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6 Giugno 2020
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Qualcosa Accadrà

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Tornato da poco nella casa della sua giovinezza, dove aveva scelto di vivere, dopo la cerimonia e i saluti commossi di quel giorno d’estate aveva passato il pomeriggio ad esplorare le stanze dell’antica casa paterna ricevuta in eredità…

Qualcosa AccadràTornato da poco nella casa della sua giovinezza, dove aveva scelto di vivere, dopo la cerimonia e i saluti commossi di quel giorno d’estate aveva passato il pomeriggio ad esplorare le stanze dell’antica casa paterna ricevuta in eredità.
Per ultima, con scelta consapevole, aveva tenuto la grande soffitta, e mentre saliva le scale accadde che il velo del tempo si lacerò in più punti, precipitandolo in uno dei tanti momenti serali di vent’anni prima Continuando a salire, con più fatica di un tempo, rivide suo padre come se lo immaginava ogni volta che in tutti quegli anni gli era tornato in mente, seduto su una sedia di paglia a cui aveva accorciato le gambe, l’occhio al cercatore del grande strumento che si era autocostruito in vent’anni di volontaria assenza dal mondo.
E gli venne da pensare a tutte le volte che quei gradini consunti li aveva saltati d’un fiato, tanto che ancora a metà dell’ultima rampa sentiva gridare dall’alto “Non correre Franco, qui balla tutto!”
E a quando socchiudeva la porticina dipinta d’azzurro – lo stretto necessario per ricevere altri rimbrotti per la luce che filtrava fin dentro la stanza dove ticchettava quello strano e lentissimo macchinario sempre in movimento – gridando forte “Papà, stavolta mamma si arrabbia. Vieni giù che si fredda tutto!”
E via di nuovo giù, a capofitto verso il tepore luminoso della cucina, con l’odore di sigaro che invadeva il piccolo ballatoio.

Adesso non c’era più nessuno a brontolare per la luce o le sue corse sulle scale, né per la cena che si freddava.
Entrò, chiudendosi la porta alle spalle.

Il lucernaio era chiuso, e la macchina, il grande telescopio, sembrava nella poca luce anch’esso un povero vecchio con il mantello polveroso addosso. Più piccolo di come se lo ricordava, e come in attesa.
Spolverò una sedia e si mise a sedere davanti l’Olivetti che gli aveva regalato tanti anni prima. Dio che nostalgia di quei giorni, che pure gli erano sembrati così noiosi. Tutta l’estate per riuscire ad insegnargli come usarlo…
– Il computer mi serve – ripeteva testardo.
– Vedi che fotografie fanno gli altri? – diceva mostrandogli misteriose riviste che gli arrivavano per posta. Per lui gli altri erano gli americani.
– Questo è il futuro, la camera digitale! E ci vuole il computer… Quanto tempo era passato? Dieci anni? Chissà se era mai riuscito ad usarlo davvero quel computer, e quella piccola camera.
Lui aveva partecipato alla passione di suo padre in tempi meno “moderni”, quando insieme nei mesi estivi si tenevano compagnia fino a tardi, e aveva il permesso di “guidare” il telescopio con piccoli colpetti sui comandi.

Ascensione retta, azimut… Ora gli tornavano alla mente quei termini dimenticati, e i nomi delle stelle, le cartine, i disegni e le foto malriuscite.
Quante notti suo padre aveva dormito lì! Quante volte dalla sua camera da ragazzo aveva udito, dalla soffitta, un leggero bip della sveglia, alle ore più impreviste della notte, seguito da un leggero fruscio di passi. Il ronzio monotono di un piccolo motore lo riaccompagnava nel mondo dei sogni

Gli venne voglia di accendere il computer, ma la presa era distante.
Si alzò in cerca della prolunga e notò alla parete un intero scaffale riempito di grandi classificatori traboccanti di carte. Ognuno sul dorso portava una data, un anno: 1993, 1994…
L’ultimo era dell’anno appena trascorso. Lo aprì appoggiandolo sul tavolo, allentando i robusti spaghi che lo chiudevano, e ne uscirono mucchi di stampe, sbiadite fotografie del cielo con pochi puntini bianchi in un campo grigio scuro. Guardò la prima, che in un angolo portava la data del 3 marzo 2003. E un’annotazione a mano: “Il cielo si sta velando”.

Ne prese un’altra. Era uguale alla prima. Una seconda, una terza…
Erano tutte uguali!
Che stranezza disse tra sé… Tirò giù il faldone del 1993, sbattendolo per liberarlo dalla polvere. Foto di dieci anni prima… Ne tirò fuori un mucchio, sparpagliandolo per tutto il tavolo.
Non è possibile, disse frugando sempre più stupito, sono tutte identiche! Possibile che mio padre in tutti questi anni abbia fotografato sempre la stessa fetta di cielo?
Tutti i contenitori aperti gli diedero la risposta: dieci anni, circa duemila fotografie dello stesso campo, ognuna con la sua brava data e il tempo di posa.

Guardò meglio. Che si trattasse di un campo speciale? Che si fosse impegnato in una specie di sorveglianza programmatica? Lui ormai ne sapeva poco di astronomia, ma gli pareva di ricordare che suo padre passasse da una galassia a un’altra in attesa che si accendesse una stella. Ma no… in quelle immagini non c’erano galassie, pochi puntini chiari, un paio più grandi, e basta. Chi mai sarebbe stato in grado di ritrovare quel minuscolo pezzetto di cielo Davvero un bel mistero.

– C’è nessuno? – Una voce lo distolse dai suoi pensieri. Era Berto, il vicino.
Da sempre amico di suo padre.
Era lui che lo aveva aiutato a costruire il lucernaio sul tetto. Molto spesso gli faceva compagnia in soffitta.
– Vieni – disse – Sono quassù.
Dalla scala si presentò il volto rosso e sorridente del vecchio amico.
– Hai visto? Il telescopio è ancora perfetto, potrebbe riprendere l’attività da subito.
E già, manca soltanto l’astronomo pensò lui, con un po’ di amarezza.
– Tu nei sai qualcosa? – Gli fece indicando il mucchio di contenitori.
– Ah, quelle… Le hai viste?
– Ne sai qualcosa?
– Beh… soltanto che un giorno gli chiesi di accompagnarmi al bar, era sabato e dovevo giocare la schedina.
Copiati i simboli sulla nuova giocata, si stupì che non leggessi le partite.
Non serve a niente, risposi, sono anni che gioco sempre le stesse colonne…
Rimase colpito da questa cosa, e tempo dopo mi confidò che anche per il cielo avrebbe usato lo stesso sistema.
Diceva che le cose accadono, e che noi possiamo solo aspettare.
Poi non so altro – concluse Berto mettendosi sulla difensiva – E adesso me ne vado, ero solo venuto a portarti questa.
Una busta rossa, piegata in due, con il suo nome scritto sopra.
– Me l’ha data lui parecchi mesi fa – disse Berto – solo per te.

All’interno solo un piccolo foglio a quadretti, strappato come tutto fosse stato deciso all’ultimo momento, e pochi segni in pennarello verde: AR 03 14 15 – Dec + 27 18 28

Guardò Berto, che era rimasto come in attesa di una risposta, e poi la piccola sedia di paglia. Sentì immediatamente una gran voglia di cominciare.

 

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