo dei cookie - Maggiori Informazioni - Ok
 
30 Aprile 2017
Ci sono 197 utenti collegati
Atik Cameras
smarttotem ultimate digital signage
Tecnosky - Prodotti per Astronomia
1 Stella2 Stelle3 Stelle4 Stelle5 Stelle (0,00 / 5)
Loading ... Loading ...

1908: l’Impatto di Tunguska

Letto 5.965 volte
Nessun commento
Commenta
30 giugno 2016 – In occasione dell’Asteroid Day ricordiamo l’Evento di Tunguska, uno degli impatti con la Terra più studiati ed enigmatici di sempre. “Ciò che ho potuto vedere durante il sopralluogo a Tunguska è andato oltre le mie più terrificanti aspettative…” – Leonid Kulik

Studi e ipotesi sull’impatto che dopo più di 100 anni lascia ancora il segno

In occasione del secondo Asteroid Day italiano, l’evento internazionale dedicato agli asteroidi e alla corretta informazione circa il reale pericolo che essi comportano per il nostro pianeta, celebriamo la giornata proponendo un articolo di approfondimento dedicato all’impatto di Tunguska, evento che è stato studiato per lungo tempo da numerosi esperti di tutto il mondo e che per certi versi costituisce ancora un enigma.
L’articolo è tratto da Coelum n.118 – 2008

Introduzione

Difficile aggiungere qualcosa di nuovo alle migliaia di pagine che hanno provato a far luce su ciò che avvenne a Tunguska in quel mattino del 30 giugno del 1908. È invece molto facile, al contrario, incappare in noiose ripetizioni e banali luoghi comuni. È un rischio, però, che vale la pena di correre, soprattutto in relazione alla questione più ampia della valutazione dei rischi che la caduta di oggetti cosmici sul nostro pianeta può comportare.

L’Evento di Tunguska: i fatti.

È il 30 giugno 1908 e sono da poco passate le sette di una limpida mattina d’inizio estate. Una giornata come tante altre per i pochi abitanti della remota regione della taiga siberiana in cui le placide anse del fiume Podkamennaya Tunguska attraversano fitti boschi di betulle e conifere. All’improvviso però, qualcosa rompe l’incanto. Una palla incandescente – luminosa come il Sole, diranno i testimoni – taglia in due il cielo. Non c’è quasi neppure il tempo per un’esclamazione di stupore che il bagliore diventa più accecante del Sole stesso. E poi un boato, udito fino a 1000 chilometri di distanza, con una spaventosa colonna di fumo che si alza verso il cielo. Alcuni testimoni raccontano di un vento talmente caldo da bruciare i vestiti, altri di essersi ritrovati semisvenuti a terra, altri ancora parlano di ripetuti rimbombi e di violente scosse di terremoto.

I sussulti della terra non vengono percepiti solamente dalle popolazioni del luogo. Le stazioni sismiche di Irkutsk, Tashkent e Tiflis rilevano quelle scosse e pubblicheranno le loro osservazioni due anni dopo l’evento. Tre anni più tardi sarà la volta dei dati raccolti a Jena, ma bisognerà attendere il 1925 affinché le onde sismiche vengano ricollegate a qualcosa di misterioso accaduto in Siberia.

E non è solo la terra a tremare. L’onda di pressione innescata da quella immane esplosione viene rilevata dai barografi persino in Gran Bretagna, e saranno proprio i dati sismici e barometrici che consentiranno l’accurata collocazione temporale dell’evento alle ore 07:14, con discordanze massime di un minuto.

L’evento non si esaurisce tutto in quella mattina del 30 giugno. Nelle notti seguenti i cieli sopra l’Asia e l’Europa saranno interessati da strani fenomeni, alcuni già noti agli astronomi – per esempio le nubi nottilucenti – altri assolutamente inediti, quali le cosiddette notti luminose, nel corso delle quali si riesce a leggere un giornale senza alcuna luce artificiale.

Abbiamo volutamente lasciato per ultimo l’effetto di gran lunga più impressionante: 2150 chilometri quadrati di foresta siberiana distrutti, 80 milioni di alberi sradicati e buttati a terra con una violenza inaudita e allineati a raggiera intorno all’epicentro di quella spaventosa deflagrazione.

Per un paio d’anni gli abitanti della regione saranno gli unici a custodire il segreto di quanto accaduto. Nel 1908 la rivoluzione era alle porte e con essa il radicale sconvolgimento di quella società. Facile, dunque, comprendere come mai la prima vera spedizione scientifica venne organizzata solamente nel 1927. Fu il geologo Leonid Kulik (1883-1942) a chiederla con insistenza (a destra in una rara immagine che lo ritrae nel corso della prima spedizione a Tunguska, la prima delle quattro da lui condotte tra il 1927 e il 1939).

Appena arrivato nel luogo dell’esplosione, avvenuta 19 anni prima, Kulik scattò delle fotografie che poi sarebbero divenute famose in tutto il mondo, documentando una devastazione che l’isolamento
geografico del posto aveva contribuito a preservare quasi perfettamente. Ottanta milioni di alberi giacevano sul terreno allineati come stuzzicadenti in un’area di 2000 chilometri quadrati (vedi immagine poco sopra), e fu proprio il diverso orientamento dei tronchi trovati bruciacchiati ed abbattuti a raggiera (vedi la figura sotto; il punto rosso indica il punto dell’esplosione) a suggerire una prima sommaria indicazione sull’epicentro dell’esplosione.

Numerose furono le missioni che gli scienziati sovietici (gli unici fino all’inizio degli anni Novanta in grado di poter accedere al sito) organizzarono verso Tunguska. Altrettanto numerose furono le teorie – alcune degne di attenzione scientifica, altre quasi neppure meritevoli di un semplice ricordo – riguardanti l’origine di quella devastazione. Sintetizzando al massimo, lo scenario che si è andato sempre più consolidando tra i ricercatori che si sono occupati di Tunguska è comunque quello che riconduce l’evento a un oggetto cosmico esploso in atmosfera.

L’oggetto cosmico: Asteroide o Cometa?

Oggi, infatti, è abbastanza condivisa l’ipotesi che all’origine di tutta quella devastazione ci fu un’esplosione da parecchi megatoni liberati a circa 5-10 chilometri di altezza dalla violenta e repentina distruzione di un corpo celeste nella sua interazione con l’atmosfera.

Se sull’origine cosmica si registra un sostanziale accordo, sulla natura di quell’oggetto, invece, si sono sempre fronteggiate due distinte scuole di pensiero. Per i ricercatori sovietici si trattò di un oggetto cometario, mentre per quelli occidentali la sua natura era asteroidale. La verità è che gli scarsi elementi a disposizione possono tranquillamente dare ragione a entrambe le ipotesi.

Sopra. L’illustrazione mostra il luogo dell’impatto, quel mattino del 30 giugno 1908 in cui si verificò l’evento Tunguska. Era appena iniziata l’estate astronomica e quel giorno il Sole sorgeva su Tunguska verso le ore 3:00 locali, e alle 7:14 (ora dell’impatto) era già alto +27° e posizionato esattamente a est; in Italia era ancora notte (le 1:14 del mattino). Per un osservatore situato nei pressi del lago Cheko la “vampa di fuoco” apparve in cielo in direzione sudest ad un’altezza di circa +30/40°, sullo sfondo (invisibile per la luce diurna) della costellazione del Toro.

Ciò che rendeva Tunguska un mistero – e che vale ancora oggi, più di cent’anni dopo l’evento – è la mancanza assoluta anche di un minimo frammento di quell’oggetto cosmico. Vane le ricerche dell’iridio. Vana ogni analisi chimica e isotopica della torba. Vana ogni ricerca di materiale meteoritico (al massimo si sono trovate piccole tracce di polveri anomale imprigionate nelle resine degli alberi) e vana infine, almeno fino a qualche mese fa, anche la ricerca del cratere. L’unico dato certo, insomma, era solo quell’incredibile devastazione.

In mancanza di frammenti meteoritici da analizzare, le valutazioni sulla natura del corpo cosmico di Tunguska dovevano quindi poggiare su altri elementi, chiamando soprattutto in causa il fenomeno della interazione tra meteoroidi e atmosfera.

Dal 2001, però, si è affacciata sulla scena un altro tipo di indagine ed emergono altre considerazioni.

Sopra. Nel riquadro A è mostrato l’unico disegno conosciuto del reale aspetto dell’oggetto che impattò su Tunguska. Apparve per la prima volta il 1941 nella rivista russa “Meteoritika” e fu realizzato e passato all’amico Kulik dall’allora dissidente politico T.N. Naumenko esiliato nella città di Kezshma (214 km a sud-sudest dall’epicentro), che descrisse l’oggetto come “Una nuvola luminosa delle dimensioni della Luna che percorreva il cielo molto lentamente”. La forma e le dimensioni (sovrastimate rispetto a quanto s’ipotizza attualmente) ha rafforzato in molti, come lo studioso russo Andrei Zlobin, che fosse un oggetto già frammentato in più parti (A, B, C, D). Il riquadro B mostra la stima della variazione dell’altezza rispetto alla distanza dall’epicentro, mentre in C è ricostruita la parte finale della traiettoria, con i quattro frammenti che – secondo le simulazioni effettuate da Zlobin – precipitano sulla taiga e devastano la vegetazione secondo la caratteristica figura d’impatto detta “a farfalla”. La stessa area è mostrata ingrandita nel riquadro D, dove si può notare come il punto d’impatto del frammento D corrisponda alla posizione del lago Cheko. La lettera “E” in rosso segnala il profilo a triplice curva di cavallo che secondo l’autore della ricerca delimita l’area all’interno della quale gli alberi sono stati carbonizzati.

L’Analisi dell’Orbita

A suggerire un nuovo approccio al problema dell’origine dell’oggetto di Tunguska fu Paolo Farinella (1953-2000), indicato quale primo autore nello studio apparso su Astronomy&Astrophysics benché fosse scomparso l’anno precedente la pubblicazione (Farinella et al. – Probable asteroidal origin of the Tunguska Cosmic Body – Astron. Astrophys. 377, 1081-1097; 2001).

L’idea di Farinella – condotta poi in porto da Luigi Foschini, Christiane Froeschlé, Robert Gonczi, Tadeusz Jan Jopek, Giuseppe Longo e Patrick Michel – era quella di ricostruire, partendo dalle osservazioni disponibili, la traiettoria percorsa dall’oggetto in atmosfera e da questa ricavare quale potesse essere la più probabile orbita di provenienza. Una analisi che avrebbe potuto essere di notevole aiuto nel dirimere la questione sulla sua natura cometaria o asteroidale.

Esaminando la vastissima messe di studi pubblicata nel corso degli anni, non sempre le indicazioni sui tempi e l’altezza dell’esplosione, il suo epicentro, l’azimut della traiettoria e la sua inclinazione erano infatti concordi. Gli autori hanno dunque dovuto prendere in considerazione ogni cosa, valutando a fondo anche la consistenza con i modelli teorici di interazione dei grossi meteoroidi con l’atmosfera. Questa analisi ha portato a individuare due possibili scenari: uno che si potrebbe definire asteroidale, caratterizzato da minore inclinazione e limitata velocità, e un altro catalogabile come cometario, caratterizzato da maggiore inclinazione e velocità più elevata.

Stabiliti i parametri dell’evento, gli autori dello studio sono quindi passati a generare le orbite di provenienza dell’oggetto di Tunguska ottenendo oltre 1000 possibili percorsi orbitali. Dopo avere scartato le orbite non in linea con i modelli che attualmente si ritengono più attendibili nel descrivere l’evoluzione dinamica della popolazione dei NEO, lo studio passa a valutare come le orbite sopravvissute alla scrematura si distribuiscano tra le quattro sorgenti classiche della popolazione dei NEO (risonanza 3:1, risonanza ν6, Mars Crosser, Jupiter Family Comet). La tabella qui sotto riassume i risultati.

Sulla base di questi dati (circa l’83% delle orbite proviene dalla Fascia principale mentre solamente il 17% da quella cometaria), gli autori si sentono di concludere che l’orbita di provenienza dell’oggetto di Tunguska possa essere con maggiore probabilità di tipo asteroidale, anche se non si può escludere del tutto l’origine cometaria.

Tutto come prima, allora? Non proprio, perché negli ultimi anni qualcosa è cambiato e il fronteggiarsi dei due scenari ha perso notevolmente di significato. Come suggerito anche da Longo, infatti, le ultime scoperte riguardanti la possibile consistenza di alcuni asteroidi e la forte somiglianza con quella dei nuclei cometari hanno reso più incerta la distinzione – un tempo netta e indiscutibile – tra comete e asteroidi facendo passare in secondo piano l’annosa diatriba che ha coinvolto per decenni i ricercatori di Tunguska.

In questa luce, molte delle obiezioni che si ritenevano da una parte e dall’altra di cruciale importanza (per esempio la possibilità o meno di una completa distruzione, la mancanza di frammenti, la possibilità di produrre il materiale responsabile delle nubi nottilucenti, ecc.) possono essere ricomposte. Non si tratta, però, dell’unico vistoso cambiamento che possiamo registrare a proposito dei problemi irrisolti di Tunguska.

Piccoli ed egualmente pericolosi

Un secondo scossone a quelli che sembravano dati ormai consolidati e indiscutibili è stato inflitto alla fine del 2007 dalle simulazioni effettuate presso i supercomputer dei Sandia National Laboratories di Albuquerque (New Mexico). Lo studio, condotto dal team coordinato da Mark Boslough, ha riguardato il livello di distruzione indotto da un meteoroide che esplode in atmosfera.

Le nuove simulazioni hanno mostrato come il centro di massa di un oggetto cosmico che esplode prima di raggiungere la superficie prosegua – per così dire – la sua corsa verso il suolo a velocità supersonica assumendo quell’aspetto di jet di gas ad alta temperatura in violenta espansione che viene solitamente chiamato fireball.

In un simile scenario le onde d’urto che si innescano sono molto più intense di quelle in gioco negli scenari correnti che prevedono che la deflagrazione si propaghi solamente dalla regione d’inizio dell’esplosione.

Nel caso di un evento come quello di Tunguska, il nuovo modello comporterebbe che a parità di effetti distruttivi l’oggetto cosmico possa essere stato molto più piccolo di quanto finora stimato.

Tenendo conto di ciò le stime correnti dell’energia sviluppata a Tunguska potrebbero essere ridimensionate, tanto che se prima si ipotizzava un’energia liberata compresa tra i 10 e i 20 megatoni, secondo Boslough ora basterebbero solamente tra i 3 e i 5 megatoni per spiegare gli eventi distruttivi osservati. Questo però comporta che, riducendo l’energia di partenza, una analoga riduzione la debbano necessariamente subire anche le dimensioni dell’oggetto. Provando a fare due rapidi calcoli e ipotizzando un’energia iniziale quattro volte inferiore, la riduzione delle dimensioni potrebbe essere di circa il 40%.

È comunque innegabile che un simile scenario porti, però, con sé una conseguenza incredibilmente più pesante del semplice ridimensionamento del proiettile di Tunguska.

Nell’ottica della valutazione della pericolosità degli impatti cosmici e delle statistiche che li descrivono, infatti, un simile ridimensionamento risulta drammaticamente cruciale. È noto che al diminuire delle dimensioni dei potenziali proiettili il loro numero aumenta in proporzione, e questo allora comporta che gli eventi tipo-Tunguska possano manifestarsi con frequenza più elevata di quanto ritenuto finora. Non è affatto cosa di poco conto scoprire che anche i proiettili di minori dimensioni – quelli che un tempo si riteneva potessero essere assorbiti dallo scudo protettivo dell’atmosfera – possono portare conseguenze davvero drammatiche.

Tornando all’evento di Tunguska, è giunto infatti il momento di rivolgere la nostra attenzione a quella che potrebbe rivelarsi la svolta di gran lunga più importante dell’intera vicenda: la controversa scoperta del possibile cratere.

L’individuazione del cratere d’impatto

L’annuncio che il Lago Cheko possa essere riconducibile all’evento di Tunguska è uno dei risultati dell’agguerrita spedizione italiana recatasi nell’estate 1999 in quelle lande desolate.

L’obiettivo di Luca Gasperini e degli altri ricercatori della spedizione Tunguska99 riguardo al Lago Cheko non era certo quello di collezionare prove sulla sua possibile natura di cratere da impatto. Le loro indagini erano rivolte a setacciare i depositi lacustri alla ricerca di tracce chimiche e sedimentarie lasciate dall’evento. Con il procedere delle osservazioni, però, l’indagine ha preso una piega ben diversa, indirizzandosi decisamente verso la ricerca di elementi concreti che potessero confermare o escludere che sotto quel lago si nascondesse un cratere da impatto. È stata proprio la quantità e la qualità degli elementi raccolti che ha indotto i ricercatori a uscire allo scoperto proponendo che quel piccolo lago posto a 8 km dall’epicentro dell’evento potesse essere il cratere originato da un frammento dell’oggetto cosmico disintegratosi.

Il nodo centrale è senza dubbio quello di riuscire a stabilire l’età del Lago Cheko. Se risultasse di formazione antecedente al 1908 sarebbe logicamente da scartare un suo collegamento con l’evento.

Sopra. Una bella fotografia del lago, un bacino lungo circa 700 metri.
Destra. La batimetria del lago rivela un invaso di forma conica, ben diversa dal profilo a fondo piatto dei tipici bacini della zona.

Il primo indizio proviene dallo studio del tipo di sedimentazione presente sul fondo del lago.

Le analisi acustiche, infatti, avrebbero mostrato che solamente la parte superiore presenta la morfologia tipica dei sedimenti lacustri, mentre quella inferiore mostra un andamento più caotico. Un secondo indizio viene dalla stima del ritmo di sedimentazione valutabile in circa 1 cm all’anno. Una simile velocità sarebbe pertanto pienamente in grado di giustificare lo spessore dei sedimenti in fondo al lago accumulatisi dal 1908 ai nostri giorni. Un terzo indizio, infine, è di natura cartografica e riguarda la mancanza del lago nelle mappe anteriori al 1928 (è l’anno della seconda spedizione di Kulik), compresa la mappa della Siberia Orientale compilata dal quartier generale dell’esercito dello Zar nel 1883. Nelle testimonianze dell’epoca, inoltre, si incontra generalmente l’accenno al “Fiume Cheko” e mai a un “Lago Cheko”, espressione che appare per la prima volta nel 1964 nelle parole di Evenk Dmitriev (nato nel 1924!) allorché riferisce i racconti di altre persone.

Una seconda serie di obiezioni riguarda la mancanza di frammenti e materiale meteoritico al suolo, l’assenza di altri crateri e la morfologia stessa del Lago Cheko. Se è sopravvissuto un frammento in grado di generare un cratere di 300 metri, sicuramente ci troveremmo di fronte a un proiettile che doveva essere più resistente di quanto ritenuto finora. Impossibile a questo punto pensare a un unico frammento sopravvissuto alla distruzione: in analoghe situazioni, si assiste generalmente alla formazione di un campo craterico, situazione che non si registra a Tunguska. Si metta infine in conto la evidente asimmetria del Lago Cheko e la sua morfologia particolare, caratterizzata dalla mancanza dei tipici bordi rialzati.

È importante inquadrare correttamente lo scenario in cui è avvenuta in questa circostanza la formazione del cratere. Un impatto a bassa velocità su un suolo saturo di ghiaccio genererebbe un cratere morfologicamente molto simile al fondo del Lago Cheko e potrebbe spiegare anche la mancanza dei tipici bordi rialzati.

Qualcuna delle prove portate sembra davvero quasi decisiva, ma da qui a stabilire oltre ogni ragionevole dubbio se il Lago Cheko sia oppure no il cratere di Tunguska non è proprio possibile…

L’articolo completo è stato pubblicato su Coelum n. 118 – Giugno 2008


Coelum non è solo l’ultimo numero!
Scegli l’argomenti che preferisci e inizia a leggere! E’ gratis…


Scrivi un Commento

Devi aver fatto il login per inviare un commento